Salisburgo: l’Arpeggiata naviga a vele spiegate
C’è un filo sottile, o forse un cavo d’ancora, che lega Monteverdi a un corrido messicano. Christina Pluhar e la sua L’Arpeggiata lo sanno da tempo, e al Festival di Pentecoste di Salisburgo — ieri — lo hanno dimostrato ancora una volta con la consueta eleganza un po’spregiudicata.
Über Meers, questo il titolo del programma, ha attraversato il Seicento europeo come una nave che non si preoccupa troppo dei confini doganali: Cavalli, Monteverdi, Durón, Schürmann, Ziani, Rossi, tradizionali messicani e un canto popolare salentino;tutto tenuto insieme da una direzione che non conosce centri di gravità fissi, solo equilibri mobili e sempre sorprendentemente stabili.
Il concetto è drammaturgicamente intrigante: il mare come spazio mitico, luogo di naufragi e lamenti, di sirene e di dei che fanno i capricci. Pluhar costruisce programmi come si costruiscono i poemi epici — con un’architettura che regge anche quando i mattoni vengono da epoche e latitudini lontanissime tra loro. La sfida del crossover, che in mani meno sicure produce eclettismi stucchevoli, qui diventa una forma di coerenza superiore: ogni brano risponde al successivo, ogni cambio di registro è preparato, ogni sorpresa è calcolata. Il risultato è un concerto che si ascolta senza mai avere la sensazione di uno strappo, eppure senza annoiarsi un secondo.
Ad aprire, il Prologo di Iride “Caduta è Troja” dalla Didone di Cavalli, affidato a Céline Scheen. Il soprano belga stabilisce subito le coordinate: voce di cristallo, fraseggio nitido, e quella capacità rara di sembrare leggera anche quando il materiale è tutt’altro. La solennità dell’incipit non pesa, galleggia, e questo, in un programma sul mare, non è un dettaglio trascurabile. La “Sinfonia pour la tempête” dall’Alceste fedele di Schürmann segue come risposta strumentale: l’ensemble dimostra perché sia ancora, a vent’anni dalla fondazione, uno degli organismi cameristici più coesi d’Europa. Gli archi mordono, il continuo respira, e tutto insieme suona come una tempesta che sa esattamente quando smettere.
Poi arriva il momento più inatteso della serata: “Are mou rinfineddha”, canto popolare salentino, eseguito da Scheen e dal meraviglioso Vincenzo Capezzuto. La scelta di inserire musica del Mediterraneo profondo in un programma barocco non è nuova per L’Arpeggiata, ma funziona ogni volta perché Pluhar non la tratta come trovata folkloristica bensì come materiale pienamente compositivo. Scheen e Capezzuto costruiscono insieme una piccola scena di rara intensità, con l’alto che porta nella voce quella qualità leggermente perturbante che certi interpreti di questo registro sanno evocare quando il repertorio lo chiede, e qui lo chiede con insistenza.
Il Lamento di Escila “Ondas, riscos, peces, mares” dalla zarzuela Veneno es de amor la envidia di Durón è il momento forse più sorprendente del programma in senso stretto: musica spagnola di primo Settecento che suona stranamente moderna, quasi fosse scritta sapendo già cosa sarebbe venuto dopo. Luciana Mancini lo affronta con una presenza vocale piena e una duttilità espressiva che non lascia scampo: il lamento è disperato ma non retorico, e il pubblico lo riceve in silenzio totale. Mancini tornerà più tardi con La “Bruja”, tradizionale messicano che diventa tra le sue mani un piccolo numero di cabaret seicentesco,e il contrasto con la gravità di Escila è parte integrante del disegno drammaturgico di Pluhar.
“La Sirena”, altro tradizionale messicano, vede in scena Capezzuto e Mancini insieme: il dialogo tra alto e mezzosoprano ha una morbidezza timbrica che non ci si aspetta da un repertorio così lontano dalla civiltà contrappuntistica europea, e che proprio per questo sorprende piacevolmente. Il “Canto di Siren”e di Giovanni Ghizzolo affidato a Scheen e Renato Dolcini chiude idealmente il trittico sul tema: il baritono, che fino a questo momento aveva tenuto un profilo discreto, si rivela interprete di grande intelligenza musicale, capace di sostenere Scheen senza mai sovrastarla e di costruire con lei un equilibrio timbrico di notevole eleganza.
