La ragione degli Strauss

Disneyland è un luogo fisico e metafisico. Marc Augé per parlare della sua idea di liquidità cita questo luogo come un non luogo. Ma insieme Baumann, quindi in ottima compagnia, entrambi si rendono conto che esistono luoghi immaginari che diventano realtà, e luoghi inimmaginati che diventano leggenda.

Questo per sottolineare come anche la musica ha dei suoi regni incantati, dei suoi luoghi/non luoghi che a seconda della dimensione interiore proiettata all’esterno diventa Disneyland o L’isola che non c’era. Ebbene quando nel secolo dei balli, ovvero il XIX , Johann Strauss capostipite si inventò di spettacolarizzare uno dei balli più promiscui e scandalosi come il valzer in una forma sociale di comunicazione, i viennesi si accorsero a lento tempo che quell’uomo aveva inventato il futuro. La liquidità musicale. Certamente tutto questo sembra quasi una allitterazione perché certi monumenti non devono essere toccati e certe cattedrali non devono essere dissacrate.

Eppure Johann Strauss capostipite, non si fece nessuno scrupolo nel far diventare nuovo, futuribile e quindi di liquidità di utilizzo, un ballo come era il valzer. Con quel suo incessante ¾ che stupiva in ogni tempo e luogo, come se mancasse sempre il passo quarto, la mancanza interiore, la sofferenza per la non completezza. Dunque, oggi, dopo tanto tempo e grazie ad una idea di facoltosi viennesi di far vivere la terapeutica musica della dinastia Strauss, assistiamo a quel Concerto di Capodanno, tanto bello italianizzato, che serve soprattutto a far rinsavire le menti stanche, vecchie e anche un poco annebbiate.

Clemens Krauss, intuì che in un tempo di guerra, in un avvento di violenza, la musica lieve della famiglia Strauss, ed in particolare del Johann erede, fosse la migliore cura per non sopperire alla paura e al dolore che aveva catturato i cuori dei viennesi e non solo. La nascita quindi di un festeggiamento di un passaggio, permise a Krauss di prendere da lontano l’incipiente follia distruttiva di Hitler. Fu una sorta di guerra dei bottoni. Un modo civile e bello di porre una distanza dalle atroci idee di persone che da tempo avevano perso il senso dell’anima. O forse non l’avevano mai avuto. Anche se Hitler e company cercavano nei saccheggi dell’arte di rifarsi un’anima. Non è casuale che fu proprio la musica di Wagner ad illuminare loro la strada. Sbagliando enormemente nel non comprendere che se Wagner aveva una sua radical idea di umanità, attraverso la sua musica cercò di porre un rimedio indispensabile ad una idea folle e distruttiva di quelli che erano già in atto come fermenti nazionalisti. Poi non bisogna dimenticare che Richard Wagner proprio con Johann Strauss figlio intrattenne una vera amicizia fatto di rispetto e stima.

Insomma, era un tempo in cui chi cercava di scrivere musica lo faceva con l’intendo di portare bene all’umanità. Paradossalmente i valzer di Strauss non sono lontani dai lunghi suoni di Wagner. Quell’idea comune di costruire orchestrazioni estremamente sonore portò in quel periodo ad una importantissima messa in atto, quella di fare diventare la musica quanto più sonora possibile per corrispondere con quel senso interiore della reciprocità uditiva. Insomma, è quello che oggi a scanso di sciamanesimi vari, viene chiamata come terapia del suono. Non è un caso.

Ebbene il senso di un New Year Concert (questo piace di più come termine) ha reso nel tempo un senso di pacificazione alquanto serena.

