Venezia: musica “curativa” alla Biennale
Settantesima edizione del Festival di Musica Contemporanea Biennale Musica. Venezia. Luogo impari per tutta la bellezza che in essa contiene. La Biennale si pone in una zona remota di Venezia, lontana per fortuna dal movimento pendolare dei frequentatori in massa; l’Arsenale, luogo mitico della città, da tempo ospita la Biennale in toto, tranne il cinema. Ed in questo luogo di infinita memoria prende il via la settantesima edizione della Biennale Musica. La seconda dell’era Caterina Barbieri.
Ebbene leggendo vecchi programmi delle passate edizioni, in una libreria importante di Venezia, la Marco Polo che ha un reparto libri usati, fra quei libri, i cataloghi delle edizioni, ad esempio, dirette da Mario Labroca direttore artistico, risaltano per una storia incredibile del luogo Biennale, o meglio dell’evento Biennale e fra i piccioni e i gabbiani di Campo Santa Margherita, sfogliare quei programmi veniva tanto pensare. A Venezia arrivava il mondo della musica di ricerca, non escludendo personaggi come Nono, Berio e Maderna. Ma tanti altri ancora. Insomma, un confronto doveroso per potersi immergere in questa settantesima edizione. Cosa succede? Succede che ci troviamo in piena era post elettronica, dove la sperimentazione degli anni Ottanta si è consolidata in forme e secondo la logica della Barbieri, questo è l’edizione annuale della Biennale. Almeno nei primi tre giorni. L’esordio è con una installazione di mongolfiere (Heaven is Ours / O Céu é Nosso) seguita dall’esibizione dell’outsider della sperimentazione elettronica Laraji che presenta la prima assoluta di Alignment, in un luogo assai attraente, come il bacino che si staglia di fronte il Teatro alle Tese. Per chi non è pratico della Biennale, in quello che era uno dei tanti corpi dell’Arsenale, si trovano ora ambienti nei quali persistono le installazioni internazionali della Biennale Arte. In un percorso lungo, si arriva poi ad una apertura stupenda, quella che appunto è uno dei bacini dell’Arsenale, dove, da un lato si trova il Teatro alle Tese.
Ebbene Laraji, nella sua performance solitaria, crea un sound che sa tanto di introspezione sonora, di ricerca e di sintesi di anni passati a vedere cosa succede. Laraji oggi è una vera icona del pensiero spirituale della musica applicata ad una idea di sound psicologico. In questa dimensione, nel Teatro alle Tese assistiamo alla prima performance di riferimento di questa biennale, affidata ad una interessante musicista quale è Kara-Lis Coverdale che presenta in anteprima il suo album CHANGES IN AIR, ovvero una sintesi di quella che è la posizione del sound elettronico nell’anno 2026 della Biennale di Venezia. Il lavoro e la performance della Coverdale sono assolutamente molto easy, fatto con destrezza ed oculatezza sonora. L’uso dei vari sint ha garantito a tutto l’andamento della suite, o meglio della lunga composizione, un senso di alterazione interiore di quelle che fanno bene. D’altronde è uno degli obiettivi della Barbieri, suono curativo, musica sonoramente positiva. Pertanto, Changes in air, rispetta proprio il titolo nella sua interezza. Quando poi subentra Sarah Davachi a supporto della collega musicista, il tutto prende una forma di profondità incredibile. E di bellezza. La sensazione è che tutto questo ha una misura di eccellente sintesi, di quello che in tempi remoti persone come John Cage o Erik Satie avevano immaginato. Performance incedibile.
Dismesso il setting della Coverdale, si appresta ad entrare in scena il Leone d’oro Kejii Haino che presenta l’inedito IT HAS BECOME SOMETHING LIKE THIS. Rispetto al lavoro della Coverdale ci troviamo dal lato opposto. In Haino la ricerca è provocazione, il rumore assordante del suono e la sua presenza fisica come medievale japan docet. In effetti Haino entra in scena con una sorta di tammorra, una pelle tesa quindi e guida la sua assenza/presenza con la centratura verso il virtuale palco. Tutto è virtuale in Haino, la sua possenza fisica e la sua prestanza intellettiva. Si esibisce come se fosse un attore del teatro del Nō e si attrezza per spiccare lunghi voli memori del collega Bruce Lee. La sua è una martellante performance. La provocazione del disturbo è indicativa di come Haino provenga da una scena completamente diversa da quella di alcuni protagonisti di questa Biennale. Egli cerca un suono antico, catartico e dissolvente. La dissolvenza è la sua assenza, in una presenza che sembra come se sul perimetro delle Tese, Haino giocasse una differenza fatta di aumentazioni e di sottrazioni. Ectoplasma della incurabile sintesi di ciò che è umano e ciò che non lo è se non la sola rappresentazione dello stesso vivere. Come se in tutto questo, il tempo nel tempo fosse paradigma di una possibile pacificazione degli istinti aggressivi e distruttivi dell’essere umano. Con tanto di occhiale da sole.
Marco Ranaldi
(10 ottobre 2026)








Ph. Roberto Ricci
Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!