Filippo Perocco: «devo in qualche modo sporcarmi le mani»

Compositore, sperimentatore, organizzatore di musica Filippo Perocco, fondatore dell’ensemble L’arsenale – che quet’anno festeggia i quindici anni di attività – e vincitore del “Premo Abbiati” nel 2016, bissando nel 2017 con “Aquagranda” racconta le esperienze e i progetti suoi e del gruppo.

  • L’arsenale vede la luce nel 2005 con una finalità precisa: fare e scrivere musica. Come nasce il progetto e come si è sviluppato?

Il gruppo è nato grazie all’incontro spontaneo – così mi piace definirlo – di alcuni musicisti, tra cui molti giovanissimi, provenienti da esperienze artistiche diverse.
Avevo conosciuto pochi mesi prima Lorenzo Tomio – compositore e chitarrista del gruppo – e gli parlai dell’idea di dar vita ad un collettivo di compositori ed esecutori proponendogli una collaborazione. Da quel momento abbiamo coinvolto altri strumentisti e compositori.

Sin da subito, la nostra intenzione è stata quella di proporre un effettivo che ci potesse identificare e che potesse stimolare la creazione di nuove pagine musicali e di progetti multimediali.

Nell’arco di pochi anni abbiamo distillato la formazione definitiva. Un organico ben distinguibile, bizzarro, atipico nel quale troviamo accostati strumenti provenienti da vari ambiti: strumenti classici, strumenti elettrici ed elettronici, estensioni analogiche e manufatti di “nuova liuteria”.

Un insieme fatto di persone che continuano a coniugare visioni diverse e che cercano di aprirsi ad altre coordinate.

Mi riferisco a Livia Rado (soprano), Ilario Morciano (sax), Igor Zobin (fisarmonica), Roberto Durante (piano) e come già detto a Lorenzo Tomio (chitarrista) e al sottoscritto.

Dal 2009 organizziamo a Treviso un festival. Invitiamo artisti provenienti da varie parti del mondo e ricerchiamo nuovi spazi di ascolto, accogliendo un nuovo pubblico eterogeneo che si dimostra curioso. Questo tipo di approccio è in pieno fermento nell’ampio scenario della nuova musica.

In Italia nell’ultimo decennio stiamo assistendo alla nascita di nuovi gruppi che si dedicano anche alla gestione di un proprio spazio dove condividere e proporre varie forme di creatività.

Si tratta di realtà coese, che collaborano e che si aprono al dialogo.

Queste forze sono necessarie ed essenziali. Sono uno tra veicoli fondamentali di proposte vigili e capaci di confrontarsi con il tempo in cui viviamo.

  • Quali sono i criteri che caratterizzano le collaborazioni de L’arsenale compositori “esterni”?

Per avviare un progetto è importante percepire la sua autenticità. Non ci sono barriere stilistiche. Non ci ha mai affascinato ciò che aprioristicamente “funziona” o che potrebbe risultare conveniente.

Quando il lavoro di un artista scaturisce anche dal il suo essere persona si riesce ad instaurare un rapporto sveglio, una relazione artistica e umana schietta che, per definizione, contempla alti e bassi.

Cerchiamo di instaurare un rapporto di fiducia, possibilmente non occasionale. Commissioniamo dei nuovi lavori e riceviamo dagli stessi compositori proposte di collaborazione. Tutto questo deve avere un seguito e disegnare un percorso. Mi piace anche pensare allo spirito di una band.

Il nostro organico in qualche modo garantisce una netta e distinguibile caratteristica di suono. Questa mistura di strumenti molto diversi stimola il lavoro compositivo e si dimostra di grande fascino per i compositori e per il pubblico.

Quest’anno ricorrono i nostri 15 anni di attività, durante i quali abbiamo dato vita a molti lavori grazie anche alla collaborazione con istituzioni, festival, fondazioni di respiro internazionale. Purtroppo ora diversi concerti sono saltati e speriamo di poterli recuperare in futuro.

  • Nella tua musica si percepisce chiaramente una componente che scava il suono primo, quello naturale per intenderci, e allo stesso tempo risente di ispirazioni urbane intense, che qualcuno potrebbe definire “rumore” – penso a Come dura pietra ad esempio –. Come si arriva a questo?

Penso sia stato un lento percorso di stratificazione e non un colpo di fulmine.

Ritengo fondamentali le mie prime esperienze con il suono “libero” e ludico, quelle che risalgono all’infanzia. Giochi ed esplorazioni senza fine. Pomeriggi interi a giocare con gli oggetti del laboratorio di mio nonno – fabbro, maniscalco – e nei magazzini dei miei genitori, ricchi di chincaglieria varia e utensili di ogni tipo.

Costruivo dei rudimentali oggetti sonori, cosa che faccio tutt’ora per alcuni miei progetti. Da qui deriva anche una forma di manipolazione degli strumenti classici.

