Pietari Inkinen: il suono, il mito, l’eredità

Direttore d’orchestra di profilo internazionale, il finlandese Pietari Inkinen è oggi una delle bacchette più autorevoli della sua generazione.
Il suo percorso attraversa con naturalezza il grande repertorio sinfonico e operistico, unendo rigore strutturale, attenzione al suono e una forte consapevolezza teatrale. In questa conversazione Inkinen riflette sul legame profondo con Sibelius, sulle affinità timbriche tra mondi solo apparentemente lontani, sulle sfide wagneriane del Ring e su un’idea di direzione fondata sull’ascolto, sull’esperienza e sulla continua trasformazione.

  • La sua relazione con Sibelius è diventata negli anni quasi simbiotica: ha inciso due volte l’integrale delle sinfonie e le ha dirette in tutto il mondo. Che cosa le rivela oggi questa musica che forse non coglieva quando la affrontò per la prima volta da giovane direttore?

Quando ho diretto Sibelius per la prima volta, ero attratto soprattutto dall’atmosfera: dai paesaggi e dai colori al senso della natura presente in ogni frase. Con il tempo ho compreso come queste sinfonie respirino su grande scala, come minuscoli frammenti di un motivo si trasformino in qualcosa di monumentale. Con l’esperienza si diventa anche più consapevoli dei silenzi e degli spazi tra le note. Sibelius usa la staticità in modo davvero speciale, e più passa il tempo, più apprezzo quanto quei momenti possano contenere tanta drammaticità quanto i grandi climax. Ogni volta che ritorno a queste partiture, rivelano un nuovo strato.

Nel concerto dello scorso 21 novembre al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ha accostato Sibelius e Ravel, due compositori spesso considerati espressione di mondi sonori molto diversi. Qual è, per lei, il filo nascosto che li unisce su un piano più profondo, forse addirittura psicologico?

Questo programma a Firenze non è stato costruito seguendo un legame strettamente programmatico. Abbiamo scelto questi brani per diversi motivi. Innanzitutto volevamo creare veri e propri fuochi d’artificio per l’orchestra. Inoltre, la musica di Sibelius e Ravel consente all’orchestra di mettere in mostra le proprie qualità, e speriamo che il pubblico torni a casa con la sensazione di essersi immerso in un bagno di colori musicali. Ciò che li accomuna è l’incredibile talento nel creare colori orchestrali. Entrambi hanno un senso molto naturale per l’atmosfera e una straordinaria sensibilità al timbro.

  • Ha diretto il Ring des Nibelungen da Bayreuth a Sydney, ogni volta in condizioni artistiche e logistiche molto diverse. Come concilia le monumentali esigenze di Wagner con la realtà del teatro d’opera di oggi? E che cosa rende questa musica ancora così viva per lei?

Il Ring è sempre una maratona artistica. Che sia a Bayreuth, a Sydney o altrove, ci si confronta con quattro serate che insieme formano un’enorme struttura musicale e teatrale, con grandi forze in scena e dietro le quinte, e con un pubblico che spesso conosce intimamente l’intero ciclo. Conciliare la dimensione wagneriana con il mondo operistico di oggi significa stabilire priorità molto chiare, perché i periodi di prova, i budget e i calendari sono più limitati rispetto al passato. Spesso il tempo di prova in teatro deve essere condiviso con altre produzioni, e quindi efficienza e fiducia nell’esperienza collettiva dell’orchestra e del cast diventano essenziali.

Allo stesso tempo, il Ring si presta a forme narrative molto diverse. In Australia, con Neil Armfield, è nato un mondo fortemente contemporaneo; a Bayreuth, con Valentin Schwarz, il centro era una dinamica familiare disfunzionale che rifletteva aspetti della società moderna. I temi fondamentali, però, restano immutati: potere, amore, avidità, responsabilità. Ogni generazione si riconosce in queste domande, ed è per questo che il ciclo rimane attuale. Ciò che mantiene viva questa musica per me è la profondità del mondo wagneriano: l’architettura su larga scala, l’intreccio dei leitmotiv, il modo in cui le idee musicali e drammatiche si riflettono a vicenda. Wagner è uno dei più grandi geni della storia della musica ed è ormai parte del mio DNA.

  • Il suo incarico alla Deutsche Radio Philharmonie dura ormai da quasi un decennio e comprende progetti discografici di ampio respiro, come i cicli sinfonici di Dvořák e Prokof’ev. Come si è evoluta, nel tempo, la sua idea di “identità sonora” con questa orchestra?

