Catania: i Puritani conquistati da Jessica Pratt
Ascoltare i Puritani completi, a Catania, nell’anniversario della morte di Don Vincenzo, è qualcosa che si avvicina alla congiunzione astrale, con tutti i da capo al loro posto – per cui, oltre alle prodezze vocali, soprattutto le psicologie dei personaggi sono liberate da ogni taglio mortificante – con cantabili ripristinati e stretta finale a far da ciliegina sulla cassata, con un’Orchestra eccellente (ai corni, sollecitati a più non posso, si perdona volentieri qualche piccola intemperanza), con un Coro di alto livello, con una direzione d’orchestra esemplare, quella di Fabrizio Maria Carminati, che dimostra di capire Bellini, di saperlo dominare, di non affondare nelle melodie lunghe lunghe, tanto belle quanto ingannatrici nell’apparente semplicità, ma anzi di navigarvi a fior d’acqua, con una compostezza che non manca di energia e diffonde sapienza nell’amalgamare ogni numero chiuso in un progetto unitario, con agogiche se necessario stringenti e di gran respiro teatrale, talvolta estatico (assai bella, durante il finale primo, l’antitesi tra la follia incipiente di Elvira, come sospesa, e la solennità veemente, atterrita del coro).
Allora, visto lo studio ricercato, dispiace che questi Puritani siano andati in scena al Metropolitan – il Bellini è in restauro -, teatro catanese di rivista (inaugurato da Macario), oggi di prosa e varietà, che al capolavoro belliniano va stretto, strettissimo, senza golfo mistico, con palcoscenico limitato e non superficiali problemi di acustica: perché l’impiccio non è che si senta poco, anzi che si senta troppo, troppi decibel, troppo spessore sonoro, con un’amplificazione sinceramente incomprensibile, per cui anche i pianissimo virano verso i piano, e i fortissimo esplodono col fragore di una tempesta, pur con tutti gli argini del caso. Perché è chiaro quanto il podio si sia dato da fare nel curare le dinamiche, nell’adattarle senza tradire il segno scritto, nell’equilibrare il più possibile una sintonia tra “buca” e palco difficilmente raggiungibile.
Questa acustica infelice non ha favorito un roboante Dmitry Korchak, fiume di voce e armonici, di bel colore, il cui canto, ahimè, quasi tutto al rialzo (acuti generalmente saldi, ma se cercava la smorzatura, come in A te o cara, non sempre la trovava), risultava uniforme, in un mezzo forte o forte a tratti turante le orecchie di suono troppo pieno.
Un’altra storia per Jessica Pratt, prodigiosa, perché in lei quasi si azzerava, o passava inosservata, ogni magagna acustica: ritrovare la sua Elvira dopo undici anni, dal 2015, a Firenze, ha messo in primo piano un’evoluzione artistica inaudita, tanto d’interprete, cui basta poco per mostrare un intento, un sentimento, quanto di vocalista senza confronti, tecnicamente il non plus ultra, il meglio immaginabile per Bellini; per dirne una: le variazioni, evidentemente studiate col direttore, erano colme di gusto, così l’effetto pirotecnico andava a braccetto con sfumature preziose di fraseggio e accento, sempre denso, studiato, introiettato per poi essere proiettato sul pubblico – accade che le “pazzie” risultino poco credibili: con la Pratt, invece, fin da subito, Elvira acquista uno spessore tragico persino verosimile, persa in un’oscillare senza stacchi tra la paura, la delusione, la follia.
Infatti, della regia di Renato Bonajuto a lei poco ne cale, perché è tanto interprete che la carenza non dico di idee, ma di un’organizzazione che vada oltre il concerto in costume – con abiti per altro ben fatti -, non la scalfisce: entra e la scena è già sua, una scena decorata con scenografie datate già cinquant’anni fa, e se è vero che la macchina teatrale del Metropolitan permette poco, con un palco basso e stretto, altrettanto vero è che quel poco che si vede non appaga, nemmeno nel rispetto pedissequo del libretto.
Così, sorprende la bella prova d’attore di Christian Federici, colui che, insieme alla Pratt, meglio ha sbalzato il personaggio, un Riccardo di bel timbro, omogeneo, abile nelle colorature, sgranate senza sbavature – peccato per delle tensioni in acuto, con suoni non del tutto riusciti -, fraseggiatore attento; ottima anche la prova di Carlo Lepore, Giorgio: al di là di una certa ruvidezza nel timbro, l’emissione è ancora notevole e l’artista di razza emerge con prepotenza, specie nell’accorata aria del secondo atto.
Bene il resto del cast, con una nota di merito per Anna Pennisi, Enrichetta che si vorrebbe sempre così ben cantata e cesellata.
Successo per tutti, con fuochi d’artificio per Jessica Pratt; peccato per un pubblico indisciplinato: suonerie, flash, sveglie, audio e chiamate in corso. Comunque, viva Bellini! Sempre.
Mattia Marino Merlo
(23 settembre 2026)
La locandina
| Direttore | Fabrizio Maria Carminati |
| Regia | Renato Bonajuto |
| Scene e video | Arcangelo Mazza |
| Costumi | Giovanna Giorgianni |
| Assistente alla regia | Luigia Frattaroli |
| Personaggi e interpreti: | |
| Elvira | Jessica Pratt |
| Lord Arturo Talbo | Dmitry Korchak |
| Sir Riccardo Forth | Christian Federici |
| Sir Giorgio | Carlo Lepore |
| Enrichetta di Francia | Anna Pennisi |
| Lord Gualtiero Valtron | Gaetano Triscari |
| Sir Bruno Roberton | Marco Puggioni |
| Orchestra e Coro del Teatro Massimo Bellini | |
| Maestro del Coro | Massimo Fiocchi Malaspina |












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Ph. Festival Cristofori / TwoLostVoyagers
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