Milano: Michael, un Peter Pan senza la sua ombra
Finalmente arriva al cinema, in anteprima italiana a Milano, il primo biopic ispirato al re del pop, ed era anche ora. Sembra assurdo che dopo anni ed anni di documentari scandalistici spesso incentrati sulle sue vicende giudiziarie, solo oggi, dopo quasi tredici anni dalla sua scomparsa, sia stato realizzato il primo film in cui Michael Jackson è interpretato da un altro attore. Quasi. Jaafar Jackson, infatti, nipote del cantante e figlio di uno dei componenti dei Jackson 5, Jermaine Jackson, in alcune scene è talmente simile allo zio da far venire la pelle d’oca, grazie soprattutto a un notevole lavoro di immedesimazione nella voce, nelle espressioni e nelle coreografie, e alla regia di Antoine Fuqua (regista di Training Day, che valse l’Oscar come miglior attore a Denzel Washington nel 2001). Attento e minuzioso nella costruzione delle inquadrature, Fuqua ha un approccio misurato e consapevole, lontano dalla spettacolarizzazione facile che spesso caratterizza i biopic musicali. Piuttosto che inseguire l’iconografia più nota di Michael Jackson attraverso sequenze performative elaborate, il film privilegia una messa in scena più intima, costruita su primi piani, tempi dilatati e una direzione degli attori particolarmente attenta, lasciando, comunque (ed inevitabilmente), spazio a momenti storici spettacolari, come il primo moonwalk, eseguito durante l’esibizione al Motown 25 con Billie Jean ne 1983, o la realizzazione del videoclip/cortometraggio Thriller, scena che è stata girata nella stessa location a Los Angeles.
Il film si struttura come un racconto di formazione in chiave biografica, che segue il protagonista fin dall’infanzia, segnata da un rapporto familiare estremamente rigido, fino alla graduale conquista di una propria autonomia, raggiunta attraverso un percorso lungo e complesso che coincide con la piena affermazione sulla scena musicale mondiale. Questa crescita personale e il desiderio di evasione vengono tradotti nell’imaginario fiabesco dell’universo di Peter Pan, citato e mostrato più volte all’interno del film, eroe di riferimento di Michael Jackson sin da quando era bambino, e nell’idea dell’utopica Neverland, l’isola che non c’è, metafora di una vita di libertà ed indipendenza che forse non riuscì mai a raggiungere.
Le dinamiche familiari fra i componenti della famiglia Jackson, in particolare tra Michael e i suoi genitori, sono al centro della trama, e vengono presentate con inquadrature dalla composizione visiva ben studiata, che sottolinea in modo evidente le gerarchie e le tensioni emotive all’interno del nucleo domestico. Juliano Valdi, che interpreta il piccolo Michael catapultato grazie ed a causa del suo talento nel mondo dello show business in tenera età, offre un’interpretazione sorprendente, riuscendo a trasmettere innocenza e pressione simultaneamente, rendendo credibile il peso precoce della fama sulle spalle di un giovane artista. Ma è soprattutto Colman Domingo, nel ruolo del padre Joe Jackson, a lasciare il segno: la sua performance è intensa e stratificata, capace di evocare autorità, durezza e una sottile ambiguità emotiva che alimenta gran parte della tensione del film. Tensione percepibile anche nell’interpretazione della straordinaria Nia Long nei panni di Katherine Jackson, matriarca della famiglia, che, pur avendo poche battute e scene di dialogo con gli altri attori, riesce a trasmettere in modo intenso e commovente il dolore fisico ed emotivo di una donna vittima di oppressione (nonostante non ci sia nessuna scena esplicitamente e fisicamente violenta tra lei e il marito Joe).
Minor attenzione è riservata agli altri fratelli Jackson, letteralmente sullo sfondo della vicenda di Michael, probabilmente per scelta del team di produzione, a capo del quale c’è Graham King, reduce dal successo (non certo per la qualità del film) di Bohemian Rhapsody, e a personaggi come il produttore Quincy Jones (Kendrick Sampson) e l’avvocato John Branca (Miles Teller, forse “reclutato” per dar più spessore al cast). Notevole l’interpretazione di Larenz Tate nel ruolo di Berry Gordy, fondatore della Motown Records, i cui intensi primi piani ci trasmettono l’emozione nel vedere l’immenso talento di Michael alle prime armi davanti al microfono in studio.
Michael è un’operazione pensata chiaramente per il grande pubblico e, in particolare, per i fan dell’artista, ma che evita con decisione di affrontare quanto accaduto dagli anni ’90 in poi: dalle scelte personali sempre più controverse fino, soprattutto, alle accuse di pedofilia emerse a partire dal 1993. Ne emerge un ritratto godibile ma forse eccessivamente edulcorato, che tende a preservare la dimensione mitica del personaggio, mentre le zone d’ombra e le complessità più controverse della sua parabola vengono solo sfiorate, lasciando aperta la possibilità di ulteriori sviluppi narrativi in eventuali opere future.
“La sua storia continua” recita infatti la didascalia finale, collocando la chiusura del racconto in un momento di massima affermazione globale del protagonista, durante il Bad Tour del 1988 a Londra. Ma in che senso? Ci sarà un seguito? Un “Michael 2 – il ritorno”, o una serie? O semplicemente lo spettatore viene invitato a sognare, così come faceva Michael, un futuro diverso da quello che ebbe poi l’artista?
Michele Carmone
21 aprile 2026
La locandina
| Regista | Antoine Fuqua |
| Budget 155 milioni USD | |
| Durata2h 7m | |
| Case di produzione | Lionsgate Films, GK Films |
| Produttore esecutivo | David B. Householter |
| Personaggi e intertpreti: | |
| Michael Jackson | Jaafar Jackson |
| Michael Jackson (bambino) | Juliano Krue Valdi |
| Joe Jackson | Colman Domingo |
| Katherine Scruse-Jackson | Nia Long |
| John Branca | Miles Teller |
| Suzanne de Passe | Laura Harrier |
| Bill Bray | KeiLyn Durrel Jones |
| Diana Ross | Kat Graham |
| Berry Gordy | Larenz Tate |
| Quincy Jones | Kendrick Sampson |
| La Toya Jackson | Jessica Sula |
| Jermaine Jackson | Jamal R. Henderson |
| Marlon Jackson | Tre Horton |
| Tito Jackson | Rhyan Hill |
| Jackie Jackson | Joseph David-Jones |












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