Padova: Cappelletto e Scolastra raccontano un inafferrabile e inatteso Chopin
“Da quale angolo del mondo, improvvisamente, è apparso Chopin? Una vita così breve; eppure, una traccia inconfondibile” … Una traccia che ha segnato profondamente il racconto di Sandro Cappelletto, iniziato con queste parole e con le note del pianoforte di un Marco Scolastra nei panni di Chopin.
Una domenica mattina in un Auditorium Pollini, non tutto esaurito ma quasi, una delle voci radiofoniche più amate dal pubblico di Rai Radio 3, quella di Sandro Cappelletto, ha trasformato il palco della sala padovana in una sala di registrazione della Rai, immergendo il pubblico in un racconto denso ed emozionante.
Dove finiva la musica iniziavano le parole, che si intersecavano a loro volta con i brani in programma in un continuo e ininterrotto fluire, a disegnare lo sfuggente e suggestivo ritratto del grande compositore polacco.
Con una straordinaria capacità narrativa, Cappelletto e Scolastra sono riusciti a creare un unico grande racconto fatto di musica e parola, incastrando i brani come fossero i pezzi di un puzzle all’interno del testo in un ingranaggio perfetto. Le pause e i respiri si confondevano e la parola prendeva origine dagli accordi, inserendosi con naturalezza nella partitura, quasi fosse stato lo stesso Chopin a pensarla inserita in quel preciso istante.
Ad aprire il racconto musicale, i primi accordi dell’Introduzione al Krakowiak op. 14, Grande rondò da concerto per pianoforte e orchestra, in cui l’elemento nazionale appare nella sua freschezza primitiva, composto da uno Chopin diciottenne tra il novembre e il dicembre del 1828. Nelle sue pause si è inserita la voce di Cappelletto, evocando fin da subito l’enigmatica figura del poeta del pianoforte: un artista timido e riservato, che detestava suonare davanti al grande pubblico e per il quale fare musica significava creare un rapporto intimo tra sé, lo strumento e chi gli era vicino. Uomo affascinante e sfuggente, legato alla sua terra polacca che sarà costretto ad abbandonare ma che continuerà ad evocare nelle sue pagine più commoventi, come la Mazurka in fa minore op. 7 n. 3 e la Mazurka in la minore op. 17 n. 4. Eseguite da Scolastra quasi a sottolineare le parole di Cappelletto, queste ultime hanno dipinto il ricordo dei primi anni dell’artista e della sua partenza verso Vienna e Parigi.
“Sei nato in terra polacca: che il tuo talento diventi famoso ovunque. Quando sarai sulle rive del Danubio, della Sprea, del Tevere o della Senna, la tua musica che commuove canterà la Mazurca che così tanto ami. Anche se parti per paesi stranieri, il tuo cuore rimane con noi”.
È un percorso che si innesta in un itinerario narrativo, biografico ed esistenziale incentrato sulla figura e sulla musica di Chopin. Se la narrazione segue un rigoroso ordine cronologico, la musica le si accosta seguendo un filo conduttore che viaggia sull’onda delle emozioni: un viaggio di sola andata che lo porterà lontano per sempre dalla sua patria, la cui memoria resterà costante nel suo cuore e nella sua produzione, mentre ne seguirà le vicende politiche da lontano.
“E io sono qui, con le mie mani nude, soffro sul pianoforte, mi dispero… Ma a che cosa serve? Dio, sconvolgi la terra! Che idioti gli uomini di questo secolo!”: questo il grido disperato che Chopin affida al suo diario letto con enfasi da Cappelletto, al quale si sussegue, con irruenza ed impeto, come un’esplosione, l’esecuzione di Scolastra dello Studio per pianoforte op. 10 n. 12, in do minore meglio noto come “La caduta di Varsavia” o anche, secondo gli appellativi coniati da Franz Liszt, “Studio della Rivoluzione” o “Il Rivoluzionario”. Qui il turbinoso e incalzante movimento di semicrome ascendenti e discendenti della mano sinistra si contrappone ad un tema dolente ma «eroico» e la musica riflette uno stato d’animo, il moto interiore di un uomo avvilito, eppure non vinto. Un segno di drammatica ribellione quando si trova a Stoccarda mentre è in viaggio verso Parigi e riceve la notizia della violenta presa della capitale polacca da parte delle truppe zariste (settembre 1831) e del conseguente fallimento dei moti nazionalistici in cui lui stesso aveva creduto e riposto speranze.
