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Pioggia di petali per l’ultimo castrato

Arias for Velluti

Franco Fagioli, Stefan Plewniak, Orchestre de l’Opéra Royal de Versailles

Londra, St Martin-in-the-Fields, 13 giugno 2026

L’ultimo castrato in senso stretto fu con ogni probabilità Alessandro Moreschi, scomparso nel 1922. Giovanni Battista Velluti, la voce che indusse una schiera di compositori dell’Ottocento a scrivere ruoli espressamente per lui, merita a pieno titolo un’altra definizione: quella dell’ultimo castrato per ascoltare il quale valesse la pena pagare il biglietto. Il controtenore Franco Fagioli ha inciso l’anno scorso con Stefan Plewniak e l’Orchestre de l’Opéra Royal de Versailles un album, The Last Castrato: Arias for Velluti, che raccoglie una parte di questo repertorio, e ora porta il programma in tournée. Il 13 giugno l’ha proposto nella chiesa settecentesca di St Martin-in-the-Fields, a Londra.

Insolitamente, i musicisti sono entrati e usciti dal palco suonando una Marcia di Lully, che ha scaldato l’orecchio del pubblico e diffuso subito un’onda di simpatia. Il concerto si è aperto con la Sinfonia dal Tancredi di Rossini (1813), eseguita in piedi secondo la miglior prassi barocca. Sono seguiti cinque estratti d’opera che hanno messo alla prova solista e orchestra fra emozioni estreme e repentini cambi di andamento e di clima.

L’aria di Decebalo Ah se mi lasci o cara, dal Traiano in Dacia di Giuseppe Nicolini (1762-1842), con il suo fluttuante obbligato di clarinetto, ha preceduto la scena di Lotario Qual mi circonda e agghiaccia, dall’Attila di Paolo Bonfichi (1769-1840), e poi, ancora di Nicolini, la scena e rondò di Vitekindo Ecco o numi compiuto, dal Carlo Magno. Il vibrato ampio di Fagioli può non incontrare il gusto di tutti e trova la sua resa migliore nel recitativo accompagnato con leggerezza. Questa è musica che il controtenore argentino sembra nato per cantare. Formatosi nella tradizione belcantistica e, in patria, come attore, ha offerto dizione limpida come cristallo, slancio drammatico e tecnica virtuosistica impeccabile lungo un’estensione di tre ottave, passando dal dolore al dubbio fino all’esaltazione, il tutto intriso di quel pizzico di je-ne-sais-quoi di suprema sicurezza di sé che sembra accomunare i cantanti belcantisti.

Dopo l’intervallo è risuonata la vivace Sinfonia dell’Aureliano in Palmira di Rossini, scritta nel 1813 per la Scala con Velluti nei panni di Arsace. Un rapido «Aspetta, questa la conosco!» mi ha attraversato la mente e pochi istanti più tardi l’ho riconosciuta: Rossini la riciclò per Il barbiere di Siviglia. Il clima si è fatto cupo con la scena, aria e cabaletta di Arsace dalla stessa opera, in cui il personaggio contempla la terribile possibilità di essere lasciato dall’amata. Il timore non ha ostacolato il cantante nell’affrontare i larghi salti, marchio di fabbrica di Velluti, e le volate virtuosistiche incredibilmente rapide della cabaletta.

L’orchestra, in continuo scambio di sguardi e sorrisi, ha unito precisione, spirito ed esuberanza rossiniani, con qualche margine di miglioramento nello sviluppo dei lunghi crescendo tipici del compositore. Particolarmente pregevoli gli assoli di legni e ottoni. Lo stesso Plewniak ha scoppiettato nella scintillante Polacca, terzo movimento del Concerto per violino op. 3 n. 1 di Pierre Rode, con virtuosismo paganiniano e piglio brillante, camminando per il palco come a suggerire che le raffiche di semicrome fossero ordinaria amministrazione. Sarebbe bello ascoltarlo nell’intero lavoro.

In chiusura, la cavatina di Andronico Dove m’aggiro dall’Andronico di Mercadante, culminata in una gioiosa sezione finale in cui una quantità inverosimile di note è piovuta come petali al vento.

