Torino: passioni veriste al Regio
Si alza il sipario sulla nuova Stagione d’Opera e di Balletto del Teatro Regio di Torino, replicando l’esperienza di un Festival a tema, sulla scia del passato progetto di “Manon, Manon, Manon”. Il Festival Verismo, proposto quest’anno, è la chiave che apre le porte musicali del teatro lirico subalpino, con il dittico inaugurale di Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, a cui seguiranno La Bohème, nella versione di Ruggero Leoncavallo, e Iris di Pietro Mascagni. Progetto di sicuro interesse che diventa ancora più interessante se letto da vicino in un legame di concatenamento numerico: due sono i compositori protagonisti, ovvero Leoncavallo e Mascagni, quattro sono le opere eseguite, due sono i registi coinvolti, ovvero Daniele Menghini e Francesco Micheli, uno è il direttore coinvolto, il direttore musicale Andrea Battistoni.
La sera dell’inaugurazione porta sempre con sé quel fascino che ammalia, seduce, accarezza i presenti, sapendosi però evolvere stando al passo con i tempi: non un teatro immobile che si autocelebra e si affievolisce su sé stesso, bensì lo spazio pubblico dove vecchie e nuove generazioni si incontrano, dove il passato, il presente ed il futuro si siedono uno accanto all’altra per vivere, ognuno a modo suo, dell’arte di cui necessitiamo per riempire le nostre anime, i nostri pensieri, e perché no, i nostri corpi, così spesso oggetto della crudità di questo mondo.
Crudezza che, in realtà, ritroviamo in scena attraverso la narrazione dei due melodrammi, vicende diverse ma unite in quell’umanità passata che è ancora presente. E nell’unione si impronta anche questo dittico inaugurale: se i registi si alternano nel costruire la propria visione delle opere chiamati a curare, uguale è parte del team creativo che gli accompagna nella scenografia e nella drammaturgia. Ci guidano così in questo viaggio la sacralità dei luoghi, dei costumi, delle persone, poiché sia Cavalleria Rusticana che Pagliacci si svolgono in tempi di fede. La Santa Pasqua è lo sfondo di Cavalleria, facendo riecheggiare nella testa di molti quel famoso grido di dolore “A te, la Mala Pasqua!” che evidenzia quanto la religiosità dei tempi sia connessa all’umanità di coloro che vivono i tempi stessi.
È così infatti che il regista Daniele Menghini, con il supporto drammaturgico di Michele Panella, vede ed inscena l’opera di Mascagni: il tempo pasquale accompagna l’evolversi degli eventi, avendo per costante una struttura fissa montata su pedana rotante, funzionale al susseguirsi delle vicende.
Menghini sceglie di accentuare la dimensione rituale e religiosa dei fatti, attraverso immagini legate alla Pasqua, alla Passione e alle tradizioni popolari. Le scene di Davide Signorini e i costumi di Nika Campisi costruiscono un universo visivo ricco di simboli, nel quale il sacro si intreccia con la violenza delle passioni umane. Una lettura che offre spunti suggestivi, pur rischiando talvolta di sovrapporre l’apparato figurativo alla cruda essenzialità del dramma verghiano.
Protagonista tra i protagonisti, la direzione di pregiatissimo livello di Andrea Battistoni lo eleva a indubbio trionfatore della serata, potendo vedere dalla sua bacchetta e dalle sua mani grondare il sudore musicale che qualifica il repertorio verista. Battistoni, in Cavalleria rusticana, mette in risalto la ricchezza della partitura, alternando tensione drammatica, slanci melodici e momenti di intensa introspezione. Particolarmente significativo è l’Intermezzo, nel quale l’orchestra restituisce una sospensione lirica che sembra preannunciare l’inevitabile catastrofe. In Pagliacci, invece, viene accompagnato il dramma con una direzione attenta alle tensioni della partitura e ai contrasti dinamici, sostenendo i momenti corali e le improvvise accelerazioni che conducono al tragico epilogo. Andrea Battistoni conferma quindi la propria familiarità con il repertorio verista: la sua lettura evita di ridurre le due partiture a una successione di melodie celebri e ricerca, invece, la complessità dei contrasti orchestrali, la varietà delle dinamiche e la progressiva intensificazione del dramma.
