Torino: Oltre il silenzio. L’integrale dei Quartetti per archi di Beethoven
MITO SettembreMusica inaugura un ciclo biennale affidato al Quartetto d’archi del Teatro alla Scala, che in tre appuntamenti propone la prima parte di un percorso che prevede l’esecuzione di tutti i quartetti di Ludwig van Beethoven. Quest’anno tocca ai Quartetti n. 1, 2, 3, 6, 8, 10, 12 e 13. Il progetto si concluderà nel 2027, anno in cui ricorre il bicentenario della morte del compositore di Bonn.
Affrontare l’esecuzione integrale dei Quartetti per archi di Beethoven significa intraprendere uno dei viaggi più profondi e affascinanti della storia della musica: non una semplice successione di concerti, ma un percorso attraverso la vita creativa di un compositore che, nell’arco di quasi trent’anni, trasformò il quartetto in uno dei luoghi più intimi, liberi e visionari della propria ricerca artistica.
I sedici Quartetti per archi, ai quali si aggiunge la Grande Fuga op. 133, accompagnano Beethoven dalle prime affermazioni nella Vienna di fine Settecento fino agli ultimi anni della sua vita. Ascoltati nella loro completezza, raccontano un’evoluzione straordinaria: dalla conoscenza e dal confronto con la grande tradizione di Haydn e Mozart alla conquista di una voce assolutamente personale, fino alle opere estreme dell’ultimo periodo, nelle quali il linguaggio sembra oltrepassare i confini del proprio tempo.
Nei Quartetti op. 18 incontriamo un Beethoven ancora profondamente legato alla grande tradizione classica, ma già pronto a metterne in discussione equilibri, proporzioni e convenzioni. Il modello di Haydn e Mozart rimane riconoscibile, ma il dialogo fra i quattro strumenti acquista un’energia nuova: nessuna voce è semplicemente subordinata alle altre e il quartetto diventa progressivamente uno spazio di confronto, tensione e libertà espressiva.
Il Quartetto n. 3, con cui si apre il progetto di MITO, è in realtà il primo dei sei ad essere stato composto. È forse il più lirico e disteso del gruppo: vi prevalgono trasparenza, cantabilità e naturale fluidità. Beethoven sembra avvicinarsi al genere con particolare libertà, esplorandone le possibilità senza rinunciare alla grazia della tradizione viennese.
Nel Quartetto n. 1 emerge invece con maggiore evidenza la sua ambizione drammatica. Dietro l’apparente adesione alle forme classiche si avverte una tensione nuova, che raggiunge uno dei suoi vertici nel celebre Adagio affettuoso ed appassionato: una pagina di straordinaria intensità nella quale il dialogo fra gli strumenti sembra trasformarsi in racconto ed emozione.
Un carattere diverso appartiene al Quartetto n. 2, tradizionalmente soprannominato “Komplimentierquartett”. È il volto più elegante, luminoso e conversativo del giovane Beethoven: le frasi musicali sembrano scambiarsi gesti di cortesia, domande e risposte, richiamando il raffinato mondo settecentesco. Dietro questa apparente leggerezza si nasconde tuttavia una scrittura rigorosamente controllata, nella quale Beethoven comincia già a forzare con sottigliezza le regole ricevute dai suoi predecessori.
Il Quartetto n. 6 chiude infine il ciclo dell’op. 18 guardando decisamente oltre. Nell’introduzione all’ultimo movimento, significativamente intitolata “La Malinconia”, l’atmosfera diventa sospesa e inquieta. Improvvisi mutamenti di tempo e di carattere conducono dalla meditazione più oscura a una vitalità quasi febbrile: è come se, proprio alla conclusione dell’op. 18, Beethoven aprisse una finestra sul proprio futuro.
Con i tre Quartetti op. 59, dedicati al conte Andrej Razumovskij, quel futuro è ormai presente. Le dimensioni si ampliano, i contrasti diventano più radicali e il materiale musicale viene continuamente trasformato. I quattro strumenti acquistano una forza quasi orchestrale senza perdere l’intimità propria della musica da camera.
