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Chieti – Teatro Marrucino: Il telefono – Gianni Schicchi

Data dello spettacolo: venerdì 5 dicembre 2014

Scelta che può risultare azzardata per molti amanti della lirica e scommessa del Direttore Artistico M° Ettore Pellegrino, le due opere Il telefono di Gian Carlo Menotti e Gianni Schicchi di Giacomo Puccini, nate dalla collaborazione con il Conservatorio “Luisa D’Annunzio”di Pescara, risultano amalgamarsi al meglio tra loro, sebbene di due periodi diversi tra loro (l’opera menottiana ha la sua prima rappresentazione assoluta nel 1947, mentre Gianni Schicchi, terza e ultima opera del celebre Trittico pucciniano, nel 1918), grazie alla capacità del regista ungherese Ferenc Anger, il quale trova certi accorgimenti, che risultano traite d’union tra le due opere.Anger tiene a mettere a fuoco che le due opere hanno in primis un luogo in comune, vale a dire l’interno di una casa, e muove i cantanti in maniera semplice ma efficace; ne Il telefono sembra quasi di vedere un film fine anni Quaranta, per Gianni Schicchi parodizza il Medioevo, senza banalizzarlo. Risultano interessanti le trovate di tenere nelle due opere un filo comune attraverso il telefono (nell’opera di Menotti l’ “altro” nel rapporto tra Ben e Lucy, nello Schicchi una sorta di amplificazione di ciò che Betto mormora tra i parenti “Lo dicono a Signa”), come quella della presenza di un orsacchiotto di peluche, che ne Il telefono rappresenta l’amore di Lucy per il suo Ben mentre nell’opera pucciniana, presentato come gioco di Gherardino, diventa ironicamente l’ancora della possibile salvezza dei Donati, ovvero “il testamento di Buoso Donati”.Per quanto concerne le scene, Gergely Zöldz ricrea una camera, comprensiva di letto, telefono vecchia maniera, qualche sedia; sullo sfondo una sorta di grande finestra sul mondo, che mostra una città, con le fattezze di Londra nell’opera menottiana e con quelle nostalgiche di Firenze in quella di Puccini, progressivamente “invasa” dalla presenza di un aereo in caduta libera e di alcuni dinosauri di darwiniana memoria, rappresentanti della lotta alla sopravvivenza, ma anche simbolo di incomunicabilità, secondo tratto in comune nelle due opere. Per i costumi, risulta gradevole la scelta di rimanere fedeli alla storicizzazione delle opere stesse sebbene, nello Schicchi, risultano presenti taluni elementi contemporanei, che esaltano l’incapacità comunicativa tra i vari personaggi.La direzione di Gabriele Bonolis si rivela, in entrambe le opere, briosa, fresca, dinamica e attenta ai particolari musicali, per quanto concerne la parte strumentale, e altresì capace di dare i giusti valori alle voci, parlando di canto. Bonolis, direttore romano ma con sangue abruzzese, conosce bene il suo mestiere, sa con quale materiale lavora e dimostra di cogliere bene i tratti dell’opera di Menotti e a creare la giusta armonia con le voci (frutto dell’esperienza avuta presso il Festival dei due Mondi di Spoleto, come dichiarato dallo stesso); altresì riesce a dare corpo alla sfida di un cast di giovani cantanti frammisto a più maturi, per quanto riguarda l’opera pucciniana, e riesce a esaltare i particolari di questo atto unico e a far sì che musica, libretto e scena creino una sublime rendita drammaturgica.Parlando de Il telefono (strumento dell’ amour à trois, come recita il sottotitolo dell’opera), la Lucy di Gabriella Costa, soprano già in carriera, presenta una voce capace di giostrare tra note basse e note acute, si disimpegna con buon gusto nella costante ricerca dei colori giusti, trovando gli strumenti per rimarcare una certa dose di frivolezza del personaggio. Mostra una certa spigliatezza, in maniera particolare nelle conversazioni telefoniche, caratterizzate dal famoso “Hello, hello”, mentre talvolta incappa in qualche opacità individualistica, nei momenti scenici d’interazione con Ben, interpretato da Christian Starinieri. Quest’ultimo, baritono teatino con un buon curriculum alle spalle, presenta una voce lineare e anche decisa e mette in mostra una buona capacità istrionica, che risalta la sfortuna del pretendente della ragazza nello chiedere di sposarlo, generando talvolta la risata nel pubblico, sebbene talvolta si allarghi in abbandoni musicali non propriamente lirici. Momenti apprezzabili risultano essere le scene in cui Ben parte e Lucy, malinconica di solitudine, abbraccia un orsacchiotto di peluche (un regalo romantico dello stesso Ben o forse proprio una metafora dell’ amore di Lucy per Ben) e  il duetto finale dove Ben, prossimo alla partenza, riesce a fare la richiesta di matrimonio alla sua Lucy, telefonandole: una “dichiarazione d’amore” contemporanea, che ben viene resa musicalmente, vocalmente e scenicamente.

