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Sei in: Home1 / Interviste2 / Peter Paul Kainrath: il futuro della classica è in Asia?

Peter Paul Kainrath: il futuro della classica è in Asia?

La questione della musica classica nei paesi asiatici, in particolar modo Giappone, Corea del Sud e Cina, è ormai da anni al centro dell’attenzione internazionale. Basta osservare la storia di praticamente qualsiasi grande concorso per notare un percorso affine: da completi assenti, i musicisti asiatici, si sono gradualmente affermati, scalando le classifiche fino a lambire i primi premi e, infine, conquistandone sempre di più. Particolarmente notevole è stata negli ultimi anni l’ascesa della Corea del Sud, che ha conquistato Chopin, Cliburn, Busoni e ARD nel giro di pochissimi anni. Per approfondire questo argomento, il Festival Busoni ha dedicato due giorni di Symposium alla Corea del Sud, tra concerti, documentari, tavole rotonde e ospiti prestigiosi. Il giorno dopo l’annuncio dei 27 semifinalisti del Concorso Busoni 2019, incontro il Direttore Artistico del Concorso, nonché vicepresidente della Federazione Mondiale dei Concorsi Musicali Internazionali, Peter Paul Kainrath.

  • Da ormai diversi anni sostieni che una parte considerevole del futuro della musica classica risieda in Asia. Perché?

La ragione di questa affermazione la si vede costruita in mattoni. Letteralmente. Se si viaggia in Cina o in Corea del Sud, si possono osservare delle infrastrutture che qui in Europa ci possiamo davvero sognare. Aprono un conservatorio dopo l’altro, con sale da concerto che da noi anche città di medie dimensioni hanno molta difficoltà ad avere. E ciò che stupisce di più è il non avere neanche il minimo dubbio su quanto sia importante la cultura e soprattutto l’educazione musicale per una nazione, per un popolo, per le generazioni che in futuro dovranno guidare quei paesi emergenti.

  • Perché questo accade in Asia, e soprattutto in Cina, Giappone e Corea del Sud?

Ciò che è emerso da questo simposio è una coscienza del valore culturale di ciò che viene dal passato. La conoscenza di chi può essere un Confucio e del suo pensiero, per gli abitanti del nostro presente, è molto più viva che da noi. Se chiedessi a dei giovani musicisti o a degli studenti di musica di parlarmi, non so, di Dante Alighieri o Giordano Bruno, credo che avrei ben più difficoltà. Abbiamo inoltre compreso come in questi paesi ci sia una consapevolezza molto più naturale ed articolata della necessità di ragionare in termini complessi, con la volontà di capire da dove si arriva e dove si vuole andare.

  • Fra i tre paesi menzionati, il Symposium si è concentrato non sul Giappone, realtà ormai storicamente affermatasi, né sulla Cina, realtà emergente, bensì sulla Corea del Sud. Perché?

Siamo partiti da un semplice dato: Ginevra, Busoni, Cliburn, Chopin, ARD, molti dei più importanti concorsi pianistici degli ultimi anni sono stati vinti da sudcoreani. Da questo è sorta l’idea di metterli insieme. D’altronde il Festival Busoni ha ormai sviluppato la possibilità di essere una finestra in cui invitare i vincitori di altri concorsi. Automaticamente quindi si è posta la domanda: «Perché sono tutti sudcoreani?».  E abbiamo scelto di organizzare questo appuntamento, con un documentario, con la presenza di giornalisti dalla Corea del Sud, di un musicologo giapponese, di importanti didatti e di quei pianisti. E alla fine siamo riusciti a capire magari non tutto, ma almeno quanto basta per superare il solito pregiudizio che si ferma a «Sì, sono disciplinati, studiano tanto, imitano alla perfezione, ma sono tutti uguali, non sono veri artisti». E invece credo che le posizioni artistiche dei musicisti invitati, di cui uno, Kun Woo Paik, ormai è un senior artist, abbiano mostrato quanta diversità ci sia all’interno di questa realtà nazionale. Un esempio vale per tutto: abbiamo ospitato diversi giornali, tra cui un quotidiano austriaco molto importante che poi ha pubblicato un articolo in merito. La versione online di questo articolo si è riempita di commenti, tutti sempre in quella direzione: «Ah, non abbiamo bisogno di questi pianisti» oppure «Ah, ma sono tutti noiosi», eccetera eccetera. È evidente quindi che qua c’è un pregiudizio da rompere. Se uno crede di potersi chiudere di fronte ad una realtà che è evidentemente un’altra, allora ne rimarrà fuori. E questo vale per tutto ciò che è la vita odierna.