Il secondo Quartetto dell’op. 59, con cui si conclude quest’anno il ciclo, è uno degli esempi più intensi di questa nuova concezione. Energia e inquietudine, raccoglimento e tensione drammatica, silenzi e improvvisi scatti attraversano l’intera composizione. Il suo cuore è il Molto Adagio, pagina contemplativa e quasi metafisica, mentre nel terzo movimento compare un tema russo, omaggio a Razumovskij, che Beethoven trasforma attraverso un’elaborazione contrappuntistica serrata.
Il Quartetto op. 74 inaugura i quartetti “isolati”, non compresi cioè in una successione con lo stesso numero d’opus. Detto “delle arpe” per le figurazioni in pizzicato del primo movimento, appartiene alla piena maturità del cosiddetto periodo “eroico”. I quattro strumenti diventano interlocutori quasi alla pari: una frase può iniziare nel violoncello, essere completata dalla viola, passare al secondo violino e infine emergere nel primo. Una vera conversazione a quattro.
È proprio questa caratteristica che rende l’op. 74 un ponte molto interessante: conserva ancora la forza e la chiarezza del Beethoven “eroico”, ma comincia a privilegiare silenzio, timbro, frammentazione, trasformazione e dialogo interno. Elementi che Beethoven porterà molto più lontano nei quartetti degli ultimi anni.
Con i Quartetti op. 127 e op. 130 entriamo pienamente nell’universo dell’ultimo Beethoven. Ormai completamente sordo, il compositore vive il suono come una dimensione interiore e conduce il quartetto oltre i confini della forma classica. Nell’op. 127 una solenne apertura introduce un mondo nel quale lirismo, meditazione e improvvisi mutamenti espressivi sembrano sospendere il tempo.
Nell’op. 130 Beethoven procede ancora oltre. I sei movimenti accostano leggerezza, ironia, tensione e introspezione con una libertà sorprendente. Al centro emotivo dell’opera emerge la Cavatina, pagina di estrema semplicità e commozione, particolarmente cara allo stesso Beethoven.
A questo universo appartiene anche la Grande Fuga op. 133, concepita originariamente come finale dell’op. 130 e successivamente pubblicata come opera autonoma. Nel programma di MITO viene eseguita dopo l’op. 130, restituendo così il legame originario fra le due composizioni. È una delle creazioni più radicali di Beethoven: quasi incomprensibile ai contemporanei, conserva ancora oggi intatta la propria forza dirompente.
Dall’op. 18 alla Grande Fuga si compie così un percorso straordinario: la forma, inizialmente ereditata dalla tradizione, diventa progressivamente uno spazio di assoluta libertà, nel quale Beethoven sembra interrogare il silenzio, la memoria e la dimensione più profonda dell’esperienza umana.
A raccogliere questa sfida sono Francesco Manara e Daniele Pascoletti ai violini, Simonide Braconi alla viola e Massimo Polidori al violoncello: quattro musicisti provenienti dalla grande tradizione scaligera, nella quale la cultura del suono orchestrale e quella del teatro convivono con una profonda esperienza cameristica. La loro storia comune nasce proprio dalla volontà di trasformare l’affinità maturata all’interno dell’Orchestra del Teatro alla Scala in un dialogo cameristico autonomo, fondato sull’ascolto e sul confronto.
Francesco Manara, al primo violino, imprime al quartetto autorevolezza e slancio, con un fraseggio che unisce rigore, chiarezza e naturale capacità narrativa. Al suo fianco Daniele Pascoletti, secondo violino, offre sensibilità e duttilità, muovendosi con equilibrio tra primo piano e trama interna e alimentando costantemente il dialogo dell’ensemble.
Alla viola, Simonide Braconi porta un timbro caldo e profondamente riconoscibile: una voce interiore che unisce i registri e sa emergere con intensità nei momenti più espressivi. Massimo Polidori, al violoncello, costituisce il fondamento sonoro del quartetto, conferendogli profondità e respiro senza rinunciare a una raffinata cantabilità.
