Parma: Ensemble Prometeo, tracce d’avanguardia in spazio barocco
Ruolo e peso dei luoghi della musica dal vivo è ampiamente riconosciuto, non solo sul fronte della qualità acustica, ma anche su quello della loro attitudine ad influenzare la percezione emotiva di chi ascolta come la qualità della performance. Che siano teatri, sale da concerto, stadi, club, piazze, ogni luogo della musica non è mai un contenitore neutro, mette in gioco propri caratteri specifici che la condizionano. Questa premessa, per la mia prima volta al Teatro Farnese di Parma per uno degli appuntamenti di Traiettorie 2026, Rassegna Internazionale di Musica Moderna e Contemporanea giunta alla sua trentaseiesima edizione.
Come si fa a non emozionarsi, passare sotto quelle trame lignee, che profumano di una primordiale illuminazione ecologica, per poi veder svelata quella meraviglia. Una cavea semicircolare che ti accoglie, quasi ti abbraccia, con le gradinate libere, colonne dipinte, dorature, statue e nicchie. Gli esperti ci parlano di …una grande macchina scenica barocca…ok, ma ci pare anche attuale considerando la sua lungimirante multifunzionalità.
Quale luogo migliore allora, più visionario di questo, per proporre repertori che hanno guardato oltre rivoluzionando, nel secondo Novecento, la musica, il modo di pensarla, di proporla, di ascoltarla: composizioni di Pierre Boulez (1925-2016), John Cage(1912-1992), Morton Feldman (1926-1987) ed Elliot Carter (1908-2012). Sul palco, in questa scenografia unica, l’Ensemble Prometeo con la direzione di Marco Angius.
Boulez…l’enfant terrible… l’autore di «Schönberg è morto »(1952), proclama che fece scalpore, che oggi potremo affermare, con maggiore distacco, ognuno ha interpretato come ha voluto. In sintesi, quell’articolo – necrologio ci diceva che se è vero che Schönberg ha rivoluzionato la struttura musicale (si passa da quella tonale a quella seriale), non è stato capace di portare fino in fondo le potenzialità di quel metodo. Insomma, una rivoluzione a metà. Comunque la si legga quella dichiarazione ha accompagnato il francese per tutta la sua carriera come una patente di credibilità. L’Ensemble Prometeo proponendoci Derive 1 (1984) per flauto, clarinetto, violino, viola, violoncello, pianoforte e percussioni, ci parla di un Boulez maturo, molto impegnato nella direzione d’orchestra come nella ricerca tecnologica con l’IRCAM. Una fase significativa proprio perché l’attività compositiva di quegli anni non è più centrale, fa parte di un ventaglio più ampio di stimoli creativi e pare smussare alcuni spigoli, dogmatismi, del Boulez giovanile. La composizione è un breve cammeo sonoro. Si mantiene, scorre su una tensione interna costante, vibra di colori e risonanze, in una trama trasparente e misteriosa che potrebbe evocare Debussy, suo grande idolo. La complessità bouleziana, la radicale spinta propulsiva giovanile si stempera in un andamento meno criptico, più fluido e leggibile, mai superficiale sempre problematico disegnato in una drammaticità rarefatta. L’ensemble, con la guida attenta e passionale di Angius, ci mette molto del proprio, esaltando i movimenti interni all’opera, le sfumature, la ricchezza timbrica.
