CD: “A voce sola”
Ci sono compositori che la storia archivia sotto la voce “minori”, spesso per pura pigrizia catalografica, e Alessandro Grandi è il caso da manuale. Vicemaestro di cappella a San Marco sotto Monteverdi, morto di peste a Bergamo nel 1630 a quarant’anni, ha lasciato un catalogo che l’incuria editoriale ha frammentato tra Venezia e Parigi.
“A voce sola” – pubblicato da Rainbow Classics – lo ricompone, almeno in parte, attingendo ai tre libri di Mottetti con Sinfonie d’Istrumenti pubblicati tra il 1621 e il 1637, e lo fa con un rigore filologico che non scade mai nell’esercizio da conservatorio.
Il pregio del progetto sta nell’aver individuato, dentro l’apparente uniformità del genere sacro monodico, un laboratorio di soluzioni che anticipano lo stile concertato. Grandi tratta il violino non come cornice ornamentale ma come interlocutore drammatico della voce: nei dialoghi strumentali di “Plaudite manibus” e “O quam speciosa” lo strumento risponde, contraddice, rilancia, in una scrittura che deve più al teatro che alla liturgia. È qui che il disco convince di più: gli archi dell’Accademia degli Affetti non accompagnano, discutono.
Maria Chiara Ardolino affronta il repertorio con un’emissione asciutta, poco incline al vibrato decorativo, che lascia respirare la parola latina senza soffocarla di affetti posticci. In “Vulnerasti cor meum” l’agilità non è mai fine a se stessa: ogni fioritura nasce da un’esigenza retorica precisa, e la cantante la piega alla frase piuttosto che il contrario. “Regina caeli” chiude il programma con una misura che altri interpreti avrebbero forse ceduto alla tentazione dell’effetto; qui resta trattenuta, quasi pudica, e ne guadagna in credibilità stilistica.
Interessante, nel Libro Primo, il trattamento di “Lauda Sion”: Grandi smonta la sequenza liturgica in una successione di episodi contrastanti, quasi una piccola cantata en travesti sacro, e Ardolino ne segue le svolte senza mai perdere il filo prosodico, cosa tutt’altro che scontata in un testo di tale densità dottrinale. Non stupisce che l’interesse per questo repertorio, negli ultimi vent’anni, sia cresciuto anche fuori dai confini italiani: dalle riscoperte discografiche anglosassoni dedicate ai libri di mottetti veneziani agli studi che hanno indicato in Grandi uno dei primi a integrare stabilmente il violino nella musica vocale solistica sacra, la critica internazionale ha da tempo superato la vulgata del “allievo minore di Monteverdi”. Questo disco si inserisce con naturalezza in quel filone di rivalutazione, senza però indulgere nell’apparato erudito fine a se stesso: la musica resta sempre al centro, la ricerca sullo sfondo.
Il continuo, sobrio ma mai anonimo, e la presa sonora — pulita, con un’ambienza che non annega i dettagli — completano un lavoro che ha il merito raro di restituire un autore senza restaurarlo: Grandi arriva fino a noi con le sue asperità intatte, non levigato per compiacere l’orecchio contemporaneo. Il libretto, curato con l’apparato filologico che il repertorio richiede, evita per fortuna la retorica encomiastica di tante operazioni analoghe.
Se un’obiezione va mossa, riguarda la sequenza dei brani, più cronologica che drammaturgica: un diverso montaggio dei tre libri avrebbe forse esaltato meglio l’evoluzione stilistica di Grandi lungo un ventennio decisivo. Dettaglio che non intacca il giudizio complessivo: un’incisione necessaria, capace di restituire dignità a un musicista che la sorte — e la filologia pigra di troppi secoli — avevano relegato ai margini.
Alessandro Cammarano




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