Venezia: Pagliacci sitcom
“Le lacrime che noi versiam son false! Degli spasimi e dei nostri martir Non allarmatevi!” ci avverte Tonio nel celebre Prologo con cui Leoncavallo fa cominciare i suoi Pagliacci. Capolavoro di Ruggero Leoncavallo (1858-1919), tra i maggiori esponenti della ‘Giovane scuola’ verista insieme a Pietro Mascagni e Umberto Giordano, l’opera venne composta proprio sulla scia del grande successo di Cavalleria rusticana. Il libretto, redatto dallo stesso Leoncavallo, trae argomento da un fatto di cronaca realmente avvenuto a Montalto Uffugo, in Calabria. Qui il compositore visse da bambino quando il padre Vincenzo vi si trasferì per svolgere l’incarico di magistrato, trovandosi a giudicare proprio un delitto di gelosia. Rappresentata per la prima volta al Teatro Dal Verme di Milano il 21 maggio 1892, sotto la direzione di un giovane e ancora poco conosciuto Arturo Toscanini, l’opera fu subito accolta con entusiasmo dal pubblico, fortemente colpito dalla drammaticità della vicenda e dalla bellezza della musica, tanto da essere allestita ovunque nel giro di pochi mesi.
La messinscena del nuovo allestimento proposto al Teatro Malibran, con la regia di Andrea Bernard e la collaborazione ormai collaudata della Scuola di Scenografia e Costume dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, mette ben in evidenza il tema centrale dell’opera: il sottile confine tra la finzione scenica e la realtà, secondo un legame così stretto da rendere difficile stabilire dove finisca l’una e cominci l’altra.
La rilettura di Bernard cala la tragedia di Canio e Nedda nel set patinato di una sitcom anni ’80-’90. Tra fan adolescenti a caccia di autografi e un pubblico istruito da cartelli su quando applaudire o ridere – che, sfondando la “quarta parete”, finisce per confondersi con gli spettatori in sala –, compaiono persino gli intermezzi pubblicitari di uno sponsor stile Mulino Bianco che lancia i nuovi biscotti “Zampognari”. Tutto diventa assai artificiale e irreale, allontanando le passioni forti dell’opera e smorzando quell’istinto primordiale di rabbia e gelosia che muove le azioni del protagonista. Le scene di Martina Calore e il disegno luci di Andrea Benetello contribuiscono ad accentuare il senso di distacco e di artificiosità dello spettacolo.
Si assiste così a un vero e proprio corto circuito drammaturgico. La patina ovattata e rassicurante della sitcom finisce per addomesticare proprio ciò che rende Pagliacci un capolavoro del Verismo, ovvero la natura viscerale, animale e primitiva della gelosia di Canio. Le passioni vengono del tutto edulcorate e personaggi come Nedda e Silvio si trasformano in due “divi da copertina”. Silvio, in particolare, diventa un perfetto cicisbeo: nel momento apicale del dramma, mentre Canio cerca con violenza la verità da una Nedda reticente, l’amante gli si presenta andando incontro al coltello sguainato, senza nemmeno tentare un principio di lotta per difendere la donna amata.
Quel fondale irreale di nuvole dipinte che fa da sfondo al duetto d’amore tra i due amanti clandestini, e che poi si abbassa rivelando la finzione televisiva, fa venire alla mente The Truman Show, capolavoro di Peter Weir. Nella celebre scena finale del film, il protagonista Truman Burbank trova la porta aperta sull’orizzonte finto che segna il confine tra la vita vera e la finzione spettacolarizzata, decidendo di uscire dallo show. Se nel film quella porta segnava il momento in cui la vita reale sfonda la finzione della TV, nell’opera l’assassinio finale sul palco compie esattamente la stessa operazione: distrugge la commedia per far irrompere la realtà (“La commedia è finita!”).
In aperta contrapposizione con questa visione addolcita delle passioni umane si pone la lettura musicale affidata alla direzione di Daniele Callegari. In contrasto con il mondo tutto lustrini e paillettes del palcoscenico, il direttore recupera attraverso la buca tutte le emozioni forti della partitura verista. Pur con volumi talvolta eccessivi, forse amplificati dalle dimensioni contenute del Teatro Malibran, Callegari si pone alla guida di una travolgente Orchestra del Teatro La Fenice e di una straordinaria compagnia di canto.
Tra tutti spicca la mirabile prova di Gregory Kunde, che dimostra una tecnica solida, un controllo e una padronanza assoluta del proprio mezzo vocale a dispetto dell’età, pur con qualche piccolo cedimento nelle note medio-gravi che lascia intuire i segni di una voce non più giovanissima. Di altissimo livello anche la prova del giovane soprano vicentino Selene Zanetti, al debutto nel ruolo di Nedda: la cantante mette in luce tutta la bellezza della propria voce modulandola con estrema disinvoltura, sebbene appaia ancora troppo giovane per un ruolo di cui non sempre riesce a rendere la piena drammaticità, in particolare nei momenti più recitati e nel registro grave.
Solido e sempre ben delineato fin dal Prologo il Tonio di Dimitri Platanias che, con un timbro squillante e quasi tenorile, riesce a insinuare il germe della gelosia in Canio, trasformandosi in un doppio diabolico e infido che lo manovra come una marionetta. Buona vocalmente la prova dell’innamorato Silvio interpretato da Alberto Petricca, che scenicamente risulta però una sorta di cicisbeo borghese, vittima e spettatore degli eventi. Rassicurante e positivo il Peppe di Andrea Schifaudo, che dà voce a un simpatico e scanzonato Arlecchino nella commedia dentro la commedia.
Ottima, infine, la prova del Coro del Teatro La Fenice, preparato dalla nuova direttrice Elena Pierini, e dei Piccoli Cantori Veneziani preparati da Diana D’Alessio: oltre alla preparazione musicale, entrambi i complessi hanno dato prova di una notevole disinvoltura scenica sul set, diventando parte essenziale della costruzione registica.
Ma perché mostrare fin dall’inizio che si tratta solo di una commedia, togliendo al pubblico l’illusione di potersi commuovere, palpitare e ardere per quelle “povere gabbane d’istrioni” e di anime che – come noi – son di carne e d’ossa, e che di quest’orfano mondo al pari di noi spirano l’aria?
Federica Bressan
(20 settembre 2026)
La locandina
| Direttore | Daniele Callegari |
| Regia | Andrea Bernard |
| Scene e costumi | Accademia di Belle Arti di Venezia |
| Light designer | Andrea Benetello |
| Personaggi e interpreti: | |
| Nedda | Selene Zanetti |
| Canio | Gregory Kunde |
| Tonio | Dimitri Platanias |
| Peppe | Andrea Schifaudo |
| Silvio | Alberto Petricca |
| Orchestra e Coro del Teatro La Fenice | |
| Maestra del Coro | Elena Pierini |
| Piccoli Cantori Veneziani | |
| Maestra del Coro | Diana D’Alessio |








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Ph F.Parenzan
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