Vincenzo Capezzuto riprende la scena in solitudine con “Dormite, o pupille” di Pietro Andrea Ziani: è forse il momento più raccolto del concerto, quello in cui la temperatura scende e la sala con lei. L’alto gestisce il pezzo con mano sicura, senza effetti, con una semplicità che è il risultato di una tecnica solidissima messa saggiamente al servizio della musica.
Il doppio appuntamento monteverdiano era naturalmente il centro di gravità attorno a cui ruotava tutto il resto. Il monologo di Ulisse “Dormo ancora, o son desto?” dal Ritorno d’Ulisse in patria, affidato a Valerio Contaldo, ha confermato le aspettative nel modo più netto possibile: il tenore, cesellatore finissimo, conosce questo repertorio come le proprie tasche, e si sente. Non c’è mai la sensazione dello sforzo, dell’effetto cercato; c’è invece quella qualità rara per cui il testo e la musica sembrano la stessa cosa, e il personaggio esiste davvero per tutto il tempo in cui canta. “Los delfines” di Pisador, in cui Scheen torna in scena da sola, è il contrappeso perfetto: gioiellino che molti avrebbero calcato, il soprano lo lascia galleggiare con la leggerezza che è la sua cifra più riconoscibile.
Il “Lamento d’Arione” di Luigi Rossi, ancora Mancini, chiude il cerchio dei grandi lamenti della serata con una maturità interpretativa che rende superfluo qualsiasi commento tecnico: la voce è strumento totale, il testo viene prima di tutto il resto, e il risultato è commozione senza sentimentalismi.
Concludere con il Combattimento di Tancredi e Clorinda era una scelta ambiziosa per un ensemble senza palcoscenico, ma L’Arpeggiata ha dalla sua parte una capacità narrativa che molte produzioni operistiche si sognano. Contaldo come Testo, Scheen come Clorinda, Dolcini come Tancredi: tre voci che non recitano ma abitano il testo, con Pluhar che costruisce la tensione con il solo gesto del continuo. Quando arriva la morte di Clorinda la sala tratteneva il fiato; risultato non scontato in un festival dove il pubblico è tendenzialmente difficile da sorprendere.
Über Meers è un programma che funziona perché non cerca di dimostrare nulla. C’è la musica — molta, bella, variata, pescata in acque lontane e portata a galla intatta — eseguita da musicisti che evidentemente si divertono, guidati da una direttrice che sa come si tengono insieme mondi diversi senza che nessuno perda la propria identità.
A Salisburgo come altrove, è ancora il modo migliore per far divertire anche gli altri; il pubblico è stato al gioco, salutando alla fine con applausi ben più che calorosi.
Alessandro Cammarano
(24 maggio 2026)
Deutsche Version
L’Arpeggiata segelt mit vollen Segeln
Es gibt einen feinen Faden — oder vielleicht eher ein Ankertau —, der Monteverdi mit einem mexikanischen Corrido verbindet. Christina Pluhar weiß das seit Langem, und beim Pfingstfestival in Salzburg bewies sie es gestern Abend, am 24. Mai, einmal mehr mit der ihr eigenen unbekümmerten Eleganz. Über Meers — so der Titel des Programms — durchquerte das europäische Seicento wie ein Schiff, das sich um Zollgrenzen nicht sonderlich schert: Cavalli, Monteverdi, Durón, Schürmann, Ziani, Rossi, mexikanische Traditionals und ein salentinisches Volkslied — alles zusammengehalten von einer Leitung, die keine festen Gravitationszentren kennt, sondern nur bewegliche, stets verblüffend stabile Gleichgewichte.
