Samson et Dalila: storia, mito, drammaturgia (Parte Prima)

I volti sfuggenti della Straniera

Maudit soit le sein de la femme
Qui lui donna le jour!
Qu’enfin une compagne infame
Trahisse son amour!

Rapida e fatale, la maledizione del Sommo Sacerdote di Dagon colpisce nel segno. Dalila, l’infame, subito compare in scena come evocata dall’abisso infernale, sicché il Vecchio Ebreo può esclamare senza esitazioni: “L’esprit du mal a conduit cette femme”. Ma chi è Dalila nella storia sacra, nel mito, nella drammaturgia? Ricominciamo ovviamente dalla Bibbia, dove il Libro dei Giudici, capitoli 13-16, narra della vita violenta di Sansone e della sua eroica morte; della sua nascita miracolosa sotto il segno di un’annunciazione angelica, della sua consacrazione a Dio fin dal ventre materno, della sua forza sovrumana che ne fa per vent’anni il campione solitario del popolo d’Israele contro i Filistei oppressori. Senza tacere i lati meno edificanti del suo carattere, come l’amore per le guasconate e le scommesse ma soprattutto l’inclinazione verso le donne del nemico, tutte rivelatasi compagne tecnicamente “infami”, cioè delatrici dei suoi segreti.

Prima la fanciulla di Timna sposata contro l’avviso dei genitori, poi abbandonata con contorno di stragi (ma senza il legale ripudio) indi ancora ricercata invano perché passata ad altre nozze con un amico di lui. Il suocero gli offre in cambio la figlia minore, ma Sansone rifiuta e si vendica con l’ennesimo eccidio di Filistei. Poi la prostituta di Gaza: questa volta l’eroe sfugge alla cattura notturna scardinando le porte della città. Infine Dalila, la peggiore di tutte. Perfino dopo la triplice evidenza del tradimento egli finisce per rivelarle il segreto che lo perderà. Vanità della propria forza fisica, compiacenza spinta fino alla dabbenaggine, stanca resa al ricatto sentimentale condito d’importuna loquacità: riconosciamo questi tipici tratti della psiche maschile, ma anche – sebbene la Bibbia non ne faccia parola – l’asservimento sessuale che mette a tacere ragione e istinto di conservazione.

Erano belle le donne filistee? Bellissime senza dubbio, di una bellezza esotica per i popoli semitici loro vicini. Senza troppi rischi possiamo raffigurarcele come la cosiddetta Petite Parisienne del palazzo di Cnosso o le fanciulle sacrificanti del sarcofago di Hagia Triada: chiare di carnagione, nasino retroussé, lunghe chiome arricciate, vesti ampie e multicolori strette in cintura, seni generosamente scoperti. Sempre la Bibbia (Amos, 9/7 e Geremia, 47/4) ci tramanda infatti che il loro popolo era giunto da Caphtor; forse Creta, o magari Cipro e le Cicladi, o tutta quest’area insieme. Quando? Diciamo verso il 1180 a.C., dopo quasi due secoli di diaspora e forse un secolo scarso prima che l’autore del Libro dei Giudici (la tradizione rabbinica vuole identificarlo col profeta Samuele) scrivesse la parola fine sul rotolo della sua epopea di stragi e anarchia tribale: “In quel tempo non c’era un re in Israele; ognuno faceva quel che gli pareva”.

Archeologia e linguistica sembrano, una volta di più, dar ragione alla Bibbia: i Filistei parlavano una forma di greco antichissimo, forse un dialetto ionico, ed eccellevano nella lavorazione del ferro. Erano però politeisti e incirconcisi, si nutrivano di carne suina e canina; insomma un concentrato d’impurità per ogni seguace della legge mosaica, peggio ancora di quei Cananei che li avevano preceduti sullo spigolo sud-orientale del Mediterraneo. Da isolani e rivieraschi qual erano, non meraviglia che il loro dio nazionale fosse Dagon: un ibrido fra uomo e pesce che i Greci assumeranno nel loro pantheon col nome di Oannes. Dio maschile e civilizzatore, ma le epigrafi trovate negli scavi di Ekron testimoniano anche di una divinità femminile detta Pytn, dea madre dalla forte carica sessuale che a Creta era nota come Potnia e a Cipro assunse i connotati di Afrodite nata dalla spuma marina. Sempre a somiglianza dei proto-Elleni, i Filistei si reggevano in una confederazione di cinque città-stato: Gaza, Ashdod, Ashkelon, Ekron e Gath, ognuna governata da un seran. Il titolo, che può avere qualche parentela col greco tyrannos, è reso dai tardi traduttori alessandrini della Septuaginta col persiano satrapoi (al plurale), mentre la Vulgata oscilla fra satrapae, reguli (reucci), e un ancor più neutrale principes.

Sono proprio questi cinque seranim, esasperati dalle devastanti azioni guerrigliere di Sansone, che avanzano a Dalila la proposta indecente: “Ingannalo e vedi in che risieda la sua gran forza e come potremmo prevalere su di lui e legarlo per domarlo; e noi ti daremo mille e cento [sicli] d’argento a testa”. Ragguagliando dalle misure familiari per i lettori dell’epoca alle nostre, uno shekel pesava in media 11,4 grammi, dunque il prezzo del tradimento equivarrebbe a 62,7 chili d’argento. Molto o poco? Ogni traditore ha il suo prezzo e Giuda Iscariota, oltre un millennio più tardi, s’accontenterà d’assai meno. Che donna era questa Dalila cui si potevano proporre simili affari? Come sempre si confrontano varie scuole di pensiero (vedi tabella sinottica nelle Foto).

All’impassibile narrazione biblica Giuseppe Flavio aggiunge una morale nello stile di Plutarco: “Invero quest’uomo merita ammirazione per la forza, il coraggio e la magnanimità al momento della morte […]. Quanto poi al farsi intrappolare da una donna, ciò si deve ascrivere alla natura umana, la quale è troppo debole per resistere alle tentazioni di quel peccato”. Con ogni sorta di amplificazioni e glosse dall’evidente connotazione misogina, l’ambigua assoluzione dello storico ebreo passato ai Romani si perpetua nella tradizione retorica dalla tarda antichità al Rinascimento. Sansone entra così in una ricca galleria di exempla negativi; eroi spinti alla rovina, a dispetto di superiori qualità fisiche e morali, dalla perfidia e/o stupidità muliebre: Orfeo, Ercole, Agamennone, Davide, Salomone, Alessandro Magno. Meretrice o meno in senso stretto, per le fonti più antiche Dalila è solo una cinica opportunista, un registratore di cassa senza affetti. Milton – e il librettista suo seguace – ne fanno una frivola damina indecisa a tutto, sicché non a torto Sansone afferma di preferire il carcere al tetto coniugale. Il vero colpo d’ala drammaturgico si deve a Ferdinand Lemaire, librettista per caso. (continua…)

Carlo Vitali

 

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