La Scala cambia pelle. La stagione 2026/2027 tra tradizione, rischi calcolati e un nuovo direttore musicale
La nomina di Myung-Whun Chung a direttore musicale del Teatro alla Scala non è solo un avvicendamento ai vertici artistici: è la scelta con cui Fortunato Ortombina imposta l’intera architettura della stagione 2026/2027, la prima firmata dal nuovo sovrintendente con piena autonomia programmatica. Un’architettura che cerca di tenere insieme esigenze difficilmente conciliabili — identità storica e apertura al nuovo, sostenibilità economica e ambizione artistica, fedeltà al pubblico consolidato e conquista di quello più giovane — con un equilibrio che nei dettagli rivela più di quanto la retorica istituzionale non dica esplicitamente.
Chung esordisce nel ruolo con due titoli verdiani, Otello e Macbeth, scelta che dice qualcosa di preciso sul tipo di autorevolezza che il Teatro intende proiettare. Il verdismo è terreno sicuro alla Scala, e affidargli l’inaugurazione — con la regia di Damiano Michieletto per Otello — significa scommettere su un consenso ampio senza rinunciare a una firma registica di peso. L’inaugurazione porta con sé anche una ricorrenza: i cinquant’anni dalla prima diretta televisiva sulla RAI, dettaglio che rivela la consapevolezza del Teatro di operare dentro una storia simbolica oltre che artistica. Macbeth tornerà invece nell’allestimento di Barrie Kosky, regista capace di una teatralità densa e perturbante, scelta che bilancia il rischio calcolato con la garanzia di uno spettacolo già rodato.
Il calendario dei tredici titoli d’opera presenta tre lavori mai eseguiti a Milano — dato non trascurabile per un teatro del rango scaligero — e quattro debutti direttoriali, numero che segnala un’intenzione dichiarata di apertura verso nuove generazioni di bacchette. Sul versante registico, altrettanti debutti. La politica dei nomi emergenti affiancati ai «grandi maestri di casa» è enunciata esplicitamente da Ortombina e si traduce in un cartellone che giustappone firme consolidate e volti nuovi con una certa sistematicità. Resta da vedere se questa doppia velocità produrrà continuità di standard o scarti di qualità percepibili.
Tra le novità di sostanza c’è il ritorno di titoli a lungo assenti dal Piermarini. I Puritani di Bellini mancava dal 1971: il nuovo allestimento è affidato a Davide Livermore, con Fabio Luisi sul podio. Les Pêcheurs de perles di Bizet — assente dal 1948 — offre il doppio debutto del direttore Henrik Nánási e del regista Arnaud Bernard. Don Quichotte di Massenet giunge per la prima volta alla Scala nell’allestimento di Michieletto con Bertrand De Billy. Sul fronte del repertorio nordamericano, altrettanto significativa è la proposta di Nixon in China di John Adams, nel quarantesimo dalla composizione: l’opera viene diretta da Kent Nagano nell’allestimento di Valentina Carrasco, al suo debutto scaligero. Che il repertorio minimalista e post-minimalista americano abbia storicamente ricevuto scarsa attenzione in Italia è un fatto; portarlo al Piermarini in questo contesto ha dunque un peso specifico che va oltre la semplice curiosità.
Il legame con la tradizione si manifesta nei ritorni più attesi. La Bohème nella regia di Franco Zeffirelli del 1963 — allestimento di culto — viene riproposta con Daniel Oren sul podio. Il Don Giovanni mozartiano torna nella regia classica di Robert Carsen, affidata stavolta alla bacchetta del giovane Thomas Guggeis. Riccardo Chailly riprende The Rake’s Progress di Stravinskij in un nuovo allestimento di Kasper Holten: un’opera che nel 1979 aveva segnato una tappa importante nel percorso artistico del direttore, e che torna ora con un valore quasi autobiografico. Su questi titoli il Teatro investe sulla riconoscibilità delle proprie produzioni come «espressione di una specifica cultura musicale, teatrale e coreutica» — formula dell’ufficio stampa che nasconde una riflessione non banale sull’identità istituzionale nell’epoca della globalizzazione dei cartelloni.
Tra le scelte più insolite figura Leonora di Ferdinando Paër, presentata come contributo italiano alle celebrazioni del bicentenario beethoveniano: l’opera — che ebbe la sua prima a Dresda nel 1804, anticipando il Fidelio — non era mai approdata sul palcoscenico scaligero. La direzione è affidata a Roland Boër, la regia al giovane Daniele Menghini, con le forze artistiche dell’Accademia. È una scommessa colta, che la Scala può permettersi proprio in virtù di quel posizionamento internazionale che Ortombina indica come fondamento del progetto di rilancio delle tournée.
La stagione si chiude con una nuova produzione di Dido and Æneas di Purcell diretta da Gianluca Capuano e firmata registicamente da Marcos Morau, con un’attenzione alla forma ibrida del masque barocco che promette un esito scenico tutt’altro che convenzionale.
La stagione di balletto, guidata da Frédéric Olivieri, propone sette programmi per nove titoli. L’acquisizione della Giselle di Akram Khan — nata nel 2016 per l’English National Ballet, in prima nazionale — è il dato di maggiore rilievo, e conferma l’orientamento verso un dialogo con la danza contemporanea che non rinuncia al repertorio classico. L’omaggio a Maurice Béjart nel centenario della nascita — con L’uccello di fuoco, Boléro e il raramente eseguito Serait-ce la mort? — è un gesto di riconoscimento verso una figura che ha segnato profondamente la storia della Scala. Da segnalare anche l’avvio di una collaborazione con il Piccolo Teatro, che nel 2027 compie ottant’anni: il collettivo Kor’sia porta in scena Mont Ventoux, altra prima per la Compagnia scaligera.
Sul fronte sinfonico, la stagione si distingue per la densità di nomi di primo piano. Accanto a Chung e Chailly — che presenta la Johannes-Passion di Bach — figurano i debutti sinfonici di Klaus Mäkelä e Kirill Petrenko, quest’ultimo presente anche con i Berliner Philharmoniker nel ciclo delle orchestre ospiti. La Freiburger Barockorchester porta la Matthäus-Passion con Simon Rattle; Les Talens Lyriques di Christophe Rousset eseguono l’Hippolyte et Aricie di Rameau. Tra i recital pianistici, Igor Levit apre e chiude il ciclo con programmi beethoveniani; Yuja Wang, Daniil Trifonov e Alexander Malofeev completano un cartellone di notevole peso.
Ciò che emerge dal complesso della programmazione è un’intenzione strategica abbastanza leggibile: Ortombina vuole una Scala riconoscibile nella sua identità senza essere autoreferenziale, aperta ai giovani senza cedere all’effimero, capace di attrarre nuovi pubblici senza alienare quello storico. È un programma ambizioso, forse volutamente sovradimensionato rispetto alle possibilità di realizzazione ottimale su tutti i fronti simultaneamente. La stagione 2026/2027 si presenta come una dichiarazione d’intenti prima ancora che come un calendario: starà all’esecuzione, nelle prossime due stagioni, dire quanto di quell’intenzione diventi realtà scenica e musicale.
Alessandro Cammarano




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