Palermo: il ritorno della Navarraise
Come un’opera considerata di nicchia come La Navarraise di Massenet, può trasformarsi in un esperimento interessante che mette in luce cast o orchestra. Si parla della scelta fatta dal Teatro Massimo di Palermo per uno degli appuntamenti che animano questa estate musicale cittadina. L’atmosfera torrida, drammatica e passionale della Spagna di fine ‘800 ben si adatta a quella esterna odierna, con i 30 gradi serali, alla sala grande del Teatro Massimo. Indicata come la risposta francese al Verismo italiano La Navarraise tiene col fiato sospeso l’ascoltatore, dalla prima nota sino all’ultima… L’impossibile amore di Anita per Arquil, il dramma della povertà e l’opposizione del padre di lui, la scelta di uccidere per denaro, il destino beffardo che si ride delle aspettative e dei desideri dei protagonisti. Composta nel 1893, La Navarraise è tratta dalla novella La Cigarette di Jules Claretie e traspone in area francese l’estetica, la tensione drammatica e le passioni del filone verista. In appena cinquanta minuti di grande intensità, Massenet dipinge una storia di passioni laceranti ambientata nella Spagna ottocentesca, dilaniata dalla guerra civile. La trama segue la tragica vicenda di Anita, una fanciulla il cui legame con il soldato Araquil viene travolto dalla brutalità degli scontri, fino a spingerla al delitto e alla perdita della ragione.
Da subito in quest’opera, data al Massimo per la prima volta, nel lontano 1901 e mai più ripresa, colpisce la costruzione musicale, i colori dei suoni, la forza espressiva. Indubbi i rimandi ad una Carmen di Bizet – l’incontro tra Anita e Araquil, preceduto da uno scambio di battute con Garrido, comandante dell’esercito, rimanda palesemente alle prime scene dell’incontro tra Micaela, Zuniga e poi Don Josè – ma anche ad una verdiana Traviata: lo scontro tra il Padre di Araquil e Anita sembra riprendere il duetto Germont/Violetta. I ritmi sono però più concitati come la decisione di Anita di uccidere il comandante del campo avversario per ottenere i 2 mila duros richiesti dal Padre di Araquil per potere sposare il figlio. Tutto si consuma nello spazio di 55 minuti musicali e di 24 ore, dove dubbi, fraintendimenti, sacrificio e condanna si mescolano. L’orchestra prorompe sul finale sulla risata isterica di Anita, vistasi infine privata del suo amore, morto dopo averla condannata per l’atto compiuto, e Garrido che ripete, tipo monito “La folie… La folie”: la Follia, ma quale? Quella di Anita, per avere amato al disopra di ogni cosa anche della morale stessa? Di Araquil che non credendole, e andandola a cercare nel campo nemico viene ferito a morte e nel morire invece di perdonarla, la condanna? Del padre che ha negato la felicità a due giovani innamorati? L’opera lascia aperte diverse possibilità. Una comunque marca l’ideologia verista di verghiana memora: ai poveri non è concessa la felicità, a meno che non si resti tra i propri simili e non si tenti di cambiare.
A dare voce al dramma di Anita, lo scorso 3 luglio al Massimo, una vibrante Caterina Piva. Il mezzosoprano lombarda, pur se in una edizione in forma da concerto, riesce perfettamente a incarnare ora la gioia, breve, ora il dramma sociale, interiore, della protagonista, dimostrandosi non solo cantante di rango per timbro, tecnica, ma anche una attrice di non comuni abilità. Accanto a lei un cast altrettanto di rilievo come il basso baritono Simon Orfila, ben calato, pur nella sua brevità, nel ruolo di Garrida, il tenore Jean François Borras, un Araquil preda delle sue titubanze e incertezze alimentate da un amore filiale che non lo porta a decidere in libertà. Bene anche il Remigio di Diego Salvini e il Ramon di Blagoj Nakoski, quest’ultimo un po’ il deus ex machina del dramma finale perchè – non si spiega se consapevolmente o inconsapevolmente – spinge Araquil a cercare Anita nel campo nemico, credendola una spia, o peggio.
La forma da concerto, in un certo senso, spinge a concentrarsi maggiormente sul canto e sull’interpretazione orchestrale. Diego Matheuz, alla guida dell’Orchestra e del Coro del Teatro Massimo ha saputo tenere viva l’attenzione – sin dalla prima parte del programma che prevedeva la Suite n. 2 da El sombrero de tres picos di Manuel De Falla – conducendo attentamente e con maestria nelle pieghe e meandri non solo poderosi e irruenti di parte della partitura di Massenet, ma tra quelli più intimi e lirici, dando la possibilità anche ai solisti di esprimersi al meglio.
Dopo questa prova non sarebbe male riascoltare la stessa produzione più avanti, magari con una vera e propria messa in scena, l’opera infatti si presta nella sua forma drammaturgica come sfida registica. Una alternativa di sicuro impatto nelle produzioni degli atti unici – veristi e non – già conosciuti.
Laura Donato
(3 luglio 2026)
La locandina
| Direttore | Diego Matheuz |
| Personaggi e interpreti: | |
| Anita | Caterina Piva |
| Araquil | Jean-François Borras |
| Garrido | Simón Orfila |
| Remigio | Diego Savini |
| Ramon | Blagoj Nacoski |
| Bustamente | Diego Savini |
| Un soldato | Francesco Polizzi |
| Orchestra e Coro del Teatro Massimo | |
| Maestro del Coro | Salvatore Punturo |






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