Bologna: la tomba di Fidelio

«Wer du auch seist, ich will dich retten, bei Gott, du sollst kein Opfer sein!/Gewiss, ich löse deine Ketten,/ich will, du Armer, dich befrein!» –

«Chiunque tu sia, ti voglio salvare,/per Dio, non sarai una vittima!/Si, io sciolgo le tue catene,/misero, ti voglio liberare!» –

L’essenza di Fidelio è tutta qui: Leonore non sa ancora che il prigioniero per il quale deve scavare la fossa è il marito Florestan, per lei è semplicemente un uomo che soffre una pena ingiusta ed ha bisogno del suo aiuto, che a lui sarà dato a prescindere, senza remore, gratuito.

Leonore/Fidelio agisce per amore e per giustizia come Pizzarro è al contrario mosso da sentimenti esattamente opposti; la lotta qui non è semplicemente tra bene e male, ma tra etico e immorale; Beethoven detestava l’esercizio del potere visto come prevaricazione di molti da parte di pochi e la sua unica opera è rappresentazione plastica del suo credo, che affonda le radici nel profondo del terreno illuminista.

Opera senza tempo, seppur temporalmente collocata, universale come lo sono le tragedie classiche e i drammi scespiriani, dirompente come solo gli ideali possono essere, capace di risvegliare le coscienze, celebrazione della Libertà intesa come condivisione di ideali alti e comuni.

Georges Delnon firma per il Comunale di Bologna – in coproduzione con la Staastoper Hamburg – un Fidelio di assoluta insipienza, in cui le nevrosi accentuate di ciascun personaggio non portano nulla alla drammaturgia, sminuendone anzi i fondamenti più profondi.

Complice la scena sostanzialmente fissa di Kaspar Zwimpfer – che ha almeno il pregio di poter essere riutilizzata per almeno un’altra dozzina di titoli, da Macbeth alla Principessa della czarda – l’azione è calata nell’appartamento di Rocco, presumibilmente sorvegliante di un qualche “centro di rieducazione” di quella che potrebbe essere la DDR dei primi anni Settanta del secolo scorso, visti anche i costumi di Lydia Kirchleitner.

La vetrata sul fondo mostra un bosco che muta d’aspetto nell’alternarsi delle stagioni, grazie ai video alquanto spartani di fettFILM e che è l’unico punto di contatto con l’esterno.

In questo spazio concluso, ove la parete di destra scorre aprendosi verso il centro del palcoscenico, rivelando ora uno schedario pieno di faldoni ora le brande dei prigionieri – con l’immancabile maschione nudo e di spalle perché, si sa, un culo a teatro fa sempre allegria – per mostrare infine la cella di Florestan ingombra di carte e di una macchina da scrivere che, probabilmente, rappresenta la libertà di pensiero.

Rocco, truccato come il nonno di Helmut Berger, è anch’egli proprietario di una macchina da scrivere e forse le vicende di Fidelio sono frutto della sua immaginazione, idea rafforzata dai siparietti conditi da proiezioni di frasi tratte dalla Dantons Tod di Büchner che non aggiungono nulla e finiscono per spiegare l’ovvio.
lo “scavo” dei personaggi è del tutto superficiale e anche un po’ pretenzioso, in stile “psiconalisi per corrispondenza; infastidiscono Jaquino passivo-aggressivo, Marzelline ossessionata dal suo abito da sposa e succube di chiunque, Florestan bamboccione, Don Fernando narciso e guappo.

Si salvano i due opposti, ovvero Leonore-Fidelio e Don Pizzarro, delineati con sufficiente attenzione; un po’ poco.

La direzione di Asher Fisch è snervata nei ritmi, discontinua nei tempi e blanda nelle scelte dinamiche – complice anche un’orchestra non esattamente collaborativa – e finisce per deprivare la narrazione musicale di ogni suo slancio drammatico calando il tutto in un grigiore plumbeo.

A sua parziale discolpa si deve doverosamente addurre la modestia assoluta di parte della compagnia di canto e la difficoltà evidente del coro nel destreggiarsi in un repertorio che non gli appare congeniale, che lo costringono a limitarsi al cercare di far quadrare gli equilibri buca-palcoscenico e non sempre riuscendoci.

Simone Schneider è Leonore vocalmente generosa e capace di cogliere l’essenza del personaggio, rendendola con bella varietà di accenti e meritando i consensi del pubblico.

Le fa ottima compagnia il Pizzarro sottilmente sadico di Lucio Gallo, che lavora di cesello sugli accenti e le espressioni del viso.

Tragicamente inadeguato il Florestan di Erin Caves, che canta in yankee-german e non tiene in nessun conto l’intonazione, oltre ad impiccarsi fin da subito sulle note di passaggio, così come Petri Lindroos è Rocco morchioso e tonitruante.

Sascha E. Kramer disegna un Jaquino dalla vocalità fresca e Christina Gansch tratteggia una Marzelline di discreto spessore.

Completano il cast il corretto Nicolò Donini come don Fernando e i due prigionieri Andrea Taboga e Tommaso Norelli.

Applausi convinti e meritati per la Schneider e Gallo, di pura cortesia per gli altri.

Alessandro Cammarano
(10 novembre 2019)

La locandina

DirettoreAsher Fisch
RegiaGeorges Delnon
SceneKaspar Zwimpfer
CostumiLydia Kirchleitner
LuciMichael Bauer
VideofettFILM
Personaggi e interpreti:
Don FernandoNicolò Donini
Don PizzarroLucio Gallo
FlorestanErin Caves
LeonoraSimone Schneider
MarzellineChristina Gansch
RoccoPetri Lindroos
JaquinoSascha E. Kramer
Due PrigionieriAndrea Taboga, Tommaso Norelli
Orchestra e coro del Teatro Comunale
Maestro del CoroAlberto Malazzi

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