L’intensa meraviglia de La Roque d’Anthéron

Nel novero di alcuni dei coraggiosi festival europei che hanno scelto di rimanere aperti c’è il Festival de La Roque d’Anthéron, uno dei più grandi ed importanti festival pianistici al mondo. Giunto alla sua quarantesima edizione, la manifestazione creata dall’architetto dei festival René Martin ha pesantemente tagliato i posti a sedere, 800 a fronte di 2000, il che in un Festival che si nutriva al 70% di biglietteria ha una diretta conseguenza sul numero e la capillarità degli eventi. Ma se mancavano le grandi orchestre e alcuni ospiti internazionali tra i più affezionati, chi ha potuto assistere ai primi giorni de La Roque non ha avuto certo l’impressione di un festival in versione domestica.

Ad inaugurare la rassegna il 1° agosto alle 19, tra i polli e i platani del Parc du Château de Florans, è stato infatti Nelson Goerner con il Quartetto Modigliani e il contrabbassista Yann Dubost per il Quintetto “La Trota” di Schubert e il Secondo Concerto di Chopin. Purtroppo la mia posizione per questo e il terzo dei concerti che andrò a recensire non era delle migliori (causa ristrettezze di posti di cui sopra, ogni tanto la stampa si è dovuta adattare), quindi alcuni aspetti di timbrica e gestione strutturale dei piani dinamici mi è sicuramente sfuggita, ma anche così si è potuto cogliere la splendida esecuzione dei musicisti di questo concerto inaugurale. Il Quartetto Modigliani ha trovato un’ottima intesa con Yann Dubost e ha mostrato un sapiente equilibrio tra leggera grazia e appassionati sfoghi (in realtà non poi così tanti nell’ittico Quintetto). In questo hanno avuto un perfetto partner in Nelson Goerner. Il pianista è letteralmente prodigioso quando si tratta di trovare sfumature luminose al suo suono argentino (il doppio senso è voluto, per il pianista di Buenos Aires dal tocco argenteo). La grazia e l’eleganza hanno veramente un che di innato in Goerner e questa naturalezza gli permette di non perdersi mai nel lezioso e né di sottrarsi ai punti più intensamente drammatici.

Con queste premesse si potrà comprendere come sia andato il successivo Concerto di Chopin. Concerto la cui versione con quintetto d’archi è in realtà assai insoddisfacente e più volte il Modigliani (questa volta al completo, con l’aggiunta di Dubost), si è trovato assai in difficoltà. Si sottovaluta costantemente l’orchestrazione di Chopin, certo non sprovvista di ingenuità, ma sentire i due Concerti in versione cameristica (o con l’orchestra d’archi) non riesce a restituire che un granello delle morbide atmosfere date dagli archi tutti, dei melancolici soli dei fiati, dei turbolenti sfoghi a orchestra piena, su cui il solista si staglia con le sue gragnole Biedermeier. Mancando lo spessore dell’orchestra (un gran peccato, avendo a disposizione il Modigliani), l’attenzione si è necessariamente concentrata su Goerner, che è però stato all’altezza della sfida e ha retto sulle sue spalle l’intero peso del maestoso Concerto, trovando sfumature persino selvagge senza mai perdere la sua nobile eleganza. Al pubblico rutilante per il fuoco della sacra passione, i musicisti hanno concesso come bis una ripresa del quarto movimento dal Quintetto, il celebre tema e variazioni sul Lied “Die Forelle”.