  • Molto spesso per questi commenti entra in gioco anche una forma di nazionalismo artistico. A tal proposito sorge spontaneo una domanda: perché non ci sono stati pianisti italiani in Giuria e nel Festival?

Sono due cose distinte. Nel Festival non c’è stato nessun pianista italiano per ragioni molto semplici: da un lato abbiamo scelto di dedicarlo alla Corea del Sud, dall’altro c’è il regolare taglio del Festival con il Palco della Giuria, che fa esibire i giurati delle Preselezioni. A questi due percorsi si aggiungono il tradizionale concerto di Sokolov e quello di Anna Geniushene, parte del premio che la Junior Jury le ha conferito allo scorso Busoni. Per quanto riguarda la Giuria, invece, c’era l’idea di invitare dei giurati italiani. Però si è visto, no? Questa Giuria è stata la più giovane di tutta la storia del Busoni e credo che nessun altro concorso ad oggi sia stato così, possiamo dirlo, coraggioso da aver invitato così tanti giurati che fino a pochi anni fa erano loro stessi concorrenti. Con quest’impostazione, il panorama di pianisti italiani cui poter chiedere si restringe necessariamente e i tre pianisti contattati erano purtroppo già impegnati. Quindi mi son detto, molto semplicemente, che il Busoni è una realtà radicata sul territorio italiano, ma estremamente internazionale. E lo confermano le iscrizioni, tanti italiani, ma anche tanti coreani. L’anno prossimo, tra l’altro, ci saranno due presenze italiane al Busoni di altissimo livello. Insomma, trovo che sia una polemica che non porta da nessuna parte. Anzi, è interessante notare come il Mibact, con l’ultima riforma, abbia tolto il limite sulle nazionalità dei giurati. Storicamente, se non erro, non potevano esserci più di due membri della stessa nazionalità e, molti anni fa, dovevano per forza esserci almeno quattro italiani. Ormai si punta sempre più verso uno sviluppo internazionale.

  • Parlando di iscrizioni e semifinalisti, possiamo notare che c’è una forte presenza di cinesi e meno di giapponesi.

Già! Il Giappone era completamente sparito negli ultimi anni, ma adesso sta tornando. Alle Preselezioni abbiamo avuto sei candidati giapponesi, dopo credo tre edizioni senza nemmeno uno.

  • Perché?

Anch’io mi son posto la domanda e l’ho rivolta ai giapponesi stessi. Mi è stato detto che per la fortissima crisi economica molti meno pianisti hanno avuto modo di andare all’estero per studiare e partecipare a concorsi. Ora che questo sta cambiando, ritornano. Ed è una grande scuola, non c’è dubbio, basta sentire l’ultima concorrente delle Preselezioni, che ha fatto una prova incredibile!

  • E per quanto riguarda la Cina, invece?

Negli ultimi anni, ogni cinese di talento ha cercato di andare all’estero, di studiare con Gary Graffman a New York, come Lang Lang e Yuja Wang ad esempio, oppure in Francia o così via. Anche questo sta per cambiare, perché quei pianisti, come il nostro giurato Jie Yuan o quella fascia tra i 35 e 45, stanno tornando in Cina. Sul territorio cinese sta per nascere una scena davvero internazionale, grazie anche a quelle fantastiche infrastrutture: e questo è molto interessante.

  • Vi è una particolare sensibilità nei paesi asiatici per la musica classica occidentale e soprattutto per il pianoforte: a cosa è dovuta?

Non so se sono in possesso degli elementi per rispondere adeguatamente a questa domanda, ma il pianoforte è in assoluto in tutto il mondo uno degli strumenti più popolari. A chi ha talento permette infatti di produrre subito musica ad un certo livello, in quanto non pone il problema dell’intonazione. Questa credo sia una ragione, ma forse ce n’è una seconda. Non posso affermarlo con certezza, ma in Cina aver prodotto una star come Lang Lang, che fa quei numeri, funge cassa di risonanza, con milioni e milioni di amplificatori sulle tematiche dell’essere un pianista e del suonare il pianoforte. Non esiste una star nel violino o nel violoncello paragonabile a questo livello di popolarità. Questa è decisamente una forza trainante.

Alessandro Tommasi

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