Parma: l’arcipelago di Rabaglia e Miodini
La Casa della Musica è uno dei luoghi della trentaseiesima edizione di Traiettorie, Rassegna internazionale di Musica Moderna e Contemporanea, dedicata quest’anno a Morton Feldman. Ostinati e coraggiosi a Parma! La Fondazione Prometeo e il direttore artistico Martino Traversa tirano avanti impavidi, orgogliosi ideatori di un percorso unico che prende le mosse dai confini del Novecento per arrivare ad esplorare, attraverso le avanguardie, la musica d’oggi. Territori affascinanti, quanto infidi per molti direttori artistici, che qui a Parma possono contare su un pubblico aperto e curioso, prova tangibile di come gli spauracchi della musica difficile non si allontanano negandola ma programmandola nei cartelloni.
Il duo Ivan Rabaglia violino e Alberto Miodini pianoforte presentano un tragitto che parte da Debussy per approdare a Ravel attraverso Webern, Feldman, Kurtág e Cage. Un tour imperdibile, perché non solo si riconosce nei due sicuri approdi francesi, ma attraversa un arcipelago ricco di isole lussureggianti tutte da esplorare. La Sonata n. 3 di Debussy è un affresco suggestivo per il quale spendere termini come eleganza e bellezza non ti fa apparire scontato, prevedibile, ma coerente. Se poi aggiungiamo moderno forse avremo gli elementi per comprendere appieno i caratteri di un lavoro che, tutto immerso in una nuova sensibilità musicale, non trancia di netto i legami con il linguaggio della tradizione classico-romantica, ma li elabora in una dialettica agile nel dialogo/confronto dei due strumenti. Violino e pianoforte si avvicinano, si scontrano, si allontanano, si annusano, in una scenografia sonora che più che cameristica possiede spiccati caratteri teatrali, in una scrittura vitale, mobile quanto essenziale, anche giocosa, attraversata qua e là da qualche ombra malinconica (Debussy nel 1917 è gravemente ammalato).
Non si può essere indifferenti alla singolarità della vicenda personale di Webern, dapprima classificato rigido schönberghiano, dopo la morte riconosciuto alfiere delle avanguardie del secondo dopoguerra. I quattro minuti di Vier Stücke op.7 – con lui anche la brevità assume valore compositivo – sono uno schizzo astratto e lirico, che nella rarefazione in piccole cellule della materia sonora, nelle trame timbriche, come nella gestione dei silenzi nelle dinamiche interne, ci offrono uno vero spaccato esistenziale.
La musica di Feldman pone sempre problematiche, è una continua messa in discussione del nostro ruolo di fruitori. L’ascolto è sempre una sfida. Non fanno eccezione le tre proposte del duo Rabaglia-Miodini: Projection IV, Extensions I, Vertical Thoughts II. La vicinanza alla composizione di Webern ci ricorda che il compositore americano considerava il suo spazio creativo affascinante ma troppo unidimensionale. Fu meno severo con Varèse. Con Feldman la materia sonora viene come analizzata capillarmente, le riverberazioni divengono infinite, i panorami limpidi, trasparenti in una concezione spaziale del tempo e delle durate portata alle estreme conseguenze. La scorciatoia di definirla musica minimalista, vera solo se intendiamo un minor numero di note sulla pagina, non ci aiuta probabilmente a comprenderne l’aspetto spirituale, trasmesso nella sua apparente, magica immobilità.
Ciò che sorprende subito in Tre pezzi per violino e pianoforte op.14e di Kurtág è che la musica pare svilupparsi su un piano inclinato. Una sensazione visiva prima che uditiva. Gli strumenti paiono fantasmi in un ambiente sonoro radicale che estremizza la lezione weberniana, dove la scrittura frammentata assurge a poetica del disincanto, dell’essenziale, in una densità emotiva e tensione espressiva che disegna silenzi carichi di riflessioni. Nel secondo movimento Vivo, si percepiscono echi di materiali folclorici che rimandano a Bartòk. Un filo rosso che lo pone in originale e profonda relazione con la musica europea, e lo allontana dall’ossessione americana per il vuoto di Feldman, pur condividendo con lui i caratteri di una stessa ricerca estetica.
L’accostamento della composizione di Kurtág con Two di Cage è sorprendente. Segna ancora più profondamente le differenze tra le culture delle avanguardie europee e americane. Two , o più esattamente come il compositore la presentava ai concerti, Two for the sixth time (appartenente al ciclo Number Pieces) non racchiude al suo interno nessuno sviluppo tematico, appare una musica ferma e contemplativa spalmata in una temporalità dilatata che non ha un inizio né una fine. Riguardo al rapporto degli strumenti questi dialogano (?) in modo paritario allontanando ogni logica o gerarchia riconosciute nella musica da camera. A livello fruitivo le cose si complicano, non abbiamo punti di appiglio, assistiamo ad un rito. Cage ci chiede di allargare i nostri orizzonti percettivi.
Si torna in territorio francese per l’ultima tappa. Con Debussy e Satie, Ravel compone una triade imprescindibile per lo sviluppo della musica del Novecento e oltre. Con le solite approssimazioni si si legge spesso, riguardo a Ravel, come del compositore più profondamente francese, ignorando gli evidenti elementi di meticciato culturale, in particolare la traccia basco-spagnola, presenti nelle sue pagine. Prima di appiccicare targhe posticce sulle vite dei grandi artisti sarebbe bene riflettere. Cosa che facciamo alla Casa della Musica di Parma di fronte alla Sonata n.2 che se non ci racconta tutto Ravel, come fanno le mirabili opere orchestrali, ce ne racconta aspetti altamente stimolanti. Prima di tutto il carattere sperimentale sviluppato nel rapporto tra i due strumenti, dove vengono sottolineate più differenze, se non incompatibilità. Praticamente pianoforte e violino si muovono entrambi come solisti creando un ambiente del tutto inusuale. La critica musicale enfatizza molto il secondo movimento Blues, ma il riferimento afroamericano è così edulcorato e stilizzato da risultare un esotismo piacevole, non di più. A Parma si è apprezzato invece un finale Perpetuum mobile, nervoso, una corsa a perdifiato verso qualcosa, che illumina la sonata di radicalità asciutta e ricchezza ritmica.
Al duo Rabaglia-Miodini va riconosciuta una mirabile visione culturale nella costruzione di un programma che al suo interno possiede tracce e interconnessioni, tra Europa e America, che ci raccontano le varie sfaccettature della crisi della musica tra Ottocento e Novecento. Sul piano esecutivo il rischio di una certa omologazione di materiali diversi, proposti così ravvicinati, ci poteva stare. Riguardo al suono i due sono parsi esprimere il meglio nell’eleganza degli approdi francesi, qualità messa in particolare evidenza nel frizzante Allegretto dalla sonata n.1 di Schumann, proposto come bis.
Paolo Carradori
(18 maggio 2026)
La locandina
| Violino | Ivan Rabaglia |
| Pianoforte | Alberto Miodini |
| Programma: | |
| Claude Debussy | |
| Sonata n.3 in sol minore | |
| Anton Webern | |
| Vier Stücke op.7 | |
| Morton Feldman | |
| Projections IV | |
| Extensions I | |
| Vertical Thoughts II | |
| György Kurtág | |
| Tre pezzi per violino e pianoforte op. 14e | |
| John Cage | |
| Two | |
| Maurice Ravel | |
| Sonata n.2 in sol maggiore | |










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