Come in un dialogo, parole e musica si rincorrono e si ritrovano nel Preludio Op. 28 n. 6, in Si minore del 1838, conosciuto anche con il titolo apocrifo di Campane che rintoccano. Il brano è considerato da Schumann, insieme alla raccolta dei Ventiquattro preludi per pianoforte Op. 28 a cui appartiene, una serie di «schizzi, frammenti iniziali di studi o – se vogliamo – ruderi, penne d’aquila, selvaggiamente disposte alla rinfusa», ma impreziositi da una «scrittura delicata e perlacea». Pagine che mettono in evidenza come il “suo strumento prediletto ed esclusivo sarebbe rimasto il pianoforte” e come fosse rinchiuso nel “suo mondo e nella sua stanza di lavoro”, dove “diventava padrone del tempo, poteva creare senza fretta, senza obblighi, sperimentando, cercando la propria strada in libertà, da solo o con i pochi allievi prediletti, fantasticando”.
La cristallina e trasparente semplicità della Berceuse in re bemolle maggiore op. 57, pubblicata nel 1845, viene evocata dalle parole di Hector Berlioz, che tante volte lo ascoltò a Parigi: “Non ha un solo punto di somiglianza con i musicisti di mia conoscenza. Il suono del suo pianoforte giunge all’ultimo grado di dolcezza, al superlativo del piano; sfiorando appena le corde, soltanto Chopin può eseguire Chopin”.
L’eleganza del Lento con gran espressione in do diesis minore, conosciuto anche con i titoli Notturno in do diesis minore op. postuma e Adagio, scritto per la sorella Ludwika nel 1830 e pubblicato postumo nel 1875, prelude alla malattia e introduce al fascino che esercitava senza volerlo sulle signore dell’alta società quel giovane malinconico dalla respirazione eterea e raffinata, “allegro esteriormente” ma internamente logorato da un miscuglio di sentimenti oppressivi, combattuto tra la “voglia di vivere e subito dopo voglia di morire” che si sente “aspro, amaro, e tutto gli sa di sale”.
La Polonaise in si bemolle minore “Adieu! À Guillaume Kolberg”, nota anche come “Les Adieux” o “l’addio”, composta nel 1826 all’età di 16 anni, scritta in occasione del distacco dall’amico d’infanzia, possiede un carattere giovanile, malinconico e cantabile, basato in parte su temi de La gazza ladra di Rossini. Il brano ci riporta al piacere che il musicista provava per il teatro e a quel continuo richiamare i suoi allievi alla necessità di “suonare cantando”, pur non sopportando la frenesia dei teatri, la tensione delle prove, i litigi, i compromessi, tanto da non scrivere mai opere liriche.
In questa fase emerge la forza nascosta nell’apparente fragilità di Chopin: quelle opere che sono “cannoni nascosti sotto i fiori”, come le definisce Robert Schumann, secondo cui “Chopin può schiudere l’epoca di una cultura musicale universale. Ascolti la sua musica e senti scorrere qualcosa di arcaico, di vivo dentro ognuno di noi che non puoi incatenare in un confine. Chopin è polacco? Sì. È francese? Sì. È italiano per come fa cantare la melodia? Sì.” Lo stesso Schumann ci regala un’altra immagine geniale: “Chopin è «il Sarmata», l’inatteso erede europeo di questo antico popolo che cavalcava libero nelle steppe dell’Oriente asiatico. Chopin, selvaggio e raffinato, a proprio agio in campagna e nei saloni, con il contadino e con il principe, abbattendo schemi e distanze che dividono e separano.”
Il Valzer dell’Addio, Valse in la bemolle maggiore op. 69 n. 1, scritto nel 1835 per Maria Wodzińska e a lei donato con la dedica “Pour Mlle Marie” prima della loro separazione, introduce il tema dell’amore e del complesso legame con la scrittrice George Sand, pseudonimo di Amantine Aurore Lucile Dupin; segue il Prélude in re bemolle maggiore op. 28 n. 15, il “preludio della goccia”, di cui Cappelletto e Scolastra evidenziano l’insistenza pulsante e crescente, memoria del piovoso soggiorno sull’isola di Maiorca, dove è stato scritto, e dove Chopin si era trasferito con George Sand e con i due figli di lei. Quel soggiorno fu segnato oltre che dalla pioggia, anche da visioni angosciose e da allucinazioni: quei “pensieri intrusivi” emergenti dalle memorie profonde e “da antichi oscuri del passato”, scatenati dalla malattia che condurrà Chopin alla morte. E, proprio in quell’atmosfera, parevano sorgere dalla cassa del pianoforte le creature maledette delle sue visioni.
