Venezia: la Carmen secondo Bieito graffia ancora
Sesso, Violenza e Morte: i tre assoluti che costituiscono il nucleo della Carmen e che ne incarnano l’essenza più intima.
Carmen, il suo essere selvaggia e libera, la sua sete di vita e insieme la brama di morte è un archetipo che sembra derivare direttamente dalla tragedia greca; ogni singola azione turbina vorticosamente intorno a lei e da lei è dominata sino alle conseguenze più estreme. La sigaraia gitana sceglie come vivere e, soprattutto, come morire, o meglio, come non sottrarsi alla morte stessa, vista come ineluttabile compimento di un’esistenza esaltante nel suo essere costantemente “al limite”.
Quando nel 2012 Calixto Bieito portò questa Carmen alla Fenice, il teatro si spaccò: fischi, polemiche, accuse di gratuita provocazione.
Quasi tre lustri dopo, quelle stesse immagini appaiono non solo giustificate ma necessarie, e la ripresa affidata a Joan Anton Rechi conferma che lo spettacolo non ha perso un grammo della sua forza d’urto.
Bieito scava nelle più intime profondità della Carmen, la priva di qualsiasi calligrafismo folcloristico, ne esalta a livelli sommi la selvaggia primordialità.
L’azione è spostata a Ceuta, enclave spagnola in Marocco, a metà degli anni Ottanta del secolo passato. Il tempo, nello spazio scenico immaginato da Alfons Flores, è comunque cristallizzato: la bandiera, in terra di confine, è rimasta quella franchista. Tutto rimanda a una brutale prepotenza: la guarnigione militare è violenta e priva di pietà, i bambini affamati hanno da tempo perduto la loro innocenza, ove mai l’avessero avuta, i contrabbandieri esibiscono con strafottente orgoglio le loro sgangherate Mercedes.
Il sesso è ovunque, continuamente richiamato in gesti eloquenti, e unito alla violenza e alla prevaricazione in un climax che coinvolge anche gli elementi naturali: il vento si alza impetuoso a far garrire la bandiera e sollevare la sabbia del deserto quando Carmen esterna le sue passioni.
Nella visione di Bieito anche Micaëla perde il suo candore e si trasforma in una donna che contende con fierezza sfacciata José a Carmen, e che irride trionfante la gitana quando riesce a trascinarlo al capezzale della madre morente.
Qui c’è la Spagna vera, quella fatta di polvere e sangue, di aromi forti, di sole bruciante: le “cartoline” di Siviglia in questo contesto non hanno spazio alcuno, al loro posto vive e muore un’umanità selvaggia e appassionata. Resta solo la sagoma, gigantesca, di un toro che campeggia nel terzo atto e che all’inizio del quarto verrà abbattuta e fatta a pezzi prima della sfilata delle quadrillas, rappresentata da Bieito come puro movimento di folla, senza orpelli e senza costumi caratteristici.
Lo spettacolo, grazie anche ai costumi di Mercè Paloma e al light-design tagliente di Alberto Rodriguez Vega, si integra con la musica senza mai prevaricarla e al contempo colpisce come un pugno nello stomaco, costringendoci al confronto con l’essenza ultima del capolavoro di Bizet.
Sul podio Francesco Ivan Ciampa governa l’Orchestra della Fenice – sontuosa – con mano sicura e lettura asciutta, mai compiacente: i tempi sono calibrati con intelligenza drammaturgica, capaci di assecondare la tensione senza cedere all’enfasi, e trovano nel finale del quarto atto la loro acme più convincente.
Marina Comparato è una Carmen di razza: voce brunita e vellutata nei centri, tagliente negli acuti, con una presenza scenica che non lascia scampo. La sua gitana non seduce, domina, e lo fa con quella naturalezza disarmante che è il segno dei grandi interpreti.
Stefan Pop è un Don José dalla voce ammaliatrice e dal fraseggio generoso: restituisce con efficacia la parabola di un uomo che si consuma lentamente, divorato da una passione che non sa né governare né abbandonare.
Vittorio Prato offre un Escamillo dalla vocalità autorevole e dalla presenza scenica carismatica: torero di poche illusioni, perfettamente a suo agio in questo universo di polvere e cinismo.
Marta Mari coglie con intelligenza la Micaëla riscritta da Bieito: non più angelo consolatore ma rivale a tutto tondo, e la sua voce luminosa acquista in questo contesto una durezza inattesa e convincente.
Armando Noguera e Paolo Antognetti formano un’affiatata coppia di contrabbandieri — Le Dancaïre e Le Remendado — scattanti e ben caratterizzati; Francesco Salvadori è un Moralès di bella presenza, mentre Matteo Ferrara conferisce a Zuniga il peso e l’autorità vocale che il ruolo richiede. Francesco Mandich tratteggia con misura unLillas Pastia “brujo”. Nel reparto femminile, Julie Mossay e Loriana Castellano completano il quadro con una Frasquita e una Mercédès ben differenziate e scenicamente vivaci.
Il Coro si conferma strumento di primissimo livello; preziosa, come sempre, la partecipazione dei Piccoli Cantori Veneziani, preparati rispettivamente da Alfonso Caiani e Diana D’Alessio.
Grande successo, ancora una volta per produzione che ha fatto la storia recente del teatro veneziano e che, si mormora, il nuovo corso fenicèo vorrebbe mettere a riposo – insieme alla Traviata secondo Robert Carsen – a favore di allestimenti più “rassicuranti”. O tempora!…
Alessandro Cammarano
(28 maggio 2026)
La locandina
| Direttore | Francesco Ivan Ciampa |
| Regia | Calixto Bieito |
| Regia ripresa da | Joan Anton Rechi |
| Scene | Alfons Flores |
| Costumi | Mercè Paloma |
| Luci di | Alberto Rodriguez Vega |
| Riprese da | Andrea Benetello |
| Personaggi e interpreti: | |
| Carmen | Marina Comparato |
| Don José | Stefan Pop |
| Escamillo | Vittorio Prato |
| Le Dancaïre | Armando Noguera |
| Le Remendado | Paolo Antognetti |
| Moralès | Francesco Salvadori |
| Zuniga | Matteo Ferrara |
| Lillas Pastia | Francesco Mandich |
| Micaëla | Marta Mari |
| Frasquita | Julie Mossay |
| Mercédès | Loriana Castellano |
| Orchestra e Coro del Teatro La Fenice | |
| Maestro del Coro | Alfonso Caiani |
| Piccoli Cantori Veneziani | |
| Maestro del Coro | Diana D’Alessio |














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