Bergamo: il Quartetto Epos, da Haydn a Bloch con espressività e coesione

Se dovessi riassumere in poche parole indicative il concerto del Quartetto Epos di ieri sera, 1 Settembre, nella bella cornice della Chiesa di San Pancrazio in Bergamo Alta, direi: cura, espressione e coesione.

Questo quartetto d’archi nasce nel 2015 dall’unione di quattro giovani musicisti provenienti dal Conservatorio della Svizzera Italiana. Nel corso della loro formazione quartettistica – che tuttora continua, frequentando il “corso di alto perfezionamento per quartetto d’archi” del prestigioso Quartetto di Cremona – si sono avvalsi della guida di valenti musicisti come ad esempio Danilo Rossi, Kladi Sahatçi e Aldo Campagnari (alias il secondo violino del Quartetto Prometeo).

Il programma del concerto prevedeva musiche di Haydn, Beethoven e Bloch, ma, fino all’arrivo in loco, non ero a conoscenza dei brani effettivamente eseguiti.

All’entrata del quartetto, scopro che c’è qualcosa di diverso: la violista, Georgiana Bordeianu, è sostituita da Simone Gramaglia, il violista del Quartetto di Cremona citato poco sopra. E’ veramente una fortunata coincidenza, per me: ricordo, qualche anno fa, un suo concerto in duo con il bravissimo chitarrista Luigi Attademo, un concerto del quale serbo ancora meravigliosi ricordi, sia per la bellezza musicale direi totale, che per la bravura dello stesso Gramaglia, che mi aveva lasciato del tutto senza parole: un suono bellissimo, un atteggiamento di intenso calore e confidenza con il suo strumento, l’impressione che esso “parlasse” al posto delle sue labbra.

L’attacco è con il Quartetto in Si minore Op.33 n.1 di Haydn. A dire la verità non conoscevo bene questa composizione, ma sin dalle prime note mi sono reso conto dello studio profondo che si cela dietro l’esecuzione: i quattro musicisti sembrano disquisire fra di loro, a tratti divisi a paia, a tratti facendo saltellare fra loro frammenti contrappuntistici. Hanno tutti un’ottima preparazione musicale, il loro suono è sempre pulito ed intonato, chiaro ed espressivo. Da ciò si nota la cura nei confronti della partitura haydniana, l’esaltazione del valore di ogni singolo inciso, il fatto che si percepisca l’intera composizione come un’immagine dai contorni ben delineati, senza che questi siano didascalici o eccessivamente sottolineati. Nel Menuetto: Allegro di molto echeggiano ribattuti che saranno tanto cari a certi scherzi brahmsiani, come quello del Trio Op.8; mentre l’Allegro di apertura è disteso e intriso di chiaroscuri, di indeterminatezze fra tonalità maggiore e minore (tanto che, dalle primissime note, il Quartetto sembra essere in Re maggiore), di afflati, attese, e sospensioni su accordi che lasciano titubanze o qualche punto di domanda. Dopo un Andante espressivo e cantabile, il fragore del Presto conclusivo, nel tipico stile di tanti finali del compositore – presenti anche in varie sonate e divertimenti  per pianoforte – lascia senza fiato, chiudendo il quartetto senza fronzoli, quasi inaspettatamente.

Quindi è il turno del Quartetto in Fa maggiore Op.59 n.1 “Razumovsky” di Beethoven. Quartetto fra i suoi più noti ed eseguiti, scritto nel 1805, si contraddistingue per la lunghezza dell’Allegro iniziale che, illudendo con una partenza quasi “pastorale” (non mancano infatti possibili somiglianze con l’omonima sinfonia) affidata alla voce calda e profonda del violoncello prima, e più acuta del primo violino poi, conduce in differenti zone dell’immaginazione e dell’elaborazione tematica. Notevole è anche l’ampiezza dello sviluppo, che richiama sovente il primo tema – interamente o in parte –  “piegandolo” in svariati modi, o frammenti melodici dei ponti modulanti portandoli in progressione o in stile fugato.

