Venezia: ogni Brahms è illuminato
Ci sono inaugurazioni che aprono una stagione; e poi ci sono inaugurazioni che, quasi loro malgrado, riaprono una ferita.
Alla Fenice, la sera del 28 novembre, è successo giocoforza questo secondo scenario, perché da settimane ormai non si vede una luce in fondo al tunnel…e non è un’iperbole: la luce, stavolta, hanno provato ad accenderla gli abbonati stessi, con le torce dei cellulari sollevate come minuscoli fari di sopravvivenza, come un gesto collettivo per “contarsi”, per far capire che ci sono ancora, che osservano, che non accettano l’inerzia, e che la misura, per molti, è già colma.
In un teatro dove anche l’inaugurazione della stagione sinfonica si ritrova intrappolata nella spirale di una crisi che dura da più di due mesi, diventa quasi impossibile pretendere che la musica resti pura, incontaminata e impermeabile al resto.
Il contesto e i motivi sono cosa ben nota.
A pochi metri dall’ingresso principale, le proteste contro la futura direzione musicale affidata a Beatrice Venezi, da settembre 2026, non erano un semplice preambolo: erano la dimostrazione che nulla, in questo momento, avviene ‘per caso’ o ‘fuori dal mondo’.
Dentro il teatro, il clima era forse ugualmente teso ma si è sciolto in un lungo applauso all’ingresso dell’orchestra e del coro, quasi più a sostegno che a calorosa ovazione.
È raro, in una serata sinfonica, percepire un tale cortocircuito emotivo tra palco e platea.
Ma la Fenice, nel bene e nel male, è una città nella città: ogni gesto assume una forma più grande, più eloquente, e quindi più difficile da ignorare. E così, in mezzo a questa geografia instabile, un concerto interamente dedicato a Brahms è diventato, più che un’inaugurazione, quasi un rito di resistenza. Perché la musica continua, anche quando tutto attorno sembra volerle togliere l’ossigeno.
Fin dalle prime battute delle Variazioni su un tema di Haydn si è capito che il direttore Ivor Bolton avrebbe affrontato Brahms non con la trasparenza rigorosa del sinfonista analitico, ma con una scelta più muscolare, quasi volutamente espansa. Non un Brahms rastremato e pulito, ma un Brahms gonfio, imponente, dove la dinamica non è stata solo strumento di contrasto espressivo, ma una sorta di argine emotivo, un modo per reggere il peso simbolico della serata. La pasta orchestrale, più densa del consueto, lasciava emergere meno nitidamente i dettagli interni, soprattutto negli archi, che in Brahms richiedono una precisione mentale e fisica quasi da camera: quella complessa alternanza tra spinta e morbidezza che qui appariva più compatta, più granitica, a volte più ingombrante. E tuttavia, all’interno di questa cornice così massiccia, Bolton ha cercato davvero di differenziare le variazioni: non le lasciava scorrere come un unico flusso, ma provava a inciderne il carattere, a distinguerne l’atmosfera, a evocare superfici diverse, anche se poggiate su un materiale sonoro molto più ampio di quanto l’acustica della Fenice solitamente richieda.
Con Das Schicksalslied la serata ha trovato una sua dimensione più nitida, con una temperatura emotiva della sala e dell’esecuzione in crescendo. Qui la densità orchestrale, invece di essere un ostacolo, diventava quasi il terreno su cui Brahms aveva immaginato il proprio testo: un paesaggio ampio, carico di stratificazioni, in cui il coro ha potuto emergere con una purezza che sorprendeva per contrasto. Bolton, senza bacchetta, appariva più a suo agio nella comunicazione immediata della dimensione corale, guidando con un gesto più morbido e respirato, e il coro rispondeva con un’unità rara: la dizione scolpita, l’emissione compatta, la capacità di attraversare il passaggio dal primo al secondo movimento senza perdere la linea di tensione. Là dove l’orchestra tendeva ad allargarsi, il coro stringeva, concentrava l’idea musicale, restituiva una verticalità che dava senso a tutto il brano incarnando quella doppia natura della pagina (idillio e abisso) senza lasciarsi schiacciare. Il cuore della serata, il luogo in cui Brahms sembrava parlare più direttamente a una sala che, da quel momento, era pronta ad ascoltare il concerto.
La Terza sinfonia, poi, è arrivata come una sorta di catarsi controllata: un Brahms massiccio, solido, di respiro grande, meno incline alla cesellatura che alla continuità. Non un Brahms che promette rivelazioni, ma che tiene insieme, che costruisce una struttura, che cerca un’idea di compattezza più che di dettaglio. Bolton ha privilegiato la linea larga, la forza della frase ampia, la logica interna dei blocchi. Il primo movimento scorre con un ordine rigoroso; il secondo offre ai legni quei momenti di fiato che Brahms ha inciso nella sua scrittura come un gesto di umanità; il Poco allegretto non diventa memorabile, ma mantiene una sua eleganza discreta; il finale, a sua volta, non esplodeva e non implorava: si chiudeva con la stessa solidità con cui era iniziato, coerente nel voler mantenere una forma più orizzontale che vertiginosa.
Non è un Brahms rivelatore, non è un Brahms incendiario, non è un Brahms ‘illuminato’: è un Brahms necessario. E forse, alla Fenice di oggi, anche questo ha un suo valore.
E intanto la sala, pubblico presente in gran numero ma non da tutto esaurito, raccontava una storia parallela. Le tensioni attorno al Teatro, la sfiducia del pubblico, il senso di precarietà che circonda ogni gesto artistico della Fenice negli ultimi mesi: tutto era presente come un sottofondo costante, quasi un secondo movimento emotivo indipendente dalla musica. E proprio per questo il gesto delle luci accese dagli abbonati ha assunto un peso che nessuna recensione può permettersi di ignorare. Era un appello, un segnale, un modo per dire: “ci siamo, ancora per poco forse, ma ci siamo”.
E così, mentre fuori continuano le discussioni sulla governance e sul futuro della Fenice, e mentre dentro si cerca un equilibrio che tarda ad arrivare, la serata si chiude con un paradosso quasi struggente: in un luogo dove non c’è una luce in fondo al tunnel, in un luogo dove perfino un Brahms inaugurale deve convivere con un clima che non si scioglie, le uniche luci capaci di dire qualcosa sono state quelle del pubblico.
Fuori, continuano a intrecciarsi proteste, dichiarazioni e tensioni.
Dentro, la musica ha compiuto l’unico gesto possibile: continuare.
Anche gonfiata, anche pesante, anche imperfetta.
Continuare.
E forse, in certe sere, questo vale più di qualsiasi sinfonia.
Carlo Emilio Tortarolo
(28 novembre 2025)
La locandina
| Direttore | IIvor Bolton |
| Maestro del Coro | Alfonso Caiani |
| Orchestra e Coro del Teatro La Fenice | |
| Programma: | |
| Johannes Brahms | |
| Variazioni su un tema di Joseph Haydn op. 56 a | |
| Das Schicksalslied (Canto del destino) per coro e orchestra op. 54 | |
| Sinfonia n. 3 in fa maggiore per orchestra op. 90 | |






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