Il richiamo al doppio ritratto incompiuto del pittore Eugène Delacroix immortala la coppia Sand-Chopin: lei in abiti femminili che ricama, con il viso assorto nell’ascolto della musica che lui sta suonando. Dell’accurata descrizione del dipinto illustrata da Cappelletto resta impressa nella mente l’immagine del volto di Chopin, dove spicca il grande naso e dove si spalanca l’occhio destro con il sopracciglio alzato, come se quell’organo visivo fosse in agguato per catturare la musica.
Il Prelude in do minore op. 28 n. 20 ci accompagna lentamente verso la fine, rievocando l’ultimo concerto parigino del 16 febbraio 1848.
Infine, Wiosna (Primavera), Andantino malinconico in sol minore, secondo brano dei Sei canti polacchi trascritti da Franz Liszt dall’op. 74 di Chopin, ci riporta a casa, in Polonia, dove la sorella Ludwika riporterà il cuore dell’artista che oggi si trova incastonato in un pilastro della navata centrale della Chiesa della Santa Croce. Ludwika, coraggiosamente, seguendo le ultime volontà del fratello Fryderyk, gli fa espiantare il cuore che racchiude in una teca di cristallo con del cognac e trasporta verso Varsavia. Questo gesto proibito, che non deve venire scoperto, viene ripreso anche nel racconto Il cuore di Chopin, dalla scrittrice polacca Olga Tokarczuk, Premio Nobel per la Letteratura, che immagina il momento in cui Ludwika oltrepassa la frontiera nascondendo il cuore del fratello sotto la gonna.
Delicato appare anche il paragone tra le parole dedicate da Pasolini a Silvana Mangano e la figura di Chopin: quella “realtà della tua lontananza come una lastra di vetro fra te e il mondo” fa pensare “ a Chopin, ai suoi ritratti, a quegli occhi che sempre guardano lontano, altrove, alla sua musica inattesa che sfugge alla realtà”.
Per congedarsi dal pubblico con un sorriso, Cappelletto e Scolastra hanno proposto un bis che ha ripreso i colori e i ritmi della terra natia rimasti impressi nella Mazurka in La minore, Op. 68 n. 2 (Postuma) di Fryderyk Chopin.
Il brano è stato la naturale conclusione della lettura di un estratto dalle lettere che il giovane Chopin scriveva ai familiari da Szafarnia sotto forma di gazzetta satirica, improvvisandosi corrispondente dall’estero del Corriere di Szafarnia. In quelle lettere descriveva proprio la musica popolare e i canti contadini mazoviani che avrebbero poi ispirato direttamente la struttura stilistica, ritmica e melodica delle sue celebri Mazurche.
L’inafferrabile e inatteso Chopin, grazie alle parole di Cappelletto e al pianoforte di Scolastra, ha lasciato nell’aria e nel cuore la fragile forza di quel polacco dal grande naso. Nella mente risuonano ancora i versi del Vangelo di Matteo incisi sul pilastro della Chiesa della Santa Croce a Varsavia: “Perché là dove è il tuo tesoro, ci sarà anche il tuo cuore”.
Federica Bressan
(25 ottobre 2026)
La locandina
| CHOPIN, L’INATTESO | |
| Pianoforte | Marco Scolastra |
| Testo e drammaturgia | Sandro Cappelletto |
| Programma: | |
| Fryderyk Chopin | |
| Krakowiak op. 14 (Introduzione) | |
| Mazurka in fa minore op. 7 n. 3 | |
| Mazurka in la minore op. 17 n. 4 | |
| Etude op.10 n. 12 “La caduta di Varsavia” | |
| Prélude in si minore op. 28 n. 6 | |
| Berceuse in re bemolle maggiore op. 57 | |
| Lento con gran espressione in do diesis minore | |
| Polonaise in si bemolle minore “Adieu! À Guillaume Kolberg” | |
| Valse in la bemolle maggiore op. 69 n. 1 | |
| Prélude in re bemolle maggiore op. 28 n. 15 | |
| Prelude in do minore op. 28 n. 20 | |
| Wiosna (trascrizione di Franz Liszt) | |




Ph. Alessandro Zanon
Ph. Franco Lannino
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