Musica e scienza al Festival pianistico Bartolomeo Cristofori
Il binomio musica e scienza fa riaffiorare alla mente le straordinarie puntate di Superquark: appuntamenti gratificanti ed edificanti nei quali Piero Angela, pur mantenendo un linguaggio semplice e divulgativo, introduceva il pubblico all’ascolto musicale attraverso un rigido approccio scientifico.
Anche il Festival Cristofori ha voluto arricchire la propria offerta culturale rivolgendo uno sguardo approfondito agli aspetti più tecnici e scientifici della materia.
La prima riflessione nasce dal filo conduttore del festival, sintetizzato nel titolo Rinascita inteso come rinascita degli strumenti musicali antichi ai quali viene restituita la voce perduta, riportandoli alla vita, grazie al contributo della scienza. Da questo presupposto si sviluppa il progetto Pa.Fi.Ro., che unisce le tre città simbolo della vita di Bartolomeo Cristofori: Padova, sua città natale, Firenze, dove inventò il pianoforte, e Roma, dove oggi è conservato uno dei suoi esemplari originali.
Questo il pensiero al centro del convegno “Ridare voce: la scienza dietro al restauro” di sabato 26 settembre presso la Sala delle Edicole che ruotava intorno all’illustrare il metodo di ricerca più idoneo per restituire sonorità agli strumenti storici. È lecito sottoporli a uno “stress” meccanico rischiando di danneggiarli irrimediabilmente pur di ricostruirne la voce originaria? Quando è opportuno intervenire con un restauro funzionale e quando, invece, conviene limitarsi a un restauro puramente conservativo, ricreando il timbro d’epoca esclusivamente attraverso la tecnologia digitale?
Dalla medesima riflessione si è sviluppato l’appuntamento di domenica 27 settembre al Teatro Ruzante, aperto con la proiezione del documentario Bring a piano back to life. Il tecnico Andrea De Biasi di PianoTeam ha illustrato le delicate fasi di recupero del pianoforte appartenente a Sandro Ivo Bartoli che ha visto rinascere il proprio strumento. Lo stesso pianista, al termine del talk, ha regalato al pubblico una raffinata prova d’esecuzione. Il suo programma ha intrecciato forma musicale, reinterpretazione della tradizione e dimensione narrativa, offrendo uno sguardo di modernità sul passato, sospeso tra memoria, virtuosismo e reinvenzione formale.
L’esplorazione è partita e si è conclusa nel segno del Novecento italiano, specchio della tradizione pre-romantica, con i brani Maschere che passano di Gian Francesco Malipiero e Toccata di Alfredo Casella. Entrambi gli autori appartengono infatti alla celebre Generazione dell’Ottanta, il cui progetto culturale era volto alla riscoperta e alla rielaborazione critica della musica strumentale barocca e rinascimentale in chiave moderna e anticlassica. A questo nucleo si collega idealmente la Sonata K. 127 di Domenico Scarlatti, vero e proprio fulcro storico al quale Malipiero e Casella guardano: un linguaggio, quello scarlattiano, fatto di incastri timbrici, asimmetrie e gestualità secca, avvertito come precocemente “moderno” dai compositori del primo Novecento.
Dalla dimensione ritmica si è passati alla narrazione trascendente delle 2 Légendes S. 175 di Franz Liszt. Guardando al passato spirituale italiano (San Francesco d’Assisi e San Francesco di Paola), Liszt traduce la devozione in una ricerca timbrica e figurativa rivoluzionaria per l’Ottocento, capace di anticipare l’impressionismo di Ravel e Debussy attraverso la pittura sonora della natura. La Polonaise in sol minore di Frédéric Chopin ha rappresentato invece il richiamo alla forma classica pura, da cui i secoli successivi avrebbero preso le distanze e avrebbero reinventato. Nel suo complesso, il programma ha messo in luce — in perfetta sintonia con il concetto di restauro e recupero come rinascita — come il passato non sia un mero reperto da museo, o una nostalgia romantica, ma materia viva da decostruire e ricomporre.
Un’altra magia affascinante è stata compiuta con la ricostruzione virtuale del suono di strumenti in condizioni talmente precarie da impedire qualsiasi restauro fisico. In questi casi, la scienza e la tecnologia sopperiscono alla fragilità materiale: l’analisi matematica di forme e dimensioni ha permesso di ricreare l’acustica originaria dello strumento. Questo approccio è stato illustrato da Antonio Rodà (Docente UniPD) nell’ambito del progetto MUSA.
Particolarmente spettacolare si è rivelato il rivoluzionario e originale Neurorecital del pianista Nicolas Namoradze, introdotto dal prof. Andrea Guerra con un intervento dedicato al rapporto tra musica e cervello, che si è tenuto in Sala dei Giganti sabato 26 settembre. Diversamente da chi si aspettava di assistere a una performance in tempo reale con elettrodi applicati al capo dell’esecutore, il progetto ha mostrato i dati di un’accurata mappatura neurale svolta precedentemente dallo stesso interprete.
Pur privo di competenze mediche, il pubblico ha potuto osservare con stupore come le diverse aree cerebrali si illuminino e si attivino durante l’esecuzione musicale, modificando i propri schemi di connessione a seconda del repertorio. L’indagine ha messo in luce le differenti attivazioni neurali sollecitate dal Preludio e Fuga in Mi maggiore BWV 878 da Il Clavicembalo ben temperato di J.S. Bach, dalla Sonata n. 2 in Sol diesis minore op. 19 di A. Skrjabin, da Memories of Rachmaninoff’s Georgian Song dello stesso Namoradze, in prima esecuzione italiana, dalla sua virtuosistica trascrizione della Suite n. 2 da Daphnis et Chloé di M. Ravel.
Il programma si è posto come una straordinaria parabola sulla metamorfosi del timbro, tesa tra misticismo della luce e memoria sonora.
Il percorso ha accostato mondi apparentemente distanti attraverso un’architettura concettuale rigorosa che pareva specchiare la complessità delle sollecitazioni cerebrali: la razionalità e la stabilità luminosa di Bach si dissolvono nei paesaggi marini ed estatici di Skrjabin, per poi attraversare il filtro della memoria e le radici popolari evocate da Namoradze, fino a sfociare nelle atmosfere evanescenti e dionisiache di Ravel.
Federica Bressan




Ph. Brescia-Amisano
Ph. Cortesia SdQ Milano
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