Anna Bottani: dirigere è dare forma all’energia
Due sere, un solo podio. Anna Bottani ha ventinove anni, comasca, e in giro per l’Europa – tra Imola, Losanna e la Royal Academy of Music di Londra – si è fatta le ossa fino a debuttare sul podio a soli 23 anni. A Rovereto, per la decima edizione del Festival Settenovecento, le hanno affidato un compito raro: aprire e chiudere lo stesso capitolo. Dopo un concerto nella prima parte della rassegna, torna domenica 20 settembre per calare il sipario con “Mediterranean (Ouver)Tour”, un viaggio immaginario tra le coste del Mediterraneo attraverso le ouverture di Paisiello, Rossini, Mascagni e Verdi. Prima di risalire sul podio, Le Salon Musical l’ha incontrata per farsi raccontare come si arriva fin qu
- Lei debutta come direttrice a 23 anni con Pulcinella di Stravinskij al Teatro Comunale di Bologna e quest’anno apre e chiude la decima edizione di Settenovecento con l’Orchestra Filarmonica Settenovecento. Cosa è cambiato nel suo modo di stare sul podio tra il debutto bolognese e questo nuovo debutto?
Al debutto bolognese ero davvero giovane: era la prima volta che avevo delle prove con un’orchestra, e mi sentivo piuttosto immatura, molto più spaventata. Avevo delle idee, ma non erano chiare come lo sono oggi. Con l’esperienza e uno studio sempre più approfondito questo è cambiato molto: mi sento decisamente più sicura di ciò che voglio nel momento in cui sono sul podio.
- Il programma del concerto di chiusura è un viaggio immaginario nel Mediterraneo, da Paisiello a Verdi, passando per Rossini e Mascagni. Come si costruisce, dal punto di vista della concertazione, un percorso che deve reggersi solo sulle ouverture, senza il corpo drammaturgico delle opere da cui provengono?
È molto difficile, anche perché manca, agli stessi musicisti, la visione di ciò che accade dopo l’ouverture: bisogna in qualche modo riassumere la storia in dieci minuti di musica. C’è poi una difficoltà stilistica, perché si affrontano compositori molto diversi tra loro: Paisiello appartiene ancora al Settecento, quasi al tardo barocco e all’inizio del periodo classico, mentre Verdi, anche quello maturo, richiede un approccio esecutivo completamente diverso. La bravura dei ragazzi sta proprio nell’adattare il colpo d’arco, l’articolazione e tutti questi elementi al repertorio che affrontano di volta in volta, cercando comunque di far emergere la storia all’interno di ciascuna ouverture.
- Dirigere l’Orchestra Filarmonica Settenovecento significa lavorare con giovanissimi del progetto Apprendisti Musica. Che tipo di approccio direttoriale richiede, rispetto a un’orchestra professionale già rodata?
Da un lato bisogna introdurli a ciò che accadrà poi in un’orchestra vera e propria; dall’altro, va detto che questi ragazzi arrivano già preparatissimi, conoscono bene la parte e sono seguiti da tutor molto validi lungo il percorso. Serve però un po’ più di pazienza, più prove, più attenzione, per riuscire pian piano ad amalgamarli insieme. La cosa bella è che c’è moltissima energia, che va incanalata gradualmente: a volte placata, a volte lasciata sfogare in altro modo.
- Il suo percorso di studi è insolito per una direttrice: musica da camera con Paolo Beschi e Federica Valli, poi un master in prassi esecutiva storica a Losanna e Ginevra con Pierre Goy. Quanto di quella formazione «storicamente informata» porta anche in un repertorio ottocentesco come quello di domenica?
Moltissimo. Rossini, se eseguito secondo una prassi novecentesca – pesante e un po’ ridondante –, rischia di risultare un autore quasi banale; in realtà è un compositore vivo, frizzante, brillante. È fondamentale portare con sé quel bagaglio culturale che chiamiamo genericamente «musica antica», ma che in realtà è uno studio di prassi esecutiva storica: serve a restituire al meglio il compositore. Anche su Verdi si comincia a lavorare in questa direzione: basti pensare alla scrittura per gli ottoni, particolarmente pesante in entrambi gli autori, ma pesante perché gli strumenti dell’epoca non lo erano, e dunque si amalgamavano molto meglio alla struttura musicale. È insomma un modo di leggere la partitura che non si limita a ciò che è scritto, ma tiene conto anche di come veniva eseguita all’epoca.
- Nel 2025 è stata scelta per «The Four Turandot» di Casa Ricordi e ha lavorato con Fabio Luisi su Bruckner: due esperienze molto diverse tra loro. Cosa le hanno lasciato, in vista di un impegno come quello con Settenovecento?
Con «The Four Turandot» abbiamo avuto una grande fortuna: sono andata a dirigere in Corea, a Daegu, in un’università, dove anche lì c’erano tutti ragazzi alle prese con un repertorio difficile, sia tecnicamente sia interpretativamente. Questo mi ha preparata ad avere a che fare con giovani che magari eseguivano Turandot per la prima volta: per quell’evento sono arrivati ragazzi che mi hanno detto di non aver mai suonato in vita loro prima di allora, e iniziare proprio da Turandot è una bella sfida. Siamo comunque riusciti, pian piano, ad accompagnare questi ragazzi in questo magico mondo pucciniano, e questo mi ha aiutata molto a capire come si lavora con un’orchestra giovanile. Il maestro Luisi, invece, è stato per me un incontro davvero importante, arrivato al termine di un percorso di studi: è stato quasi un salto, il passaggio dall’essere semplicemente una direttrice che tiene insieme un’orchestra a un’artista. Credo sia stato un incontro che mi ha cambiato profondamente il modo di vedere la direzione.
- Tra i debutti confermati per il 2027 c’è Il barbiere di Siviglia a Parma e Piacenza. Quanto la stagione dei festival estivi, con le sue formazioni giovanili e un pubblico non necessariamente specialista, prepara il terreno per le stagioni ufficiali nei grandi teatri?
Per un direttore, più si dirige e più si acquisisce esperienza, meglio si riesce a fare: passo dopo passo si arriva a essere abbastanza maturi per affrontare sfide come quelle di teatri molto più importanti. Non vedo l’ora di poter realizzare Opera Domani, il progetto di AsLiCo che parte dal Teatro Sociale di Como: rappresenta per me la vera sfida nei grandi teatri italiani, e sinceramente non vedo l’ora.
Alessandro Cammarano



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