Quattro personalità distinte, quelle del Quartetto d’Archi del Teatro alla Scala, che attraverso un lungo cammino condiviso hanno costruito un’intesa profonda.
Il confronto diventa così parte essenziale del fare musica e trasforma le singole voci in un unico organismo, capace di respirare, ascoltare e interpretare insieme. Per il pubblico assistere all’intero ciclo significa seguire due storie parallele: quella di Beethoven, che attraverso i Quartetti percorre quasi trent’anni della propria esistenza creativa, e quella di quattro interpreti che scelgono di misurarsi con uno dei vertici assoluti della letteratura musicale.
Nell’affrontare l’integrale beethoveniana, queste quattro personalità non cercano di annullarsi, ma di confrontarsi. È qui che il quartetto d’archi rivela la propria natura più profonda: quattro individualità, quattro timbri, quattro modi di pensare la musica che devono respirare insieme senza perdere la propria identità. Nel repertorio di Beethoven questa relazione viene portata al limite, tecnicamente, musicalmente e umanamente.
La lunga esperienza del Quartetto della Scala rende questo confronto particolarmente significativo: non uniformità, ma equilibrio; non sovrapposizione, ma dialogo. Soprattutto nella Große Fuge la lettura dei quattro musicisti rispecchia il titolo di MITO SettembreMusica di quest’anno: “Armonia”, un perfetto equilibrio di proporzioni.
Se usiamo la metafora di Massimo Mila, che a proposito di questa pagina aveva detto che ai quattro musicisti tocca «dipanare una matassa di filo spinato», questa volta le punte di questo filo spinato sembrano leggermente smussate: nella loro esecuzione vincono la musicalità e il controllo piuttosto che le intemperanze espressive, la bellezza del suono piuttosto che l’asprezza delle dissonanze.
La scelta di non eseguire i quartetti in ordine cronologico potrebbe apparire discutibile, ma si rivela invece convincente perché ripropone in ogni concerto il salto vertiginoso dai lavori giovanili – ogni serata è aperta da uno dei Quartetti op. 18 – a quelli della maturità. Un breve intervallo, con le luci in sala, separa la luminosità delle prime opere dalle domande quasi metafisiche delle ultime e Manara, Pascoletti, Braconi e Polidori diventano così mediatori di un pensiero che, a due secoli di distanza, conserva intatta la propria necessità.
Beethoven continua a parlarci non come un monumento del passato, ma come una voce viva: fragile e potente, intima e universale, ancora capace di interrogarci sulla condizione umana.
Alla fine dell’ultimo concerto, l’entusiasmo del pubblico strappa questa volta il bis che non aveva ottenuto nei due precedenti: un’esecuzione ultraterrena della Cavatina. Adagio molto espressivo dell’op. 130, una pagina di un’intensità e di una bellezza rarefatta la cui atmosfera sembra anticipare di quasi cinquant’anni quella del wagneriano Siegfried-Idyll, se non addirittura dell’Adagietto della Quinta di Mahler!
Renato Verga
(14, 16 e 18 settembre 2026)
La locandina
| Quartetto d’archi del Teatro alla Scala | |
| Violino | Francesco Manara |
| Violino | Daniele Pascoletti |
| Viola | Simonide Braconi |
| Violoncello | Massimo Polidori |
| Programma: | |
| Ludwig van Beethoven | |
| 14 settembre | |
| Quartetto n° 3 in Re op. 18 n° 3 | |
| Quartetto n° 1 in Fa op. 18 n° 1 | |
| Quartetto n° 12 in Mi bemolle op. 127 | |
| 16 settembre | |
| Quartetto n° 2 in Sol op. 18 n° 2 | |
| Quartetto n° 13 in Si bemolle op. 130 | |
| Große Fuge in Si bemolle op. 133 | |
| 18 settembre | |
| Quartetto n° 6 in Si bemolle op. 18 n° 6 | |
| Quartetto n° 10 in La bemolle op.74 “Harfenquartett” | |
| Quartetto n° 8 in mi op. 59 n° 2 “Razumovskij” | |




Ph. Alessandro Zanon
Ph. Marco Pozzi
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