Ma il più enigmatico movimento resta il secondo, un Allegretto vivace e sempre scherzando che, nonostante la dicitura scherzosa, ha quasi più il carattere di un “intermezzo” (un po’ come, per tornare al già citato Brahms, troveremo nel suo Quartetto con pianoforte Op.25): la propulsione e la varietà ritmica sono le fondamenta ed il motore ruggente di questo brano che, partendo ancora una volta dal violoncello solista con un ribattuto e, subito dopo, dal secondo violino come ad alludere un ironico assolo di tromba, è continuamente inatteso e imprevedibile, giocando a fare il semiserio, poi il simil-popolare, e poi ancora più lirico. Anche qui l’elaborazione tematica induce a credere che non sia uno scherzo come si è soliti concepirlo, ovvero con un trio a frattura di due aree espressive similari, ma ad un’altra forma sonata, con sviluppo e ripresa annessi.

L’Adagio molto e mesto, intriso di struggimento ed introspezione, curato meravigliosamente nelle sonorità e nei significati dal Quartetto Epos, si lega indissolubilmente al “tema russo” dell’Allegro finale tramite un trillo sospeso sulla dominante a conclusione di una lunga cadenza solistica del primo violino (eseguita molto bene da Livia Roccasalva). Ed una volta di più è il violoncello a irrompere sulla scena, con un tema dallo stesso carattere pastorale del primo tempo, ma qui il clima è indubbiamente meno disteso, rigoglia di maggiore brio ed esaltazione, quasi invitando ad una danza. Beethoven conia indissolubilmente la pagina con le sue iniziali riuscendo a sviluppare in stile imitativo anche i tasselli così “sintetici” di questo finale, e, dopo un breve attimo di pace apparente, esplode in una concisissima coda in Prestissimo, chiudendo il quartetto nel pieno enthousiasmos.

Emozionante è stato vedere come Simone Gramaglia, violista “sostituto” del quartetto – nonché loro docente, come detto poco sopra – osservasse costantemente gli altri tre musicisti e partecipasse all’esecuzione con una coesione e una comunione di intenti davvero notevole: non è stato raro vederlo eseguire la propria parte seguendo anche le restanti, partecipando negli attacchi, negli episodi omoritmici, nelle conduzioni dei discorsi musicali. Questo a riprova della validità di questo musicista, e indubbiamente anche dello stesso Quartetto di Cremona, di cui egli è componente.

L’ultima, stupenda parte del concerto è rivolta a un repertorio decisamente moderno, con Ernest Bloch e i suoi Paysages, tre piccoli pezzi per quartetto d’archi, tre piccole gemme musicali dai caratteri estremamente diversi. Frequenti armonici, utilizzo della sordina e della zona del ponticello: effetti e colori assai distanti dai quartetti di Haydn e Beethoven. Il primo, intitolato North, richiama alla mia memoria le atmosfere rarefatte, quasi nebbiose di Prelude à la nuit della Rhapsodie Espagnole di Ravel, con quei tetracordi discendenti ripetuti più volte in emiolia e quello stile “a macchie” nella distribuzione del materiale sonoro, quasi sempre costituito da pochissime note (talvolta cromatismi) o minimi frammenti melodici. Quindi il secondo, Alpestre, il cui titolo rende pienamente giustizia al carattere del pezzo, ben più “materiale” ed esplicito del primo, contraddistinto da un motivo espresso più volte dalla viola sola, quasi iconico, un versetto dolce e vibrante. E infine il terzo, Tongataboo, il più rude e focoso dei tre, contraddistinto da un ritmo incessante, quasi “rumoroso”, di ribattuti, pizzicati, quinte vuote e trilli nervosi, ai quali cerca di allinearsi una idea melodica di carattere patetico e melanconico, a metà fra il carattere di un tango un po’ bizzarro e un canto popolare di quelli tanto cari a Béla Bartòk.

Il quartetto riceve calorosi ripetuti applausi ed una standing ovation che istiga a regalare ben due bis: il secondo movimento del Quartetto Op.76 n.1 di Haydn e una ripetizione ancora più infuocata del finale dell’Op.33 n.1 eseguito inizialmente.

Andrea Rocchi
(1 settembre 2018)

La locandina

Quartetto Epos
ViolinoLivia Roccasalva, Deolinda Giovanettina
ViolaSimone Gramaglia
VioloncelloUlisse Roccasalva
Programma:
Musiche di Haydn, Beethoven, Bloch

Compila il form sottostante

Prego Login per commentare

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

  Iscriviti  
Notificami