L’Orchestra del Teatro Regio offre il suo contributo determinante, esibendo sonorità sì impetuose ora, sì delicate poi, non sempre assecondando al dettaglio le dinamiche dettate da Battistoni, rendendo comunque, complessivamente, un’esecuzione di gran qualità. Impeccabile, fiero, maestoso e splendente è il Coro, preparato da Gea Garatti Ansini, nel suo svolgere un ruolo assai fondamentale, ovvero restituire il peso della collettività: una presenza che osserva, accompagna e, in qualche modo, condiziona le scelte dei protagonisti, con una resa vocale di impeccabile livello.
Sul piano vocale, Ekaterina Semenchuk affronta Santuzza con intensità e generosità espressiva, dando corpo alla sofferenza di una donna respinta e umiliata, risultando tuttavia talvolta estranea allo sviluppo drammaturgico della vicenda: voce imponente, sonora, che non sembra ancora scontare i ruoli e il repertorio affrontati in una già lunga e preziosa carriera. Accanto a lei, il Turiddu del tenore SeokJong Baek si mette in mostra per una voce notevole, fresca, ricca di suono ma talvolta avara di colori e di accenti, con l’auspicio che possa esservi ancora la necessaria forgiatura per restituire un’interpretazione sì di qualità ma mancante di quella “sicilianità” verace. Altrettanto interessante è la voce di Ariunbaatar Gambaatar, baritono mongolo che non sembra patire la spola Torino – Parma (dove è in scena con Nabucco al Festival Verdi), passando attraverso due città e due repertori, dando invece prova di tempra vocale, incisività scenica e sicurezza interpretativa. Una voce ampia, intonata, con una ricerca di intenzioni che caratterizzano la gelosia e la rabbia di Alfio unite ad un’interpretazione drammatica ragguardevole. Difficile giudicare la prova della Mamma Lucia di Elena Zilio, artista a cui non resta che prostrarsi per costanza, integrità vocale ed interpretativa, portando ancora in scena quel modo di fare il melodramma “come una volta”, integrandosi nell’evoluzione dei tempi. Applausi. Completano il cast rusticano la Lola del mezzosoprano Veta Pilipenko, vocalmente precisa e puntuale negli interventi previsti, insieme alla voce del mezzosoprano Maria Di Mauro.
Con Pagliacci, il clima cambia, ma non diminuisce la tensione. Se Mascagni racconta una tragedia radicata nei codici sociali di una comunità rurale, Leoncavallo porta in primo piano il rapporto ambiguo tra finzione scenica e verità emotiva. La compagnia di artisti girovaghi guidata da Canio è il luogo in cui il gioco teatrale si trasforma progressivamente in un dramma reale, vivendo in quel tempo religioso di Ferragosto, ovvero la Festa dell’Assunta. Il celebre Vesti la giubba rappresenta il cuore psicologico dell’opera: Canio deve indossare i panni del pagliaccio e divertire il pubblico mentre la gelosia e il dolore lo consumano interiormente. La maschera non nasconde più soltanto un personaggio, ma diventa il simbolo della frattura tra ciò che si mostra agli altri e ciò che si vive nel profondo.
Francesco Micheli affronta questa complessa sovrapposizione attraverso una dimensione circense e metateatrale, sviluppando il dialogo tra spettacolo e realtà. L’impianto scenico, condiviso appunto con Cavalleria rusticana, crea continuità visiva fra le due opere, anche se l’abbondanza di simboli e di elementi scenici può talvolta sottrarre spazio alla concentrazione sui personaggi e sulla loro progressiva disgregazione emotiva. Giada Masi crea dei costumi “bestiali”, richiamando quelle bestie sottomesse ad padrone, così come i girovaghi sono sottomessi a Canio, pagliaccio-padrone che nulla tollera e nulla perdona, mentre è Matteo Ceccarelli a coordinare i movimenti coreografici. In entrambe le opere, ottimo è l’apporto di Gianni Bertoli alle luci, sapendo ben assecondare le scelte registiche in un immaginifico dialogo con le scene sacrali e popolari in atto.
