Bologna: Olympia nel segno della AI
Più volte Steve Reich è stato sollecitato a scrivere un lavoro teatrale, ma non ha mai voluto saperne. Il mondo dell’Opera era per lui irrimediabilmente ancorato alla civiltà musicale dell’Ottocento, con stili e strumenti poco flessibili. Inoltre, secondo lui, ci voleva un’idea drammaturgica forte, veramente attuale, da realizzare con gli strumenti del nostro tempo. Nonostante queste “reticenze” anche Steve Reich si è poi avvicinato al genere con “The Cave”, ma resta il dubbio da lui sollevato: “E’ veramente un linguaggio totalmente appartenente al passato quello dell’Opera? E’ possibile trasformarla in qualcosa che si adatti alle esigenze del nostro secolo?”.
Si può ancora scrivere un’opera lirica nel 2026, rievocando i fasti dei grandi capolavori verdiani e la maestria drammaturgica di un libretto di Francesco Maria Piave? Cosí è sembrato a prima vista “assaggiando” l’atmosfera evocata da Olympia, opera in due atti di Nicola Campogrande – compositore in residenza del Teatro Comunale di Bologna nel triennio 2024-2026 – su libretto di Piero Bodrato, proposta in prima rappresentazione mondiale dal 15 al 19 maggio al Comunale Nouveau.
Senza dubbio era assolutamente ottocentesco il soggetto ispirato ad uno dei famosi racconti gotici e fantastici di E. T. A. Hoffmann e alla figura di Olympia tratta da L’uomo della sabbia (Der Sandmann) del 1816, ripreso anche da Offenbach nel primo atto de Les contes d’Hoffmann. Nell’originale la protagonista è la bambola meccanica creata dal Dottor Spallanzani, di cui si innamora – ingannato da un paio di occhiali che alterano la realtà – il poeta Hoffmann, che la vedrà poi distrutta per mano del diabolico Coppelius.
Diverso è invece il destino dell’Olympia di Campogrande-Bodrato: un androide, o meglio una ginoide, trattandosi di una donna prodotta dall’intelligenza artificiale, che non solo comincia a pensare in autonomia, ma si dimostra anche capace di determinare il proprio futuro. La bella creazione viene presentata a tutti con entusiasmo dal Dott. Spallanzani, che la indica come la propria moglie, annunciando il coronamento del progetto scientifico che spera possa far entrare il suo nome nella storia. Tra i presenti vi sono una vecchia fiamma del dottore con il marito e Zoltan, socio in affari di Spallanzani. L’androide risponde inizialmente in automatico alle parole “Dea bambola ossessione” con il refrain “tu del mio cuor sei padrone”, rimettendosi sempre alle richieste del proprio creatore. Entra però in crisi quando le viene instillato il dubbio di non essere umana; e quando il dottore la presenta alla comunità scientifica confermando la sua natura di esperimento, Olympia inizia a ribellarsi, disobbedendo agli ordini del suo padrone. Presa piena consapevolezza di se stessa e del proprio potere, nonostante la dichiarazione d’amore di Spallanzani, la ginoide prende in mano la propria vita e se ne va, entrando in affari proprio con il cinico Zoltan.
Nel delineare i personaggi, tuttavia, non si è avvertita quella stessa attenzione che aveva Verdi nell’approfondire le psicologie umane in perfetta aderenza alla vocalità. Se si può affermare che per Giuseppe Verdi “il canto è espressione poetica dell’animo, non lotta fisica con il corpo”, in Olympia questa indagine profonda si è percepita soprattutto nel ruolo del Dottor Spallanzani, in particolare nel momento finale, in cui ha saputo far cantare e vibrare la propria anima nella struggente dichiarazione nei confronti della sua creatura.
Anche il coro ha riecheggiato il personaggio collettivo della tragedia greca, commentando l’azione, esprimendo riflessioni morali e rappresentando la voce della comunità. È proprio il coro a enunciare il nucleo concettuale del dramma: “singolarità è l’algoritmo della nuova età, ieri era domani oggi eccola qua”. Parole che vengono ciclicamente riprese dalla protagonista alla fine dell’opera, quasi come se le avesse interiorizzate, facendole proprie per sancire la morale della storia.
Molto piacevole e divertente il libretto di Piero Bodrato, messo in scena con la nitida semplicità teatrale di Tommaso Franchin, alla sua terza collaborazione con Campogrande. Il regista è riuscito a proiettare il pubblico in una dimensione tra l’onirico e il futuristico, portando l’ascoltatore quasi sul set di Blade Runner e dando vita alle coloratissime scene di Fabio Carpene, perfettamente accostate ai costumi fantasiosi e originali di Giovanna Fiorentini e al suggestivo impianto luci di Manuel Garzetta.
Protagonista sul palco un cast di giovani talenti. Isidora Moles, nel ruolo del titolo, ha saputo tradurre in suoni l’artificialità dell’androide con una voce limpida e cristallina, dalla precisione talmente millimetrica da instillare nello spettatore il dubbio fantascientifico del libretto. Su un piano diametralmente opposto si collocava la voce calda e appassionata di Silvia Beltrami nei panni della professoressa Sherry Hope, l’unico personaggio a restituire una piena sensazione di umanità insieme a Jean Paul Dupont, interpretato da Francesco Castoro, abile a infondere al ruolo un tocco di ironia e di comicità quasi grottesca.
Voce sempre ben presente e sostenuta quella di Stefan Astakhov, capace di rendere la dualità dell’ingegner Lamberto Spallanzani, oscillante tra la ricerca ossessiva e megalomane di affermazione personale e la cantabilità struggente della sua appassionata dichiarazione d’amore. Eugenio Di Lieto ha tratteggiato perfettamente, con voce stentorea, il cinico e imperturbabile Zoltan, imprenditore apolide e senza scrupoli.
La direzione di Riccardo Frizza, vero e proprio “regista della musica”, ha saputo dare forma alla partitura coordinando perfettamente ogni singola nota e respiro, tenendo salde le redini del suono e mantenendo un dialogo ideale tra buca e palcoscenico. Ottima, sia scenicamente sia vocalmente, la prova dell’Orchestra e del Coro del TCBO, ben preparato da Giovanni Farina.
Accolta da un pubblico entusiasta, sedotto da una trama con risvolti e spunti di riflessione attualissimi, questa operazione ci riporta al quesito iniziale: quale deve essere il senso e la funzione dell’opera lirica ai giorni nostri? Semplice e nostalgica riproposizione di antiche forme o un linguaggio destinato a perenne rinnovamento?
Federica Bressan
(17 maggio 2026)
La locandina
| Direttore | Riccardo Frizza |
| Regia | Tommaso Franchin |
| Scene | Fabio Carpene |
| Costumi | Giovanna Fiorentini |
| Luci | Manuel Garzetta |
| Personaggi e interpreti | |
| Ing. Lamberto Spallanzani, scienziato | Stefan Astakhov |
| Olympia, la sua bella e giovane moglie | Isidora Moles |
| Prof.ssa Sherry Hope, filosofa scozzese | Silvia Beltrami |
| Jean Paul Dupont, suo marito, belga | Francesco Castoro |
| Zoltan, imprenditore apolide | Eugenio Di Lieto |
| Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna | |
| Maestro del Coro | Giovanni Farina Maestro del Coro |










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