Il due agosto ha ospitato un doppio appuntamento, a testimonianza dell’abbondanza di offerta anche quest’anno: alle 10 Beatrice Rana in recital mattutino, alle 20 Anne Queffélec in sestetto con Olivier Charlier e Anna Göckel al violino, Laurent Marfaing (il violista del Modigliani), Marc Coppey al violoncello e il solito Yann Dubost. Il programma di Beatrice Rana era di quelli da risveglio importante (per non dire traumatico): tutti e quattro gli Scherzi di Chopin (al debutto), El Albaicin da Iberia di Albeniz e La Valse di Ravel. Per chi ancora poteva trovarsi nel torpore mattutino sotto il caldo sole provenzale, sono bastati i perentori gesti che aprono il Primo Scherzo per riscuotersi. Il suono di Rana è ampio, maestoso, definito, perfino scolpito e, se posso permettermi l’aggettivo che per primo mi è venuto in mente, roccioso. Dal suono della giovane pianista pugliese emerge sempre una grande determinazione e un desiderio di proiettare tutto in avanti, così da riempire letteralmente di suono (ma senza mai pestare) tutto l’ampio Auditorium all’aperto. Questa proiezione si applica anche alle scelte di interpretazione: Beatrice Rana pensa a sezioni ampie, con lunghe frasi in cui si inseriscono tutti gli elementi, quasi come fasce timbrche o di carattere. L’effetto travolgente è garantito, ma spesso a prezzo di una carenza di dettagli interni, come si è notato soprattutto nel Terzo Scherzo. Dopo l’inizio splendidamente misterioso, l’inciso perentorio di ottave non ha trovato i sufficienti contrasti nelle frasi successive, che sono apparse omogeneamente collegate le une alle altre, perdendo di tensione drammatica nel gioco tra gli elementi. Discorsi affini si possono fare per Primo e Secondo Scherzo, in cui servivano più contrasti, più chiaroscuri e al contempo più chiarezza nelle parti concitate, senza però cadere nella schematicità. Schematicità che Rana è riuscita a evitare molto bene nel Primo Scherzo, mentre nel secondo ci sono state alcune divisioni (penso all’arpeggio che introduce nella sezione centrale uno dei punti più tesi di tutto lo Scherzo, posto dopo un’intera battuta di pausa) che hanno tagliato un po’ con l’accetta il fluire espressivo del brano. Alla pianista non mancano però né le preziosità di fraseggio, né i timbri: il Quarto Scherzo è stato tra i momenti più alti di tutto il recital e qui Rana ha saputo trovare le sfumature giuste con grande maestria. Un esempio è stata la perfetta gestione della sezione centrale, con quel tema immerso in una struggente eppure mai sguaiata melanconia, madido di nostalgia. Beatrice Rana ha reso alla perfezione quest’intimità, al contempo facendo entrare gradualmente le voci secondarie, senza mai disturbare la lunga corsa del tema e anzi dando loro maggiore risalto solo in funzione del fraseggio superiore.

Un capolavoro di carattere e colore è stato poi El Albaicin di Albeniz. Qui la pianista è riuscita a dare un’interpretazione appassionata eppure sobria, donando vigore e forza al brano senza mai cadere in tentazioni kitsch e al contempo sfoggiando tutta la sua tavolozza timbrica. Tavolozza che invece è mancata su La Valse di Ravel, il cui inizio era promettente e su cui non sono mancati dei momenti di vera evocazione orchestrale (ad esempio la rapida scala ascendente e discendente del flauto, perfettamente centrata nel timbro), ma La Valse è un brano che vive di contrasti tra tutte le epifanie di valzer che vi appaiono, senza i quali la generale omogeneità si adagia sullo sfoggio tecnico della quasi impossibile trascrizione orchestrale. Una maggiore ricchezza di caratterizzazione tra un’idea e l’altra avrebbe dunque arricchito notevolmente il discorso, soprattutto abbracciando anche i momenti più languidi e seducenti che contrastano quelli più appassionati e sfavillanti. Questa maggiore cura dei contrasti avrebbe inoltre rinforzato molto il grandioso climax conclusivo, che nel suo centrifugare tutti gli elementi in un’esplosiva apoteosi poteva trovare molta più immaginazione e forza drammatica. Calorosi (e non solo accaldati) applausi da parte del pubblico, cui Beatrice Rana ha risposto con un ottimo Notturno op. 48 n. 1 di Chopin, in tutta la sua maestosità.