È vero che dopo Krauss, Willy Boskovsky fu il giusto designato a portare avanti la strategia del valzer, ed è vero che grazie a lui, quando il Concerto di Capodanno veniva trasmesso in diretta radiofonica alle 11 e poi in diretta differita in televisione, negli anni in cui il costume post natalizio egli portava proprio quel senso alla Bruno Walter di distensione direttiva. E come lui nessuno più ebbe quella bellissima capacità di recuperare l’idea e la forma del movimento di festa. È utile ricordare che proprio quando gli Strauss fecero dei ballabili un tempo di concerto, quelle esibizioni erano osannate e seguite da masse di persone. Soprattutto donne che vedevano sia nel padre che nel figlio (manco lo Spirito Santo per la Trinità) un possibile ponte con quell’aldilà che tanta paura faceva in tempi in cui la morte la si corteggiava.

Dunque, tornando alla Sala dorata viennese e alla staffetta annuale fra un direttore e l’altro, è interessante notare come fra i tanti direttori che si sono cimentati con i repertori di danze sinfoniche, anche un mito come Carlos Kleiber si presta al delirio capodannesco. Lui che fra tutti i direttori, anche più di Karajan, era considerato come un assoluto ricercatore dello spirito della musica, decide per due edizioni diverse di essere a capo dei Wiener e portare avanti il messaggio degli Strauss e non solo di essi. Arrivando ai giorni nostri, rispetto agli anni di Boskowsky, rispetto agli anni di Maazel e di Abbado, il Concerto del nuovo anno sfugge dalla logica della moda ma solo apparentemente. Nel senso che soprattutto negli ultimi anni molti direttori hanno pensato di interpretare l’enorme repertorio straussiano e di area come se tutto avesse una dimensione di assoluta rigidità.

Ricordiamo che persino Harnoncourt che tutto si poteva dire tranne che fosse un direttore di stampo straussiano, nelle sue edizioni del concerto viennese riesce ad imprimere al tutto quel senso di lieve transumanza dello spirito. Anche grazie alla scrittura di Johann figlio vicino ad una idea di malinconica latenza.

È un invito quello di rivedere i due concerti diretti da Abbado dove la ragione è tutta nella sua perfetta mestizia distaccata dall’imperalismo virtuosistico di stampo contemporaneo. Ecco quel senso voluto da Krauss e poi da Boskowsky solo in pochi direttori è stato presente. In linea c’è stato a parte Lorin Maazel che rese la sua reggenza come una delle migliori eredità straussiane, anche Gustavo Dudamel ci ragionò molto per essere in quel novero di straussiani convinti. Persino George Pretre al suo unico concerto viennese seppe essere il più debussyano di straussiana memoria. Un paradosso. Ma che paradosso.

La morte colse Leonard Bernstein prima del suo battesimo viennese. Peccato perché la sua indulgente musicalità contemporanea avrebbe aperto alle porte non solo ad Abbado ma anche a Dudamel e a Nezet Seguin. Insomma, dopo gli ultimi tempi di recondito mistero ed accorato dubbio di lieve malinconia, l’avvento di Nezet Seguin ha fatto respirare quel candore di infinita bellezza. Proprio con quella sua dimensione assolutamente aperta al mondo e alla ricerca di esempi di valzer non strettamente viennesi ha fatto si che il Concerto di Capodanno 2026 segnasse un tempo infinitamente tormentato da guerre e dissidi mondiali. Per questo Vienna può essere un luogo vero e proprio e non un luogo sacro.

La sacralità in musica non è consona con il senso della bellezza. Ciò che è sacro invita ad altri mondi cosa che spesso la musica fa è quello di riportare l’essere umano verso una dimensione terrena con tutto quello che di bello vi esiste. Nulla è eterno, nulla ha un tempo definito, solo la ricerca di ciò che è bello può portare l’essere umano ad apprezzare il senso della vita terrestre. Questo Johann Strauss figlio lo aveva ben compreso. Lui più di tutti seppe coniugare il terreno con l’etereo mondo d’altrove.

Ed ora forse dovremmo ricordarci di quanto la forza della musica possa guarire le peggiori ferite interiori. Ed è per questo che un concerto di danze ha questo infinito potere. Ma bisogna che i direttori lo sappiano. Ora come allora.

Marco Ranaldi

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