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Bologna: La Bohème “cattiva” di Vick.

Cattivi, infingardi, avidi, egoisti: così sono i bohémiens secondo Graham Vick che, ancora una volta, dà prova del suo genio. La sua Bohème, che inaugura la stagione 2018 del Teatro Comunale di Bologna, colpisce come un ceffone ben assestato e costringe a riflettere, ovvero adempie alla missione prima che il teatro deve porsi come primaria ed essenziale.
L’azione si sposta negli anni Novanta del secolo passato, ovvero in quel limbo in cui si è esaurita l’ubriacatura di esteriorità compiaciuta degli Ottanta e non si è ancora palesata la crisi del terzo millennio. Mimì e i suoi amici, probabilmente squattrinati solo all’apparenza e compiaciuti degli ambienti shabby chic in cui vivono, sono esseri soli e preoccupati ognuno di se stesso; le scene agili di Richard Hudson, che firma anche i pertinenti costumi, si sviluppano in orizzontale e sono una giusta miscela tra strisce di fumetto e un set di situatition comedy rafforzando ulteriormente l’idea della precarietà e dell’ipocrisia che caratterizzano i rapporti tra i protagonisti. Efficace il disegno di luci di Giuseppe Di Iorio.

La soffitta è un appartamento da studenti, eterogeneo nel mobilio e disordinato quanto deve, con la cucina a gas che diventa il focolare e un bidone dell’immondizia sempre in primo piano; nel quarto atto l’arredo sparisce, forse venduto, forse rubato, chissà.
Il Cafè Momus è un’esplosione di vitalità natalizia tanto ostentata quanto fatua, con ciascuno dei tavolini a raccontare una storia che vive in parallelo con quella dei protagonisti, in una serie di controscene perfette, il tutto scandito da un rimo incalzante che culmina nel picchetto della ronda trasformato in una sfilata di Babbi Natale.
La barriera d’Énfer diventa un luogo estremo di drogati e clochard, di cruising gay e di sesso mercenario, di polizia corrotta e compiacente, mostrato nella sua essenza più rude; qui si compiono i destini delle due coppie con Mimi e Rodolfo che si lasciano senza guardarsi e Marcello e Musetta che nella lite esprimono tutta la carica erotica che caratterizza il loro rapporto.
Nel quarto atto la soffitta è vuota, restano i fornelli e il bidone; qui Vick, ancora una volta con il suo lungimirante senso del teatro, ribalta la “tradizione”: Mimì morta viene abbandonata da tutti, Rodolfo per primo infila la porta e si dilegua seguito dagli altri un attimo dopo e resta abbandonata come un rifiuto per la strada, una parentesi chiusa.

Non si versa una lacrima in questa Bohème cruda come solo la vita può essere, la commozione è fuori posto e, in questo caso, è giusto così; il teatro è riflessione non conforto.

Michele Mariotti, straordinario al suo primo Puccini, restituisce Bohème al Novecento attraverso una concertazione profondamente meditata ed al contempo ricca di pathos. La narrazione musicale, assecondata da un’Orchestra luminosa, si accende di colori innumerevoli pur rimanendo asciutta ed essenziale, forte di slanci dinamici stringenti di agogiche variegatissime, di attacchi rapinosi il tutto a sottolineare le soluzioni armoniche e contrappuntistiche immaginate da Puccini e che guardano ben più in là del suo tempo.

Mariangela Sicilia è una Mimì ideale, plasmata su una linea di canto adamantina, rigogliosa nel fraseggio e intensa nel gesto scenico.
Egualmente convincente il Rodolfo appassionato e vigliacco di Francesco Demuro, la cui voce negli anni si è arricchita di armonici e si è tornita.

Nicola Alaimo disegna un Marcello da manuale, caratterizzato da una voce di grande bellezza e della capacità di trovare il giusto accento per ogni singola parola. Impeccabile la recitazione.

La Musetta di Hasmik Torosyan, viziata e affermativa quanto basta, si distingue per fluidità di emissione e facilità in acuto.

Bravi Andrea Vincenzo Bonsignore, Schaunard gioviale e ben cantato e Evgeny Stavinsky, Colline dalla bella cavata grave e che risolve con misura il Vecchia Zimarra.

Bruno Lazzaretti offre un’ottima prova nel doppio ruolo di Benoît e Alcindoro, mentre Guang Hu (Parpignol), Michele Castagnaro (Sergente dei doganieri), Raffaele Costantini (Un doganiere) e Martino Fullone (Un venditore) completano onorevolmente il cast.
Ottimo il Coro, preparato da Armando Faidutti e puntuali le voci bianche dirette da Alhambra Superchi.
Successo pieno per tutti, con ovazioni per Mariotti, che si commuove, la Sicilia, Demuro e Alaimo; minuscola contestazione per Vick, seppellita dagli applausi.

Alessandro Cammarano

(Bologna, 19 gennaio 2018)

La locandina

DirettoreMichele Mariotti
RegiaGraham Vick
Scene e costumiRichard Hudson
LuciGiuseppe Di Iorio
MimìMariangela Sicilia
MusettaHasmik Torosyan
RodolfoFrancesco Demuro
MarcelloNicola Alaimo
SchaunardAndrea Vincenzo Bonsignore
CollineEvgeny Stavinsky
Benoit/AlcindoroBruno Lazzaretti
ParpignolGuang Hu (Scuola dell’Opera)
Sergente dei doganieroMichele Castagnaro
Un doganiereFraffaele Costantini
Un venditoreMartino Fullone
Orchestra, Coro, Coro di voci bianche e tecnici del Teatro Comunale
Maestro del Coro di voci biancheAlhambra Superchi
Maestro del CoroAndrea Faidutti

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