Il mio approccio agli studi musicali è tardivo. Dopo il pianoforte, mi sono avvicinato all’organo godendo dell’immenso fascino che questo strumento suscita. In questo percorso – di studi e professionale – sono entrato in contatto con un repertorio molto vasto suonando strumenti molto diversi –dagli organi antichi a strumenti di nuova costruzione –.

Credo che tutto questo abbia forgiato un ambito del mio mondo sonoro che poi si è aperto ad altro attraverso lo studio della composizione. Le fonti urbane fanno parte del questo percorso e sono quelle di tutti i giorni. Incontri occasionali con i fenomeni acustici più disparati che si trasformano in ricerca ed indagine.
Si tratta solo di ascoltare.

Preferisco le superfici grezze, porose, scomposte e ruvide a quelle lisce.

Quando mi viene chiesto di parlare della mia musica – cosa per me non facile – ricorrono a supporto i miei consueti tarli che mi accompagnano da sempre nel fatto compositivo. Tra questi i concetti di detrito e maceria, di precarietà e di nenia come persistente profilo di canto ridondante e lontano.

Caratteristiche di fragilità che porto gelosamente sempre con me.

In linea generale l’aspetto tattile con il suono è per me fondamentale. Devo in qualche modo “sporcarmi le mani”.

  • In Aquagranda e in Lontano da qui hai dato prova di grande acume nel trattare le voci, creando insieme tensione e speranza. Qual è il tuo rapporto con la musica vocale?

Sono stato e sono tutt’ora circondato da voci.  È un rapporto ancestrale. Sono vividi i ricordi d’infanzia.

Tutto il resto sono processi di stratificazione costruiti nel tempo attraverso le varie esperienze musicali quotidiane spesso passando in ambiti molto lontani. Le più disparate. I primissimi ascolti in casa (mio padre, appassionato melomane, aveva una discreta e diversificata collezione di vinili), i canti popolari da quelli intonati da nonni e parenti a quelli ascoltanti durante le vacanze in montagna negli incontri serali con le persone del paese attorno ad un grande tavolo imbandito, i solisti e i cori che ho accompagnato per anni affrontando svariate pagine di musica vocale, i vari gruppi musicali senza distinzione di genere.

Tutto questo fruito senza fanatismo e con semplice curiosità.

Il canto appartiene a tutti e ha una componente sacra, primitiva, rituale e viscerale. In maniera più ampia credo che, non solo la musica, ma tutte le attività dell’uomo, degli animali, siano riconducibili ad una forma di canto.

In tutto ciò che ci circonda, in ogni evento sonoro, compreso quello che viene comunemente definito rumore, risiede un profilo di canto che può essere ascoltato. Cerco di immaginarlo anche negli oggetti inanimati.

  • La pandemia ha messo in ginocchio il mondo in ogni suo aspetto, e la musica – come le altre arti performative – soffre più di altre attività. Come arrivare al pubblico in una realtà che impedirà non si sa per quanto la condivisione fisica degli spazi?

È una domanda che mi faccio ogni giorno e che rimbalzo ad altri amici e colleghi. È evidente che la forza della fruizione dal vivo non potrà mai essere sostituita. La musica vive nello spazio in cui viene eseguita.

In questi giorni proliferano più di prima molte proposte sui vari social. Anche se il rischio della banalizzazione è dietro l’angolo, si può essere comunicativi ed autentici se si cerca di non subire il mezzo e i metodi di utilizzo che spesso vengono imposti.

Si può cogliere questo momento per immaginare nuove strategie che potenzialmente possono diventare uno strumento capace di raggiungere e incuriosire un nuovo pubblico che probabilmente, quando sarà possibile, andrà a teatro.

  • In questo periodo stai componendo? Se sì quanto la tua ispirazione è condizionata dalla realtà presente?

Passo parte del mio tempo nel mio studio. In questo luogo dove solitamente scrivo, leggo, suono e costruisco, ora, più di prima, si crea una nuova tensione tra il fare e il non fare.

Alcuni progetti sono stati rinviati. Altre scadenze sono in un orizzonte relativamente vicino. Sfruttare questa prateria di tempo non sempre risulta efficace.

Sto tentando di afferrare qualcosa ma scopro che non è ancora il momento per farlo.

Ciò che può sembrare una forma di apatia è solamente una condizione in cui una parte di noi lavora diversamente. Si può comporre anche dedicando il tempo ad altre attività.

Osservare, contemplare e vivere questa linea che oscilla più lentamente fa parte di questo processo creativo. Sembra una condizione condivisa con amici e colleghi.

Riesco a dedicarmi a piccoli divertimenti musicali occasionali, senza scadenze. Potenziali studi preparatori di qualcos’altro.

Sento dire che quando riprenderà non bisogna farsi trovare impreparati. Questo è ovvio ed è così per chiunque. Cerco di immaginare consapevolmente una mappa senza prendere decisioni.

È una sorta di naufragio che va vissuto e non contrastato.

Alessandro Cammarano

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