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Venezia: Cronache dalla 82ª Mostra del Cinema – Parte 2 di 3

A differenza di Guillermo del Toro, Gianfranco Rosi ha fatto i compiti e li ha fatti bene. Sotto le nuvole, in concorso per il Leone D’Oro è un documentario originale e poetico, che ci mostra il Golfo di Napoli sotto una luce diversa. Letteralmente, dato che, come affermato dal regista nella conferenza stampa, ha scelto il bianco e il nero proprio per sottolineare i giochi di luce e ombra che a colori sarebbero di difficile percezione. Non vediamo caos, traffico e buon cibo, ma una Napoli silenziosa, avvolta nella calma e nella tranquillità. Tranquillità che potrebbe essere interrotta bruscamente dal Signore della terra partenopea, il Vesuvio, il quale, come cita l’inizio del film, fabbrica tutte le nuvole del mondo (Jean Cocteau). Seguiamo, quindi, le storie dei cittadini dei Campi Flegrei, spaventati per le scosse sismiche, dal centralino dei vigili del fuoco, che ricevono chiamate incessanti (alcune delle quali di poca importanza, che suscitano non poche risate tra gli spettatori), la caccia delle forze dell’ordine ai tombaroli sotto Villa Augustea, e la paura dei commercianti di grano siriani mentre attendono il giorno in cui dovranno lasciare il tranquillo porto di Napoli per dirigersi in territorio di guerra. Ne risulta un film elegante, raffinato e d’effetto, che vale a Rosi il Premio speciale della giuria.

Abbiamo, poi, assistito alle due ore e trentasei minuti di supplizio del film in concorso Le mage du Kremlin, tratto dal romanzo Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, del regista francese Olivier Assayas. Il peggior horror/splatter della storia ci avrebbe causato meno sofferenza: il film è lungo, noioso, senza ritmo. La scelta del cast non poteva essere più sbagliata: Paul Dano, talentuosissimo attore americano, non è adatto al ruolo di Vadim Baranov, l’eminenza grigia di Vladimir Putin (liberamente ispirato al politico russo Vladislav Surkov), la sua voce monotona ed inespressiva, probabilmente scelta appositamente per caratterizzare il personaggio, è a dir poco insopportabile, anche per il fatto che il film è composto quasi esclusivamente di suoi monologhi e di rari dialoghi in cui i suoi interlocutori hanno molte meno battute di lui. Due ore e trentasei minuti (ricordiamolo) di Paul Dano che ci abbuffa di avvenimenti storici nel modo più inespressivo e tediante possibile. È questo Le mage du Kremlin. E (ammettiamolo) il visino infantile dell’attore non si presta per niente ad interpretare l’enigmatico braccio destro del freddo Putin, che qui è un Jude Law che per quanto si sia impegnato non ricorda molto il presidente russo nella sua ascesa al potere. Per fortuna Alicia Vikander, almeno, è perfetta nel ruolo della femme fatale Ksenija. Un’occasione sprecata, dato il grande successo del romanzo.

Immancabile, alla Mostra, è anche Willem Dafoe (neo eletto Direttore artistico del settore Teatro della Biennale di Venezia per il biennio 2025-2026), che stavolta appare in due film nella sezione Orizzonti, uno dei quali è Late Fame, diretto da Kent Jones, tratto dal romanzo di Arthur Schnitzler Später Ruhm, un film intimo e malinconico ambientato nella New York downtown, che ci fa riflettere su come la poesia possa esistere anche nella nostra quotidianità, e non solo nelle opere scritte o nella bocca di chi la usa per sentirsi “qualcuno”. E Dafoe ci fa riflettere, ancora una volta, di quanto non serva interpretare il perfido Goblin di Spider-Man o lo scienziato pazzo di Povere Creature! per essere degli attori straordinari.

Intraprendiamo, in seguito, un viaggio all’interno del Ministero della Nondimenticanza, nel meraviglioso film documentaristico Broken English, fuori concorso, dei britannici Ian Forsyth e Jane Pollard. Originale nel suo genere, il film ci offre un originale ritratto della cantante, cantautrice ed icona Marianne Faithfull (prendendo il nome da uno dei suoi album più famosi), con l’aiuto di attori del calibro di Tilda Swinton e George MacKay. La Swinton, solenne ed elegante, come sempre, è la direttrice di una sorta di agenzia investigativa/istituzione cinematografica immaginaria, che si occupa di indagare al meglio sull’inimitabile donna e sul suo ruolo nella vita di molti altri artisti (tra cui Mick Jagger, con cui ebbe una relazione di nove anni). Marianne Faithfull in persona viene intervistata dall’attore inglese George MacKay, rispettoso e gentile in perfetto stile british, che ci accompagna nel percorso alla scoperta di un’artista unica ed inimitabile. Scenografia minimal e raffinata, molti video d’archivio e un linguaggio cinematografico speciale, in bilico tra realtà e finzione, sono i componenti che rendono Broken English la vera sorpresa di quest’anno, un piccolo capolavoro che fa commuovere ed emozionare.

