Milano: Janowski, la grandezza del gesto essenziale
Sabato 24 ottobre l’Auditorium di Milano e l’Orchestra Sinfonica di Milano hanno ospitato l’unico e ultimo concerto in Italia di Marek Janowski, che all’età di soli 87 anni, un giovinetto, se solo si confronta con altri suoi illustri colleghi, ha deciso di ritirarsi dall’attività pubblica con un tour di congedo che toccherà gli Stati Uniti, la Germania e infine il Giappone.
In programma la Prima Sinfonia di Beethoven e la Seconda di Brahms.
Quello che più colpisce delle esecuzioni che Janowski ha offerto non è un singolo aspetto, ma una somma di caratteri distintivi e rari da ritrovare uniti in un solo direttore. Intanto un prodigioso magnetismo della figura, che sale al podio con andatura quasi dimessa e però conduce al parossismo senza scomporsi, poi la tecnica e il gesto: elegantissima quella, ridotto al minimo essenziale questo, eppure in grado di esprimere sbalzi vividissimi in uno spazio fisico di pochi centimetri, infine il suono, che come, in certe sorgenti carsiche, promana cristallino da un centro profondissimo e insondabile.
Beethoven è dipanato in tutte le linee della partitura, senza dimostrazioni di sforzo, come un riscaldamento prima di un complicato esercizio di ginnastica, con un baricentro saldamente fondato sul timbro dei fiati, attorno al quale gli archi costruiscono un ordito solido, ma allo stesso tempo lucente e morbido. Il metronomo si muove con saggezza, al servizio della razionale spiegazione dei temi. La bacchetta segnala l’indispensabile, la sinistra controlla letteralmente con la punta delle dita le intenzioni espressive: ora uno sfregamento all’in giù di indice e pollice, ora una distensione delle nocche, comunicano ai professori, che rispondono benissimo, le più sottili mutazioni.
Terminata la Prima di Beethoven Janowski accoglie con eleganza le numerose chiamate del pubblico fermandosi spesso in orchestra.
Con Brahms tutto quanto era stato annunciato nella prima parte della serata si scatena con energia raddoppiata: non si modifica l’ampiezza dei movimenti delle mani del Kapellmeister ma cambia sensibilmente l’energia con cui si rivolge agli strumenti percorrendo fisicamente tutta l’estensione della pedana alla continua ricerca del dialogo con l’orchestra in una platonica evocazione di superna sapienza esecutiva; come già Beethoven, anche Brahms è diretto a memoria, sì che si deve immaginare, essendo purtroppo precluso al pubblico vederlo, che la gran parte del lavorio sia condotto dallo sguardo di Janowski.
L’Orchestra Sinfonica di Milano dà prova ulteriore e ripetuta di molteplici virtù.
Coesione ritmica ed esattezza, pienezza di timbro, un bel colore di scintillante brunitura, plasticità dinamica, equilibrio tra sezioni.
Se gli archi delineano con nitore i propri interventi, e gli ottoni con precisa intonazione e giustezza bilanciano il colore generale, è nei legni che si esprime compiutamente la qualità della ricchezza delle campiture di un’Orchestra in continua evoluzione.
Il pubblico riconosce la grandezza dell’artista e tributa ovazioni prolungate all’orchestra e soprattutto al direttore.
Nell’intervallo i commenti del pubblico sono di deliziato appagamento, all’uscita è unanime l’estatica esaltazione.
La sala è pienissima e la platea scatta in piedi per omaggiare Janowski con applausi ritmati più e più volte.
Giovanni Camozzi
(24 ottobre 2026)
La locandina
| Direttore | Marek Janowski |
| Orchestra Sinfonica di Milano | |
| Programma: | |
| Ludwig van Beethoven | |
| Sinfonia n. 1 in Do maggiore op. 21 | |
| Johannes Brahms | |
| Sinfonia n. 2 in Re maggiore op. 73 | |




Ph. Coutesy Teatro Maruo Del Monaco
Ph. Clarissa Lapolla
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