Due i bis: una cabaletta dalla Semiramide, scritta in realtà per mezzosoprano, e l’Alleluja dall’Exsultate, jubilate K 165 di Mozart. Qui orchestra e solista hanno cambiato voce, dall’autocompiacimento romantico all’eleganza classica, e le volate di semicrome di Fagioli si sono trasformate da petali in caduta a limpidi rivoli d’argento in regolare cascata. Il pubblico, di nuovo entusiasta, ha lasciato partire persino qualche «Bravo», segno di una platea scaldata fino a un’esultanza assai poco britannica.

Fiona Hook

Testo originale in inglese

Arias for Vellutti

Franco Fagioli/Stefan Plewniak/ Orchestre de l’Opéra Royal de Versailles

St Martin in the Fields, London

12th June 2026

Giovanni Battista Vellutti cannot be described as the last castrato, that honour probably belongs to Alessandro Moreschi, who died in 1922. But as the voice that inspired a raft of early 19th-century opera composers who wrote roles especially for him, he probably merits the title of the Last Castrato You’d Pay To Hear. Countertenor Franco Fagioli together with Stefan Plewniak and the Orchestre de l’Opéra Royal de Versailles released an album, Music for Vellutti, featuring some of this repertoire last year, and are now touring the programme. On June 12th they brought it to the 18th-century church of St Martin-in-the-Fields in London.

Unusually, the orchestra entered and left playing a March by Lully, warming up our ears and creating a wave of goodwill. They started with the Sinfonia from Rossini’s 1813 opera, Tancred, standing up to perform in proper baroque fashion. There followed five opera extracts showcasing both soloist and orchestra in extremes of emotion and rapid changes of speed and mood.

Decebalo’s aria ‘Ah se mi lasci o cara’ from Traiano in Dacia by Giuseppe Nicolini (1762-1842) with its rippling clarinet obbligato was followed by Paolo Bonfichi’s (1769-1840)  Atila –  Lotario’s scene Qual mi circonda e agghiaccia and more Nicolini –  Vitekindo’s scene and rondo Ecco o numi compiuto. Fagioli’s wide vibrato may not be to everyone’s taste, but it was most effective in the lightly accompanied recitative. This is music the Argentinian countertenor was born to sing. Trained in the bel canto tradition, and as an actor in his home country, he brought glass-clear diction, dramatic flair and flawless virtuoso technique throughout a three-octave range to the music, as he swung between sorrow, doubt and exaltation, all imbued with that little je-ne-sais-quoi of supreme self-confidence which all bel canto singers seem to bring to their work.

After the interval we had the lively Sinfonia from Rossini’s Aureliano in Palmira, written in 1813 for La Scala and featuring Velluti as Arsace. This prompted a swift  “Hang on, I know this!” Seconds later I identified it – Rossini recycled it for Il barbiere di Sivigla. Darkness followed with Arsace’s Scene, Aria and Cabaletta from the same opera, where the singer contemplates the dread possibility of his love leaving him – fear which did not impede his ability to tackle Vellutti’s trademark wide leaps and unbelievably swift virtuoso runs in the Cabaletta.

The orchestra, constantly exchanging glances and smiles, combined precision with Rossinian wit and exuberance, even if the composer’s trademark long crescendi could have been better developed. The woodwind and brass solos were particularly fine. Plewniak himself crackled through the dazzling Polonaise third movement from Pierre Rode’s Violin Concerto Op.3 No.1 playing with Paganinian virtuosity and panache, while walking around as if to suggest that the flurries of semiquavers were all in a day’s work. It would be good to hear him in the whole work.

Finally, we heard Mercadante’s Andronico’s Cavatina Dove m’aggiro from Andronico culminating in a joyous final section where an unfeasibly large number of notes rained down like falling petals.

We were treated to two encores, a cabeletta from Semiramide, actually written for a mezzo soprano and the Alleluia from Mozart’s Exultate Jubilate K165. Here orchestra and singer switched voices from Romantic self-indulgence to Classical elegance, and Fagioli’s semiquaver runs changed from falling petals to evenly cascading silver streams. The audience was again delighted. There were even cries of “Bravo” from an crowd warmed to a very un-British display of delight.

Fiona Hook

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