Das Konzept ist dramaturgisch stringent: das Meer als mythischer Raum, Schauplatz von Schiffbrüchen und Klagen, von Sirenen und launischen Göttern. Pluhar baut Programme wie Epen — mit einer Architektur, die trägt, auch wenn die Bausteine aus weit voneinander entfernten Epochen und Breiten stammen. Die Herausforderung des Crossovers, die in weniger sicheren Händen zu geschmäcklerischem Eklektizismus führt, wird hier zur höheren Form der Kohärenz: Jedes Stück antwortet dem nächsten, jeder Registerwechsel ist vorbereitet, jede Überraschung kalkuliert. Das Ergebnis ist ein Konzert, das man hört, ohne je das Gefühl eines Bruchs zu haben — und ohne sich eine Sekunde zu langweilen.
Den Auftakt machte der Irisprolog «Caduta è Troja» aus Cavallis Didone, gesungen von Céline Scheen. Die belgische Sopranistin legt sofort die Koordinaten fest: kristallklare Stimme, präzise Phrasierung und jene seltene Fähigkeit, leicht zu wirken, auch wenn das Material alles andere als leicht ist. Die Feierlichkeit des Beginns lastet nicht — sie schwebt. Und das ist in einem Programm über das Meer kein unerhebliches Detail. Die Sinfonia pour la tempête aus Schürmanns Alceste fedele folgt als instrumentale Antwort: Das Ensemble beweist, warum es auch zwei Jahrzehnte nach seiner Gründung zu den homogensten Kammermusikorganismen Europas zählt. Die Streicher beißen zu, der Continuo atmet, und das Ganze klingt wie ein Sturm, der genau weiß, wann er aufzuhören hat.
Dann kommt der unerwartetste Moment des Abends: Are mou rinfineddha, ein salentinisches Volkslied, gesungen von Scheen und Vincenzo Capezzuto. Die Entscheidung, Musik aus dem tiefen Mittelmeerraum in ein Barockprogramm einzuflechten, ist für L’Arpeggiata nicht neu — doch sie funktioniert jedes Mal, weil Pluhar sie nicht als folkloristische Einlage behandelt, sondern als vollwertiges kompositorisches Material. Scheen und Capezzuto entfalten gemeinsam eine kleine Szene von seltener Intensität; der Altus bringt jene leicht beunruhigende Qualität in die Stimme, die manche Interpreten dieses Stimmfachs evozieren können, wenn das Repertoire es verlangt — und hier verlangt es das nachdrücklich.
Das Lamento der Escila «Ondas, riscos, peces, mares» aus Durón’s Zarzuela Veneno es de amor la envidia ist der vielleicht eigentlich überraschendste Moment des Programms: spanische Musik des frühen 18. Jahrhunderts, die seltsam modern klingt, als wäre sie geschrieben worden, um zu wissen, was danach kommen würde. Luciana Mancini begegnet ihr mit voller stimmlicher Präsenz und einer Ausdrucksflexibilität, der man sich nicht entziehen kann: Die Klage ist verzweifelt, aber nie rhetorisch, und das Publikum nimmt sie in vollkommener Stille auf. Mancini kehrt später mit La Bruja zurück, einem mexikanischen Traditional, das in ihren Händen zu einem kleinen Kabarettstück des Seicento wird — und der Kontrast zur Schwere der Escila ist integraler Bestandteil von Pluhars dramaturgischem Entwurf.
La Sirena, ein weiteres mexikanisches Traditional, bringt Capezzuto und Mancini gemeinsam auf die Bühne: Der Dialog zwischen Altus und Mezzosopran besitzt eine klangliche Geschmeidigkeit, die man von einem Repertoire, das so weit von der europäischen Kontrapunktkultur entfernt ist, nicht erwartet — und die gerade deshalb angenehm überrascht. Giovanni Ghizzolo’s Canto di Sirene, gesungen von Scheen und Renato Dolcini, beschließt das Sirenen-Triptychon auf ideale Weise: Der Bariton, der bis dahin ein zurückhaltendes Profil bewahrt hatte, erweist sich als Interpret von großer musikalischer Intelligenz, der Scheen zu tragen versteht, ohne sie je zu überragen, und mit ihr ein klangliches Gleichgewicht von beachtlicher Eleganz herstellt.
Capezzuto tritt erneut allein auf die Bühne mit Pietro Andrea Zianis Dormite, o pupille — vielleicht der versammeltste Moment des Abends, jener, in dem die Temperatur sinkt und der Saal mit ihr. Der Altus gestaltet das Stück mit sicherer Hand, ohne Effekthascherei, mit einer Schlichtheit, die das Ergebnis einer souverän eingesetzten Technik ist.
