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Sei in: Home1 / Recensioni2 / dal Vivo3 / Madrid: Manon, l’eterno ritorno del desiderio

Madrid: Manon, l’eterno ritorno del desiderio

L’amore vince la tragedia, o forse nulla è più tragico, nella vita, dell’amare. Per questo il destino accompagna e incornicia ogni vicenda, battezzato qui con assoluta felicità «la giostra della vita».

La nuova stagione del Teatro Real, la grande casa dell’opera di Madrid, prende il via sotto buoni auspici con un nuovo allestimento di Manon Lescaut di Giacomo Puccini, titolo assente da questo palcoscenico da oltre un secolo e frutto di una coproduzione con l’Opera di Colonia.

Questa «ruota della fortuna» porta la firma di Carlos Wagner, regista che, per sua stessa dichiarazione, intreccia passione, amore e desiderio per imprigionare i protagonisti in un implacabile moto a spirale, votato a un eterno ritorno. La società perbenista e opprimente degli anni Quaranta e Cinquanta prende corpo nella scenografia di Frank Philipp Schlößmann, dominata – mai espressione fu più azzeccata – da un’avvolgente giostra gigante, che a tratti si intuisce appena e a tratti si impone con una concretezza davvero impressionante. Nel complesso la proposta visiva non lascia indifferenti.

L’illuminazione, splendida, esalta la raffinata plasticità del minimalismo, dove le sagome scure su fondi bianchi svolgono un ruolo preponderante. Ampi spazi sgombri vengono interrotti da dettagli che passano dal minuscolo al monumentale, con forme che tutto inglobano e strutture che costruiscono uno spazio sospeso tra l’etereo e il suggerito. Il risultato è un gioco impeccabile, fondato sull’assenza di colore. Il dinamismo scenico nasce dal movimento e dalla concentrazione delle grandi masse corali che, spostandosi con studiata lentezza, riempiono il palco e delimitano i diversi ambienti. Il lusso della semplicità dialoga con l’ispirazione al neorealismo italiano di Ossessione di Visconti, e l’ambiente cortigiano settecentesco del romanzo dell’abate Prévost, da cui l’opera discende, trova così una trasposizione attuale.

Tra i pilastri di questo titolo spicca senza dubbio la musica di Puccini: una creazione di grande tenacia e di forza assoluta, dotata di una carica drammatica intrinseca anche priva di parole. La generosità sensoriale del compositore lucchese vibra in ogni battuta della partitura. Sul podio dell’Orchestra Titolare del Teatro Real siede il suo direttore onorario, Nicola Luisotti, che inaugura la stagione in questo teatro per la terza volta (e per la quinta con un titolo pucciniano, dopo aver guidato Turandot, Tosca, La bohème e Madama Butterfly).

Sul piano vocale le interpretazioni sono state un autentico regalo per l’orecchio e per il cuore. Nella mitica parte della protagonista abbiamo ascoltato il soprano Sondra Radvanovsky, subentrata a Saioa Hernández, impossibilitata a cantare per motivi di salute. Radvanovsky è una voce di intenso lirismo drammatico e di travolgente potenza. La sua incarnazione del personaggio, oltre a risultare del tutto credibile, conquista per l’imponente portata della proiezione, per un fraseggio nitido e, soprattutto, per un’enorme carica espressiva. Il ruolo impone continui mutamenti di temperamento e stati emotivi complessi; rendere organica un’evoluzione tanto articolata è impresa riservata alle grandi dive della lirica. Il lavoro di Saioa Hernández resta sempre meraviglioso, e la Manon di Sondra Radvanovsky appartiene a quelle che lasciano un segno indelebile.

Da parte sua, Szymon Mechliński ha offerto un Lescaut di grande solidità, sfoggiando un timbro di eccellente qualità. Il baritono polacco ha messo in mostra uno strumento straordinario, al pari del tenore originario di Tenerife Jorge de León nei panni di Renato Des Grieux (che ricordiamo, tra l’altro, nell’Otello del 2025), il quale ha dispiegato un’imponente presenza scenica e una professionalità ampiamente riconosciuta dal pubblico. Un cast di primo livello, capace di trasformare la meravigliosa musica di quest’opera in un’esperienza artistica superiore.

Il dramma fatale di Manon si potrebbe riassumere nel proverbio popolare «chi troppo vuole nulla stringe». Questa straordinaria opera ha impiegato 102 anni a tornare al Teatro Real e vi approda ora con una visione moderna, di alta qualità estetica. È questa la realtà più autenticamente contemporanea dello spettacolo operistico e la garanzia più solida della sua continuità. Per questo gli applausi continuano e continueranno a risuonare.

Ricardo Ladrón de Guevara
(3 ottobre 2026)

Orrginal en español

El eterno retorno del deseo

El amor vence a la tragedia, o quizá no haya nada más trágico en la vida que amar. Por eso el destino acompaña y enmarca todo lo que acontece, bautizado aquí con absoluto acierto como «el carrusel de la vida».