A concludere le mie due giornate francesi, il concerto di Anne Queffélec e il quintetto d’archi. Con Charlier, Marfaing e Coppey, la pianista francese ha aperto le danze con il Quartetto in sol minore di Mozart, dimostrando fin da subito di aver non timore ad affrontare con la dovuta intensità espressiva quel primo movimento, animato dalle stesse tensioni dei Concerti K 466 e K 491. Al contempo l’ensemble ha saputo trovare una splendida intimità espressiva nel secondo movimento e una brillantezza gustosissima nel terzo, tutte caratteristiche che poi si sono ritrovate nel Concerto K 414 del caro Wolfgang Amadeus, in cui Göckel e Dubost si sono uniti a rinforzare gli archi per questa resa cameristica di grande efficacia. Nonostante la riduzione dell’organico, infatti, Anne Queffélec ha saputo dare un’interpretazione veramente magistrale del Concerto, anche perché, diversamente da Chopin, il Concerto mozartiano e il successivo Quarto Concerto di Beethoven rivelano molte sorprese positive in ensemble da camera. Apparentemente infaticabile, infatti, Queffélec si è lanciata sul Quarto di Beethoven (qui nella versione per pianoforte e quintetto di Lachner) con sobrio ardore, centrandone i tratti di serafica distensione, così come l’intensità votiva del secondo movimento e l’esuberanza danzante del terzo. Il tutto senza risparmiarsi sulle cadenze, affrontate con gran piglio solistico tanto in Mozart che in Beethoven e senza optare per tagli da modalità risparmio. Vera protagonista dell’intera serata, la pianista francese ha salutato il pubblico, il cui entusiasmo non mi stancherò mai di sottolineare, con il Minuetto in sol minore HWV 434 di Händel/Kempff, un vero momento di raccoglimento spirituale.

Così si sono concluse le due intense giornate di un festival che non cessa di stupirmi per la schietta bellezza che riesce sempre e comunque a regalare. Trovarsi nelle tiepide serate estive nella rigogliosa natura della Provenza a gustarsi ogni nota che risuona dal dorato palco sospeso sopra all’acqua ha un che di magico che trova costante conferma nell’altissimo livello artistico che La Roque d’Anthéron garantisce da quarant’anni a questa parte. Nei prossimi anni l’offerta musicale classica dovrà certo trovare sempre più formule di diversificazione dei suoi format, ma tra ciò che resterà il Festival du piano de la Roque d’Anthéron ci sarà, a offrire sempre un’occasione di pura meraviglia.

Alessandro Tommasi
(1° e 2 agosto 2020)

La locandina

1° Agosto
PianoforteNelson Goerner
ContrabbassoYann Dubost
Quatuor Modigliani
​Programma:
Franz Schubert
Quintetto in la maggiore opus 114 D. 667 “La trota”
Fryderyk Chopin
Concerto per pianoforte n°2 in fa minore op. 21, versione per pianoforte e quintetto d’archi
2 Agosto
PianoforteBeatrice Rana
Programma:
Fryderyk Chopin
Scherzo n°1 in si minore op. 20
Scherzo n°2 in si bemolle minore op. 31
Scherzo n°3 in do diesis minore op. 39
Scherzo n°4 in mi minore op. 54
Isaac Albeniz
El Albaicin
Maurice Ravel
La Valse
2A gosto
PianoforteAnne Queffélec
VioliniOlivier Charlier, Anna Göckel
ViolaLaurent Marfaing
VioloncelloMarc Coppey
ContrabbassoYann Dubost
Programma:
Wolfgang Amadeus Mozart
Quartetto con pianoforte in sol minore K. 478
Concerto per pianoforte e orchestra n°12 in la maggiore K. 414, versione per pianoforte e quintetto d’archi
Ludwig van Beethoven
Concerto per pianoforte e orchestrap n°4 in sol maggiore op. 58, versione per pianoforte e quintetto d’archi di Vinzenz Lachner

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