Fuori concorso anche la prima serie italiana prodotta dall’emittente statunitense HBO Original, Portobello, del regista Marco Bellocchio, che racconta la storia di uno dei più clamorosi errori giudiziari italiani: la sfortunata vicenda del presentatore televisivo Enzo Tortora, accusato ingiustamente di affiliazioni con la Camorra ed arrestato il 17 giugno 1983. I primi due episodi, proiettati alla Mostra, ci presentano due dei personaggi principali come protagonisti, rispettivamente il pentito mafioso Giovanni Pandico, psicopatico ed inquietante, interpretato da Lino Musella, e la vittima della calunnia Enzo Tortora, importante ruolo in mano a Fabrizio Gifuni. Un’insipida Barbora Bobulova e la sempre bravissima Romana Maggiora Vergano (la “figlia” di Paola Cortellesi nell’acclamato C’è ancora domani) accompagnano i due attori, in una serie che dimentica di presentare come si deve il suo protagonista e il mondo a cui appartiene. Enzo Tortora sembra, infatti, quasi una figura secondaria all’interno della sua storia, conduttore di un programma che viene mostrato allo spettatore frettolosamente, come se si volesse arrivare in fretta e furia all’avvenimento che sconvolse clamorosamente gli spettatori di tutta Italia. Speriamo nei prossimi episodi, nei quali, pare, apparirà nient’altri che Valeria Marini nei panni di Moira Orfei. Attendiamo con ansia questa straordinaria performance.

Interpretazioni da Oscar (non con ironia, stavolta), sono quelle di Dwayne “The Rock” Johnson e della sua co-star Emily Blunt nel dramma sportivo in concorso The Smashing Machine, dove l’attore californiano si cimenta nel ruolo biografico di Mark Kerr, figura leggendaria nelle arti marziali miste e lottatore dell’Ultimate Fighting Championship. Potremmo dire che The Rock ci ha sorpreso, ma non renderemmo giustizia ad un attore che, sebbene sia al suo primo film di un certo “spessore”, ha sempre dimostrato di essere innanzitutto un bravo attore, oltre che un personaggio singolare nella cultura di massa. Niente da dire su Emily Blunt: divertente, ironica, intensa, emozionante, come in ogni suo film. Il regista Benny Safdie vince il Leone D’Argento per la miglior regia, dallo stile grintoso e naturalistico, dirigendo un ritratto crudo e penetrante della fragilità che si nasconde dietro la brutalità di questa disciplina sportiva. Kerr appare potente, ma mai invincibile: schiacciato dal bisogno di approvazione, dalla dipendenza, dal peso delle aspettative, vittima della sua fragilità, che, però, è anche la sua vera forza. Un film che esalta lo sport, ma che soprattutto esplora di c’è dietro i colpi. The Smashing Machine è stato accolto con una standing ovation di 15 minuti, commuovendo sia Johnson che Kerr, presenti in sala. Non la Coppa Volpi, per The Rock, ma speriamo nell’Oscar.

Fuori concorso Dead Man’s Wire, l’ultima opera di Gus Van Sant Jr., che si distingue per la sua rappresentazione audace e surreale di un evento reale avvenuto nel 1977: il sequestro di Richard Hall da parte di Tony Kiritsis, un imprenditore di Indianapolis. Il film si inserisce nel filone del true crime, offrendo una riflessione acuta sulla spettacolarizzazione mediatica e sulla sottile linea tra giustizia e follia. Bill Skarsgård, (indimenticabile nell’interpretazione del clown Pennywise nell’ultimo It) interpreta Kiritsis, incarnando un uomo consumato dalla paranoia e dalla rabbia, ma al contempo tragicamente umano, mentre Dacre Montgomery, nel ruolo di Hall, offre un’ottima performance che cattura la tensione di un uomo intrappolato in una situazione estrema, notevole per la difficoltà fisica nel recitare in maniera credibile e coinvolgente nella stessa posizione per quasi tutto il film. Il film si distingue anche per le sue interpretazioni di supporto: impossibile non citare il leggendario Al Pacino, che appare in un cameo memorabile nei panni del padre di Hall, un uomo freddo e distante che rifiuta di scusarsi con il rapitore, incarnando l’archetipo del capitalista insensibile. La regia di Van Sant, fatta di primi piani intensi e carrellate dinamiche, combinata con la sceneggiatura di Austin Kolodney, crea un’opera che fonde il thriller con la commedia nera, offrendo una critica pungente alla società americana degli anni ’70, con riflessi pertinenti anche nel presente. Un film non indimenticabile, ma ben realizzato e recitato, una scarica di energia e di adrenalina che non guasta mai.

Motor City, diretto da Potsy Ponciroli, ci ha dato un altro tocco inaspettato. Ambientato anch’esso negli anni ’70, è, però, un’opera di finzione, il classico gangster movie d’azione che intreccia amore, tradimento e vendetta. La sua particolarità è il fatto che è un film muto, anche se, a detta del regista, non doveva esserlo. L’idea era quella di creare un film in cui le emozioni e la trama fossero comunicate senza parole, cosicché il pubblico potesse entrare a contatto con i personaggi e con le loro storie, indipendentemente dalla lingua. La proposta funziona, lo spettatore è portato a seguire con attenzione ogni momento del film, per non perdersi nessun dettaglio. Un peccato che, nonostante la trovata originale e il fatto che i membri del cast (tra cui Alan Ritchson e Ben Foster, bravo ma non premiato dalle scelte di carriera) abbiano fatto un buon lavoro, il film non brilli per colpi di scena e presenti alti e bassi (soprattutto nella cura del make-up e delle acconciature).

Successi e disastri si alterneranno anche nella terza parte della nostra rassegna.

Michele Carmone
10 settembre 2025

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