La nueva temporada del Teatro Real, la gran casa de la ópera en Madrid, se inicia con muy buen pie gracias a una nueva producción de Manon Lescaut de Giacomo Puccini, un título que no pisaba este escenario desde hace más de cien años y que llega en coproducción con la Ópera de Colonia.

Esta «rueda de la fortuna» lleva la firma de Carlos Wagner, director de escena que, según sus propias palabras, conjuga la pasión, el amor y el deseo para atrapar a los protagonistas en un implacable movimiento en espiral que retorna eternamente. La bienpensante pero opresiva sociedad de los años cuarenta y cincuenta queda plasmada en la escenografía de Frank Philipp Schlößmann, presidida por un —nunca mejor dicho— envolvente carrusel gigante que a veces se intuye de forma sutil y otras se muestra tan concreto y visible que verdaderamente impacta. En general, la propuesta visual no deja indiferente a nadie.

La espléndida iluminación resalta la exquisita plasticidad de lo minimalista, donde juega un papel preponderante el uso de siluetas oscuras sobre fondos blancos. Grandes espacios diáfanos se ven alterados por detalles que transitan de lo minúsculo a lo monumental, utilizando formas que lo integran todo y estructuras que construyen un espacio a medio camino entre lo etéreo y lo sugerido. Se trata de un juego impecable basado, más que en el color, en la ausencia del mismo. El dinamismo escénico lo marcan el movimiento y la concentración de grandes masas corales que, al desplazarse con calculada parsimonia, llenan el escenario y delimitan los diferentes espacios. El lujo de lo simple contrasta con la inspiración en el neorrealismo italiano de la película Ossessione de Visconti, logrando actualizar el ambiente cortesano del siglo XVIII de la novela del Abad Prévost que inspiró la ópera.

Sin duda, uno de los pilares de este título es la música de Puccini: una creación de gran tenacidad y absoluta fuerza que posee una carga dramática intrínseca, incluso desprovista de texto. La generosidad sensorial del compositor de Lucca está presente en cada compás de la partitura. Al frente de la Orquesta Titular del Teatro Real se sitúa su director honorario, Nicola Luisotti, quien inaugura temporada en este coliseo por tercera vez (y por quinta ocasión con un título de Puccini, tras haber comandado Turandot, Tosca, La bohème y Madama Butterfly).

En el plano vocal, las interpretaciones fueron un auténtico regalo para los oídos y el corazón. En el mítico rol titular de Manon Lescaut escuchamos a Sondra Radvanovsky, en sustitución de Saioa Hernández, quien no pudo actuar por motivos de salud. Radvanovsky es una soprano de intenso lirismo dramático y apabullante fortaleza vocal. Su encarnación del personaje, además de resultar totalmente creíble, cautiva por el imponente alcance de su proyección, un fraseo limpio y, sobre todo, una enorme carga expresiva. Este rol exige transitar por constantes cambios de temperamento y complejos estados emocionales; lograr que toda esa evolución resulte orgánica es una tarea reservada solo a las grandes divas de la lírica. Aunque el trabajo de Saioa Hernández es siempre maravilloso, la Manon de Sondra es de las que dejan una huella imborrable.

Por su parte, Szymon Mechliński nos regaló un Lescaut de gran solidez, luciendo un timbre de excelente calidad. El barítono polaco hizo gala de un instrumento extraordinario, al igual que el tenor tinerfeño Jorge de León como Renato Des Grieux (a quien recordamos, por cierto, en el Otello de 2025). De León hizo gala de una imponente presencia escénica y una profesionalidad ampliamente reconocida por el público. Un elenco de primer nivel que transforma la maravillosa música de esta ópera en una experiencia artística superior.

El drama fatal de Manon podría reducirse al refrán popular: «quien todo lo quiere, todo lo pierde». Esta extraordinaria obra ha tardado 102 años en regresar al Teatro Real y lo hace ahora desde una visión moderna y de una alta estética visual. Esta es la realidad más auténticamente contemporánea del espectáculo operístico y la más contundente garantía de su continuidad. Por eso siguen y seguirán sonando los aplausos.

Ricardo Ladrón de Guevara

La locandina

DirettoreNicola Luisotti
RegiaCarlos Wagner
SceneFrank Philipp Schlössmann
CostumiJon Morrell
LuciNicol Hungsberg
Personaggi e interpreti:
Manon LescautSondra Radvanovsky
LescautSzymon Mechliński
Renato des GrieuxJorge de León
Geronte di RavoirPietro Spagnoli
EdmondoAlbert Casals
Un locandiere / Un capitanoJavier Castañeda
Un musicoMercedes Gancedo
Il Maestro di ballp/Un lampionaioMikeldi Atxalandabaso
Un sergente degli arcieri realiJavier Franco
Orchestra e Coro del Teatro Real
Maestro del CoroJosé Luis Basso

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