Nel pucciniano Gianni Schicchi, come già posto l’accento, il cast presenta un mix di giovani e adulti; tra questi una menzione a parte, va fatta per il giovanissimo soprano abruzzese Federica Di Rocco. Al debutto assoluto su un palcoscenico, ci presenta una Lauretta cauta e introspettiva nella sua prima apparizione in scena, che man mano svela le proprie capacità sceniche, nel momento in cui gli eventi si capovolgono, rivelando le varie sfaccettature del personaggio, anche quando lo stesso è fuori scena, ma visibile per scelta registica (divertente l’interazione con uno stormo di uccellini alla ricerca di minuzzoli). Sfoggia una voce morbida, e allo stesso tempo ben delineata, mostrando gusto nel cogliere con assoluta sensibilità la malinconia ammiccante della romanza O mio babbino caro e si esibisce in eleganti acuti, come nel caso dell´adamantino re bemolle del duetto finale “Firenze da lontano, ci parve il Paradiso!”. Il baritono Alessandro Cataldo mostra di conoscere il suo personaggio e si esalta, dando vita a un Gianni Schicchi astuto, divertente e agile sulla scena, e dando vigore al personaggio con una buona resa vocale, che esalta le sue doti istrioniche, e permettendo al pubblico di farsi due risate; di rilievo l’interpretazione nella grottesca canzone In testa la cappellina, così come mostra le proprie capacità vocali nei panni di Buoso Donati, giocando talvolta con suoni sottili e suoni gravi, che rendono ancora più comico l’imbroglio ordito. Il tenore Davide Ciarrocchi, nei panni di Rinuccio, mostra buona volontà nel delineare il suo personaggio, ha dalla sua anche un interessante materiale vocale, che però talvolta è eccessivamente caricato di troppa enfasi, come dimostra l´aria Firenze è come un albero fiorito, che poco si inquadra con l´aspetto musicale, tanto da perdersi nel turbinio degli eventi, a livello scenico, e slegando i due aspetti tra loro.Parlando della famiglia Donati, non si può non cominciare dalla matriarca Zita, interpretata da Alba Riccioni; quest´ultima s’impegna nel mostrare scenicamente il personaggio, sebbene talvolta forse manchi la cattiveria che ci si aspetta dal personaggio, questo a discapito della resa vocale, a tratti d´un colore un po’ sopranile. Il Simone di Davide Filipponi è giocato su note ben delineate, supportate da una buona presenza scenica, sebbene per scelta registica risulti spesso un corpo estraneo dalla vicenda; la coppia Nella e Gherardo, interpretati da Valentina Coletti e Lorenzo Izzo riescono bene a delineare l´avidità della coppia e a loro sostegno una voce calibrata, che si amalgama al meglio nei momenti d´assieme; per quanto riguarda Marco e La Ciesca, rispettivamente Francesco Pilotti e Federica Serpente, risulta interessante la loro capacità interpretativa; nel caso di Marco, la voce, chiara e semplice nel suo perché, è supportata da una buona dose di micro mimica facciale da attore di vecchia scuola, mentre nel caso de La Ciesca, risulta tutto ben chiaro e definito, sebbene talvolta si possano udire suoni alquanto scuri, che poco si possono addire a tale personaggio. Per ultimo Betto di Signa, interpretato da Giorgio Tenisci, che alterna suoni di buon gusto a sottili asprezze, giocando soprattutto su micro gags, che non convincono del tutto, in quanto mancano di intensità espressiva e corporea. Bene anche per Danil Aceto, nel doppio ruolo del Maestro Spinelloccio e di Pinellino, per Claudio Roncone nei panni del notaio Ser Amantio di Nicolao e per Nicola Spacciante nel ruolo di Guccio. Altra menzione a parte va fatta per Gherardino, interpretato da Lorenzo Speca, che ben calza il personaggio e riesce a giocarci come solo un bambino può fare.

Applausi convinti per le due compagnie, per il Direttore, il Regista e meritato successo per tutti.

Mirco Michelon

La locandina

DirettoreGabriele Bonolis
RegiaFerenc Anger
ScenografoGergo Zoldy
  Il telefono
LucyGabriella Costa
BenChristian Starinieri
  Gianni Schicchi
Gianni SchicchiAlessandro Cataldo
LaurettaFederica Di Rocco
ZitaAlba Riccioni
RinuccioDavide Ciarrocchi
GherardoLorenzo Izzo
NellaValentina Coletti
GherardinoLorenzo Speca
Betto Di SignaGiorgio Tenisci
SimoneDavide Filipponi
MarcoFrancesco Pilotti
La CiescaFederica Serpente
Maestro SpinelloccioDanil Aceto
Ser Amantio Di NicolaoClaudio Roncone
GuccioNicola Spacciante
PinellinoDanil Aceto
Orchestra Sinfonica Abruzzese

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