Quando ho iniziato a lavorare con la Deutsche Radio Philharmonie ho percepito subito una base molto solida: un’orchestra con una naturale affinità per il repertorio tardo-romantico e un modo di lavorare flessibile e aperto. Con il passare degli anni, l’idea di identità sonora è diventata meno la ricerca di un ideale prestabilito e più la scoperta di ciò che era già presente, lasciandolo crescere.

Con progetti come i cicli dedicati a Dvořák e Prokof’ev abbiamo esplorato sfumature diverse dell’ensemble: le lunghe linee cantabili di Dvořák e il carattere più incisivo e tagliente richiesto da Prokof’ev. Ogni progetto ha contribuito a definire meglio la percezione che l’orchestra ha della propria voce. Quello che apprezzo particolarmente è la naturale capacità di adattamento dei musicisti, capaci di passare da un suono trasparente e cesellato a una sonorità ampia e ricca. L’identità sonora non è mai qualcosa di fisso: riflette l’eredità dell’orchestra, ma anche la curiosità condivisa che anima ogni nuovo lavoro, e continuerà a evolversi anche con il nuovo direttore principale Josep Pons.

  • Ha costruito relazioni musicali durature in Giappone, Germania e Finlandia, tre Paesi con culture orchestrali molto diverse. In che modo queste tradizioni influenzano il suo approccio alla leadership, al suono e alla comunicazione all’interno di un ensemble?

Lavorare tra queste tre culture mi ha formato profondamente. In Giappone si trova un livello straordinario di precisione e disciplina collettiva, che crea un contesto in cui ogni dettaglio può essere affinato con grande concentrazione. In Germania esiste un forte senso della tradizione, unito a un dialogo musicale molto aperto, in cui i musicisti pongono domande e contribuiscono attivamente con le proprie idee. In Finlandia sento invece una naturale affinità con il mondo sonoro nordico: chiarezza, trasparenza, una musicalità diretta e priva di forzature.

Ho imparato quando è necessario fornire indicazioni molto precise e quando è meglio fare un passo indietro, lasciando che siano gli istinti dell’ensemble a guidare la frase. Anche il modo di comunicare cambia: talvolta è più efficace essere concisi e pratici, altre volte servono immagini musicali più ampie o un pensiero strutturale di lungo periodo. Ciò che accomuna tutte queste tradizioni è la fiducia, che cresce nel tempo e permette di costruire il suono insieme in modo naturale e fedele alla partitura.

  • Lei è violinista di formazione, e nella sua direzione si avvertono una particolare chiarezza strumentale e una grande attenzione alla frase. In che modo il suo passato di strumentista continua a influenzare la sua lettura del repertorio sinfonico e operistico?

I miei anni da violinista hanno plasmato il mio modo di pensare alla linea e al respiro musicale. Suonare uno strumento ad arco insegna molto presto che la frase è qualcosa di fisico: ha peso, direzione, tensione e rilascio. Faccio ancora affidamento su questo istinto quando affronto una partitura: la musica deve risultare naturale nel corpo prima di poter suonare in modo naturale in orchestra.

Questo influisce anche sul mio rapporto con i musicisti. Conosco bene gli aspetti pratici di arcate, articolazione e colore, e questo mi aiuta a comunicare ciò che desidero in modo più preciso ed efficiente. Ma il pensiero strumentale va oltre la sezione degli archi: mi aiuta a immaginare come ogni linea si inserisca nella trama complessiva, come fiati, ottoni e archi portino avanti o si scambino l’argomentazione musicale. In breve, il violino non ha mai smesso di far parte del mio modo di pensare la musica.

  • I suoi prossimi impegni la porteranno da Atlanta a Reykjavík, fino a una tournée in Giappone. Quali direzioni artistiche o quali nuovi repertori la stanno ispirando maggiormente in questa nuova fase della sua carriera?

Ciò che mi ispira maggiormente in questo momento è la varietà dei contesti musicali che mi attendono. In ogni luogo cerco di proporre un equilibrio tra repertori che hanno per me un forte valore personale e progetti che aprono nuove prospettive.

Mi motiva molto questo equilibrio tra continuità e scoperta: restare vicino alla musica che mi ha formato, lasciando al tempo stesso spazio a nuovi repertori, nuove collaborazioni e nuovi modi di ascoltare opere che pensavo di conoscere a fondo. In generale, il prossimo capitolo del mio percorso sarà guidato dalla curiosità: mantenere saldi i grandi pilastri e concedere a me stesso e alle orchestre lo spazio per esplorare nuove visioni.

Alessandro Cammarano

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.