La Nedda di Carolina López Moreno è interpretata con temperamento e slancio, seppur manchi quel mordente, soprattutto nella voce, che è indubbiamente di bel colore lirico, ma alle volte avara di quella drammaticità che è necessaria alla parte. Il tenore Martin Muehle, tornato a Torino dopo la Tosca conclusiva della precedente stagione, affronta Canio facendo leva su una voce robusta e sonora, seppur ormai avara di colori, facendo emergere le primavere passate. Spicca, come già detto per Cavalleria Rusticana, il baritono Ariunbaatar Ganbaatar nel ruolo di Tonio, autorevole nel Prologo e dotato di una presenza vocale nitida che lo conferma tra i protagonisti della serata. Matteo Mezzaro è un Peppe vocalmente efficace, dal suono squillante e con quella leggerezza che sa farsi strada all’interno del dramma più profondo, mentre il Silvio di Joshua Hopkins, “angelica” vittima della gelosia di Canio, mette in mostra una vocalità brunita e precisa. Completano il cast con i loro puntuali ed incisivi interventi il baritono Lorenzo Battagion e il tenore Leopoldo Lo Sciuto.
Traiamo così la sintesi di una serata di alto livello artistico, dove lo spettacolo trova la propria ragion d’essere nella vitalità delle partiture, nella qualità del lavoro orchestrale e nella forza dei conflitti drammatici. Mascagni e Leoncavallo si confermano capaci di parlare al pubblico contemporaneo mostrando quanto siano fragili i confini tra amore e possesso, dignità e orgoglio, rappresentazione e verità. Il dittico in scena al Teatro Regio lascia così emergere un’immagine del verismo lontana da qualsiasi nostalgia folkloristica: un teatro delle passioni estreme, nel quale la musica non si limita a raccontare la tragedia, ma la rende fisicamente presente, fino a trasformare il palcoscenico in uno specchio inquietante delle contraddizioni umane.
Buona la Prima, la Stagione del Teatro Regio di Torino ha avuto inizio!
Leonardo Crosetti
(15 settembre 2026)
La locandina
| Cavalleria rusticana | |
| Direttore | Andrea Battistoni |
| Regia | Daniele Menghini |
| Scene | Davide Signorini |
| Costumi | Nika Campisi |
| Movimenti coreografici | Marco Caudera |
| Luci | Gianni Bertoli |
| Drammaturgia | Michele Panella |
| Personaggi e interpreti: | |
| Santuzza | Ekaterina Semenchuk |
| Turiddu | SeokJong Baek |
| Alfio | Ariun Ganbaatar |
| Lucia | Elena Zilio |
| Lola | Veta Pilipenko |
| Una voce | Maria Di Mauro |
| Pagliacci | |
| Direttore | Andrea Battistoni |
| Regia | Francesco Micheli |
| Scene | Davide Signorini |
| Costumi | Giada Masi |
| Movimenti coreografici | Matteo Ceccarelli |
| Luci | Gianni Bertoli |
| Drammaturgia | Michele Panella |
| Personaggi e intrepreti: | |
| Nedda | Carolina López Moreno |
| Canio | Martin Muehle |
| Tonio | Ariunbaatar Ganbaatar |
| Peppe | Matteo Mezzaro |
| Silvio | Joshua Hopkins |
| Primo contadino | Lorenzo Battagion |
| Secondo contadino | Leopoldo Lo Sciuto |
| Orchestra, Coro e Coro di voci bianche Teatro Regio Torino | |
| Maestra del Coro | Gea Garatti Ansini |
















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