Der doppelte Monteverdi-Termin war naturgemäß das Gravitationszentrum, um das sich alles andere drehte. Das Ulysses-Monolog «Dormo ancora, o son desto?» aus dem Ritorno d’Ulisse in patria, Valerio Contaldo anvertraut, bestätigte die Erwartungen auf denkbar klarste Weise: Der Tenor aus Padua kennt dieses Repertoire wie seine Westentasche, und man hört es. Nie das Gefühl der Anstrengung oder des gesuchten Effekts; stattdessen jene seltene Qualität, bei der Text und Musik dasselbe zu sein scheinen und die Figur für die gesamte Dauer des Gesangs wirklich existiert. Los delfines von Pisador, in dem Scheen allein auf die Bühne zurückkehrt, ist das perfekte Gegengewicht: ein kleines Juwel, das viele übertrieben hätten — die Sopranistin lässt es treiben mit jener Leichtigkeit, die ihr unverwechselbarstes Merkmal ist.
Luigi Rossis Lamento d’Arione, wiederum Mancini, schließt den Reigen der großen Abendklagen mit einer interpretatorischen Reife, die jeden technischen Kommentar überflüssig macht: Die Stimme ist totales Instrument, der Text kommt vor allem anderen, und das Ergebnis ist Erschütterung ohne Sentimentalität.
Mit dem Combattimento di Tancredi e Clorinda zu schließen war für ein Ensemble ohne Bühne ein ehrgeiziger Entschluss — doch L’Arpeggiata verfügt über eine Erzählkraft, von der so manche Opernproduktion träumen darf. Contaldo als Testo, Scheen als Clorinda, Dolcini als Tancredi: drei Stimmen, die den Text nicht spielen, sondern bewohnen, während Pluhar die Spannung allein durch die Geste des Continuos aufbaut. Als Clorindas Tod eintrat, hielt der Saal den Atem an — kein selbstverständliches Ergebnis in einem Festival, dessen Publikum schwer zu überraschen ist.
Über Meers ist ein Programm, das funktioniert, weil es nichts beweisen will. Es gibt die Musik — viel, schön, abwechslungsreich, aus fernen Gewässern gefischt und unversehrt an die Oberfläche gebracht —, gespielt von Musikerinnen und Musikern, die offensichtlich Freude daran haben, geführt von einer Dirigentin, die weiß, wie man verschiedene Welten zusammenhält, ohne dass eine davon ihre Eigenart verliert. In Salzburg wie anderswo ist das noch immer der beste Weg, auch das Publikum zu begeistern.
Alessandro Cammarano
La locandina
| Concetto, direzione musicale e arrangiamenti | Christina Pluhar |
| Soprano | Céline Scheen |
| Mezzosoprano | Luciana Mancini |
| Baritono | Renato Dolcini |
| Alto | Vincenzo Capezzuto |
| Tenore | Valerio Contaldo |
| L’Arpeggiata | |
| Programma: | |
| Francesco Cavalli | |
| Sinfonia e Prologo di Iride “Caduta è Troja” dalla Didone | |
| Popolare salentino | |
| Are mou rinfineddha | |
| Sebastián Durón | |
| Lamento di Escila “Ondas, riscos, peces, mares” dalla zarzuela Veneno es de amor la envidia | |
| Georg Caspar Schürmann | |
| Sinfonia pour la tempête dall’ Alceste fedele | |
| Tradizionale messicano | |
| La Bruja | |
| La sirena | |
| Giovanni Ghizzolo | |
| Canto di Sirene | |
| Pietro Andrea Ziani | |
| Dormite, o pupille | |
| Claudio Monteverdi | |
| Monologo di Ulisse “Dormo ancora, o son desto?” da Il ritorno d’Ulisse in patria | |
| Diego Pisador | |
| Los delfines | |
| Luigi Rossi | |
| Lamento d’Arione | |
| Claudio Monteverdi | |
| Combattimento di Tancredi e Clorinda | |






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