Palermo: “Vetusta Aida”
È una Aida “Old Style” quella presentata a Palermo dal Teatro Massimo. “Old Style” per le scelte registiche, lo stile di canto, la conduzione dell’orchestra. Aida è sicuramente un’opera difficile: Verdi scrive una partitura che nasconde molte impervie pagine che sfidano e impegnano non poco sia i cantanti che i direttori di orchestra che ne dovrebbero conoscere ogni più piccola sfumatura sonora prima di cimentarvisi. Lo stesso libretto a volte ingenuo nella sua trama – l’amore contrastato tra l’egizio Radames e la etiope Aida – ma in realtà permeato di tematiche forti, di carattere politico, sociale e morale ancora oggi estremamente attuali.
Il regista Mario Pontiggia, cui la Fondazione palermitana affida la messa in scena di questa nuova produzione perde in un certo senso un’occasione: quella di usare la tradizione come spinta innovativa lavorando sulla specifica psicologica dei personaggi, su certe frasi del libretto o musicali che tratteggiano mirabilmente ogni elemento intrinseco alla natura e alle dinamiche dei diversi ruoli e soprattutto leggendo tra le righe, esponendolo, il pensiero di un Verdi ateo che disquisisce sulla valenza del potere religioso, non tralasciando anche quello politico e familiare, temi a lui cari e più volti proposti all’interno delle sue opere, basti pensare al Don Carlo ad esempio.
Pontiggia – forse pensando ad una ripresa da tourneè – preferisce la “vecchia” messa in scena: coro e cantanti fissi, movimenti estremamente limitati, in una cornice faraonica, ma altrettanto statica con fondali dipinti che tuttavia non raggiungono la squisitezza pittorica di certi allestimenti di un tempo. Per fare “rivivere” la sua tradizione si affida a Antonella Conte per le scene, Andrea Ledda per le luci, Ilaria Ariemme per i costumi, dove un po’ il concetto di tradizione si incrina: il lurex che avvolge le ancelle di Amneris non era certamente in uso sulle rive del Nilo ai tempi dei Faraoni, meno che meno le variopinte tuniche. I geroglifici ben altro abbigliamento ci rimandano: veli e tuniche bianche rigorosamente di canapa impreziositi da gioielli cui era preposto appunto il compito di dare colore e luce.
Certamente Pontiggia si scontra con produzioni di Aida che ben altra storia hanno fatto, su tutti quelle di Zeffirelli, ma forse incentrare la sua visione registica sulla ricostruzione di un Egitto più vicino alle testimonianze e alle fonti storiche sarebbe risultato più interessante e apprezzabile proprio per il lavoro di ricerca effettuato. Il risultato è invece un Egitto un po’ posticcio più da operetta che da opera all’interno del quale gli interpreti non sanno come muoversi.
E dire che aveva materia su cui lavorare essendo tutti gli interpreti ben adusi alle messe in scena di Aida: sicuramente Maria Josè Siri, o Carlo Sgura – più volte ascoltati in Arena a Verona – ma anche Daniela Barcellona. Eppure, i loro Aida, Amonasro e Amneris erano come se fossero interpretati per la prima volta: più attenti all’emissione, al porgere la voce, che non al fraseggio, ai colori delle frasi, alla stessa psicologia dei personaggi. Il loro era un canto tutto uguale, senza sfumature particolari, piatto e in un certo senso quasi in simbiosi con la stessa mancanza di emozione che imponeva l’intero allestimento. Volontà della regia? Incapacità personale? Nondimeno, Carlo Sgura ha abituato a ben altri Amonasro: subdoli, feroci; non certo il pavido semplice padre di Aida che quasi si pente dopo avere proferito la terribile frase “Non sei mia figlia! Dei Faraoni tu sei la schiava!”.
La stessa Siri, seppur lontana vocalmente dalla drammaticità che necessita il ruolo, ha più fedelmente interpretato questa donna che non riesce a vincere i soprusi del padre e della rivale, che si affida sempre ad una pietà del Cielo e degli dei, che però non giunge se non sotto forma di una morte lenta, anche se al fianco dell’uomo che ama. Uomo che nel panorama dei tenori verdiani è forse il più misero perchè sin dall’inizio dimostra di non avere alcun carattere: abbagliato dalla gloria, dalla fama, non riesce a decidersi. L’unica volta che lo fa, paga con la vita. A dare voce nel primo cast è il tenore siciliano Angelo Villari, il quale sfoggia anch’egli un “old style” nel canto ma forse, proprio per questo vince in parte la sfida. Il suo è un canto generoso aperto, tutto portato in avanti e di testa: un tenore d’altri tempi o di vecchia scuola. Certo manca la caratterizzazione del personaggio, ma in fondo Radames è il ruolo forse meno sfaccettato. Certo sarebbe stato preferibile una “Celeste Aida“, più sognante, sussurrato, timoroso, ma il vecchio stile include anche il “tutto forte”. Queste raffinatezze o cesellature dovevano essere curate dal direttore Daniele Callegari che però non è andato oltre una metronimica – anhce se a volte rallentata – esecuzione della partitura lasciando libera l’orchestra del Massimo di esprimersi a volte anche un po’ troppo entusiasticamente nel “forti” e “fortissimi”.
Sulla stessa linea sostanzialmente anche gli interpreti del secondo cast – Alessandra di Giorgio nel ruolo del titolo, Armaz Darashvili (Radames), Devid Cecconi (Amonasro), forse più partecipi e meno statici, ma pur sempre sul genere statuine. Su tutti svetta la Amneris di Valentina Pernozzoli che oltre a sfoggiare un timbro bruno omogeneo, cupo abbastanza, da tratteggiare la perfidia della figlia del Faraone, ne caratterizza perfettamente sia i momenti lirici, come quelli rabbiosi e intensi, salendo con precisione laddove la partitura lo richiede.
Completavano entrambi i cast Giovanni Battista Parodi nei panni del Gran Sacerdote Ramfis, Manuel Fuentes in quello del Faraone. Bene la prova del Messaggero, Andrea Schifaudo e della Sacerdotessa Anna Ryabenkaya, e del Coro del Teatro Massimo. Le coreografie erano di Luigia Frattaroli – particolarmente allusiva quella degli Uccelli del Paradiso che intrattengono il gineceo di Amneris – eseguite da elementi del Corpo di Ballo del Teatro Massimo.
Il pubblico ha salutato con entusiasmo, partecipando vividamente all’esecuzione, specialmente durante la Marcia Trionfale intonandone le note o seguendo il ritmo battendo i piedi sull’impiantito della sala, segnando così il successo della produzione.
Laura Donato
(26 e 27 maggio 2026)
La locandina
| Direttore | Daniele Callegari |
| Regia | Mario Pontiggia |
| Scene | Antonella Conte |
| Costumi | Ilaria Ariemme |
| Luci | Andrea Ledda |
| Coreografia | Luigia Frattaroli |
| Personaggi e interpreti: | |
| Aida | Maria José Siri / Alessandra Di Giorgio |
| Amneris | Daniela Barcellona / Valentina Pernozzoli |
| Radamès | Angelo Villari / Armaz Darashvili |
| Amonasro | Claudio Sgura / Devid Cecconi |
| Ramfis | Giovanni Battista Parodi |
| Il Re dell’Egitto | Manuel Fuentes |
| Un messaggero | Andrea Schifaudo |
| Sacerdotessa | Anna Ryabenkaya |
| Orchestra, Coro e Corpo di ballo del Teatro Massimo | |
| Maestro del Coro | Salvatore Punturo |
| Direttore del Corpo di ballo | Jean-Sébastien Colau |














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