Potremo far aderire la lettura di Seven (1988) per flauto, clarinetto, violino, viola, violoncello, pianoforte, percussioni di Cage, alla stessa riflessione introduttiva riservata a Boulez di Derive: opera matura, meno provocatoria delle sue precedenti, più rarefatta e meditativa, ma così andremo poco lontano. I presupposti culturali del francese e l’americano sono ben diversi, lì, da quelle radici che i percorsi non risultano sovrapponibili. Cage, personaggio anarchico, irriverente, forte della lezione di Ives, si è sempre mosso per affermare la propria identità e non rimanere schiacciato dal peso della tradizione europea. In Seven il compositore americano esplicita, in una scrittura essenziale, questa linea traducendola nel delicato equilibrio, ricavato all’interno di una struttura definita, delle libertà espressive dei singoli esecutori. Questa fusione crea un’ambiente di instabilità dove emergono atmosfere meditative, indeterminabili per l’assenza una vera e propria traccia narrativa. L’ensemble accentua questi aspetti nella scelta del direttore di lasciare soli i musicisti sul palco, di non condizionarli con il gesto, lasciarli liberi di esplorare, esplorarsi.
Morton Feldman, che tutti chiamavano Morty, ha sempre esagerato. Alto un metro e ottanta, pesava quasi centocinquanta chili, ha scritto composizioni che durano più di sei ore, fumava come due turchi. Mettiamo nel conto anche i suoi giudizi al vetriolo riguardo alla generazione di Darmstadt la sua passione per i tappeti, soprattutto la loro trama che gli ispirava partiture uniche, come l’amicizia con artisti visionari come Pollok, Rauschenberg, Rothko. Ma soprattutto Feldman ha poeticamente esagerato nella dilatazione a dismisura del concetto di tempo-spazio in un ambiente sonoro quieto, immobile, diafano. The viola in my life 1 (1970), ciclo diviso in quattro parti nel quale Feldman tornò alla notazione tradizionale, può richiamare Rothko Chapel ma qui l’estrema rarefazione non raggiunge quei livelli mistici, più realisticamente ci regala un’ intimità sublime che la dolcezza di una viola un po’ introversa rende magicamente. Il lavoro pullula di micro-vite interne, movimenti impercettibili, esplorazioni, slittamenti, memorie, che evaporano velocemente, non ti danno il tempo di gustarle fino in fondo, ti trovi smarrito nel silenzio. L’Ensemble Prometeo su questa fragilità ci dà una magistrale prova di condivisione emotiva, cura protettiva del dettaglio, contemporaneamente anche di un pregevole controllo di tutti i materiali messi in gioco.
…il carattere della società e della cultura americana è talmente diffuso e confuso che è pressoché impossibile applicare l’etichetta di americano ad un compositore… Questa affermazione di Elliot Carter in una intervista, il suo periodo di studi parigini, come la fuga nei deserti dell’Arizona per isolarsi da una certa invadenza urbana della sua New York, ci dicono molto sulla sua collocazione nel Novecento musicale. Il suo antinazionalismo non cancella però profondi legami di appartenenza culturale, soprattutto con l’energia pionieristica di Ives. Con Triple duo (1982-1983) a Parma si comprende come le marcate articolazioni ritmiche lo identifichino subito rispetto alle tracce compositive appena ascoltate. La sua attrazione verso i poliritmi, si traduce in uno scenario, una pluralità di voci che si rincorrono in un teatro strumentale, un montaggio di materiali sonori che se richiede un alto tasso di virtuosismo non cade mai in freddezze formali. Anzi si può dire che in Triple duo Carter, nel confronto degli opposti, garantisca una costante narrazione piacevole, tra il folclorico e il jazzistico, dove gli strumenti mettono in gioco un proprio colore, un gesto ludico, lontano dall’accademia.
Paolo Carradori
(19 maggio 2026)
La locandina
| Ensemble Prometeo | |
| Flauto | Giulio Francesconi |
| Clarinetto | Michele Marelli |
| Violino | Grazia Raimondi |
| Viola | Carlotta Libonati |
| Violoncello | Michele Marco Rossi |
| Pianoforte | Ciro Longobardi |
| Percussioni | Simone Beneventi |
| Direttore | Marco Angius |
| Programma; | |
| Pierre Boulez | |
| Dérive 1 | |
| John Cage | |
| Seven | |
| Morton Feldman | |
| The viola in My Life 1 | |
| Elliot Carter | |
| Triple Duo | |














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