Vienna: un Neujahrskonzert che sa di pop

Quando Clemens Krauss il 31 dicembre 1939 salì sul podio dei Wiener Philarmoniker per dirigere un programma con le musiche di Johann Strauss figlio, non poteva mai immaginare che da quel momento nulla sarebbe stato come prima.

Dunque, pian piano il mondo intero si sarebbe accorto che per celebrare l’avvento dell’anno ci voleva la musica e quella della dinastia degli Strauss sarebbe stato il modo migliore per farlo. Così da un tempo di guerra siamo passati ad uno di presunta pace (molto relativa considerando le ultime peripezie di Trump verso il Venezuela) e nel corso degli anni non c’è verso di iniziare un nuovo anno con la musica degli Strauss.

Da allora, dal 1939 quello che è successo è leggenda vera. Infatti con una sola interruzione nel 1940, dal 1941 in poi nella Goldener Saal del Musikverein di Vienna il rito viene propiziato oramai a favore di facoltosi di tutto il mondo che si contendono il biglietto con anni d’anticipo. Chi avrebbe quindi mai pensato che la musica degli Strauss e di Johann figlio avrebbe unito il mondo il primo di gennaio di ogni anno per poter vivere il profumo di un’epoca andata che ritorna come fantasmi alla Woody Allen ogni principio con champagne o meglio spumante o meglio spuma per reggersi ad un principio di incognite fortuite o meno.

Ebbene dopo aver visto per anni lo snello ed elegante Willy Boskovsky al capo di questo rito, con il suo immancabile violino, dal 1980 su quell’invidiato podio sono saliti i principi della direzione d’orchestra mondiale, partendo dall’erede designato di Boskovsky, Lorin Maazel, anch’egli non austriaco ma violinista, elegante e attraente con quel suo modo da dandy di dirigere l’orchestra. Maazel regge lo scettro per alcuni anni poi i Wiener “democraticamente” decidono che quella deve essere una tombola pertanto ogni anno si estrae il nome del successore sul podio.

Questo ha portato ai Wiener un effetto mediatico incredibile e ha creato ancora di più quel rito messianico che rende il Neuijakonzert un vero e proprio mito incrollabile. Toccò anche al re dei re ovvero ad Herbert Von Karajan che oramai malato, deleonizzato, decise di dirigere l’edizione del 1987. Memorabile quell’edizione, come poche non fosse altro perché il suo diretto antagonista Leonard Bernstein non venne mai invitato a far suonare le musiche degli Strauss and company.

Ovviamente il tempo passa e si succedono anche gli italiani: due chiaramente Claudio Abbado e Riccardo Muti. Ma Abbado non vedrà che per due volte il podio dei Wiener per la sua morte mentre Muti fino al precedente anno è stato in quello dei Wiener a far suonare le tante melodie viennesi e anche quelle di altri compositori. Insomma, il Concerto di Vienna diventa un vero premio per il direttore che verrà scelto.

Nella parsimonia dei Wiener questo è chiaro. Come è chiaro che nel tempo soprattutto nel nostro paese, il primato del primo dell’anno made in Wien viene soffiato da una idea alquanto strana e patriottica, di creare il concerto di Capodanno a salsa italiana. Con tanto di belcanto, di Verdi, Bellini e anche Puccini. Questa brillante idea subito diventata palinsesto Rai ha fatto slittare sui canali televisivi italiani, l’inizio del concerto viennese alle 13,30, ovvero all’ora del pranzo post festeggiamenti. Ma su Venezia e sul concerto del Teatro La Fenice, ci sarebbe da scrivere un vero e proprio romanzo popolare.

Torniamo a random a Vienna e all’escalation degli ultimi anni che ha visto fra polemiche varie il succedersi di imperatori come Georges Prêtre, Daniel Barenboim e Zubin Mehta senza dimenticare Muti e outsider come Mariss Janson (buonanima), Gustavo Dudamel (troppo popolare per il gusto sofisticato dei viennesi), il destrorso Christian Thielemann , l’intellettuale Franz Welser Most per approdare quest’anno ad una vera e propria sorpresa: l’incoronazione del franco canadese Yannick Nèzet-Séguin.

Finalmente possiamo dirlo, a Vienna per dare ragione agli sponsor e non solo ad essi, la forza travolgente di questo singolare direttore ha portato una ventata di novità. Non foss’altro che già nell’abbigliamento invece di essere “imbalsamato” fra frac e tight, Nèzet-Séguin si è presentato al mondo con un abito normale e una spilla al posto del papillon e il mitico orecchino a sinistra. Insomma, una vera svolta.

E lo si è visto dal programma che ha proposto. Adesso è chiaro che le polemiche sulla sua scelta sono state non poche. Ma anche sulla scelta degli autori, anzi delle autrici nel programma.

E infatti Nèzet-Séguin ha inserito Sirenen Lieder della misconosciuta Josephine Weinlich . Costei nata come Josephine Amann-Weinlich nel 1848 e morta precocemente nel 1887, dette del filo da torcere al capo Strauss poiché non solo compose ballabili ma ebbe l’ardire di creare una vera orchestra femminile Das Erste Europäische Damenorchester. Con questo ensemble minò pericolosamente il campo degli Strauss anche se nei loro concerti includevano le composizioni della famiglia. Ma dove Nézet-Seguin pone il segno del suo programma è nella scelta di una compositrice interessante ed importante, soprattutto americana: Florence Price nata a Little Rock nel 1887 e morta a Chicago nel 1953. Afroamericana ebbe fra i suoi maestri un mostro sacro come Arthur Olaf Andersen . Ebbe una vita ovviamente tribolata ma si impose coma una interessante sinfonista.

E la traccia la si è ascoltata nell’incantevole Rainbow Waltz. Solo quest’opera varrebbe tutto il concerto viennese 2026. Ma Nèzet-Séguin s’impone sui Wiener con quella sua proverbiale forza di comunicazione imprimendo a capolavori come Rosen aus dem Suden o la Fledermaus Quadrille di Johann Strauss jr. una particolare amorevolezza di sintesi.

Quest’aria è presente per tutta l’esecuzione anche quando si diverte a proporre pagine sconosciute di Carl Michael Zieherer, Joseph Lanner, fino al danese Hans Christian Lumbye.

Insomma, un tripudio di ricerca musicologica atta a dimostrare come la scrittura “leggera” dei danzabili abbia invaso il mondo prima e dopo gli Strauss. Nézet Seguin ha avuto anche l’ardire di lasciare il podio per “dirigere” il pubblico (finalmente) nell’austroungarica Radetzsky Marsch del padre della dinastia Strauss. Un vero colpo di genio che ha ben fatto comprendere come il Neujahrskonzert sia diventato un fenomeno assolutamente pop. Nel miglior senso del termine.
Il 2026 si presenta quindi nel segno dell’arrendevolezza della vita al piacere di viverla con l’idea che anche il sacro possa essere desacralizzato rimanendo sempre coerenti con una idea di fare musica.

Nèzet-Séguin ha ad oggi il primato di essere stato il primo direttore d’orchestra a Vienna che ha tradito i padri e ha riconquistato il podio dell’umanità. In barba a tutti coloro che sono irrigiditi in abiti antichi e polverosi.

Prosit New Year.

Marco Ranaldi
(1º gennaio 2026)

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