Rovereto: Del Corno e Sollima tra rovina e confine
La decima edizione del Settenovecento Festival ha scelto il Mediterraneo come chiave dell’intera stagione, e la giornata di sabato 19 settembre lo ha dimostrato affidando a Giovanni Sollima un ruolo di cerniera silenziosa fra le due serate in programma: prima le rovine di una chiesa palermitana divenuta rifugio di ogni esilio, poi le rocce dolomitiche come custodi di memoria popolare.
Alle 20.30, nella Sala Filarmonica, Sentieri selvaggi ha aperto il concerto con Spasimo, pagina di Sollima per violoncello, trio d’archi, percussioni e tastiera in cinque movimenti (De harmonia, Peste, Raffaello: il naufragio, Porta dei Greci, De harmonia, via dolorosa), ispirata alla chiesa di Santa Maria dello Spasimo a Palermo: luogo mai concluso nella sua costruzione cinquecentesca, trasformato nei secoli in lazzaretto durante la peste, deposito, teatro di rovina e infine, dopo un lungo abbandono, spazio di cultura restituito alla città. L’esecuzione ha colto con precisione la stratificazione temporale della partitura, restituendo senza indulgenze descrittive il passaggio dalla solennità iniziale alla materia più aspra e frantumata dei movimenti centrali, fino a una chiusura che non concede consolazione ma memoria.
Scegliere Spasimo come prologo non è stato un semplice accostamento di cartellone: la storia di una chiesa che per cinque secoli ha accolto malati, profughi ed eserciti di passaggio prepara con esattezza il terreno per ciò che segue. Aya Shimura, violoncello solista dell’esecuzione, merita qui una menzione a parte: magnifica per tecnica e ancor più per la partecipazione emotiva con cui ha attraversato la scrittura più scabra del brano, senza mai cedere a un virtuosismo fine a sé stesso.
Il secondo pezzo – in realtà il pezzo forte – in programma, Angeli Clandestini di Filippo Del Corno su testo di Angelo Miotto, appartiene a quelle pagine che hanno l’ineguagliabile privilegio, ma anche la tragica sfortuna, di non invecchiare, perché purtroppo sono e restano ttragicamente attuali.
Nato nel 2002 e affidato allora, come oggi, alla direzione di Carlo Boccadoro, qui con lo stesso Del Corno nel doppio ruolo di autore e voce narrante, il lavoro è scritto per l’organico di flauto, clarinetto e clarinetto basso, violino, viola, due violoncelli, pianoforte e tastiera, vibrafono e percussioni. Il testo racconta la storia di José Antonio Rocco, immigrato napoletano in Venezuela, e di Rabah Chafei, il ragazzo algerino da lui adottato e poi respinto dall’Italia con un decreto di allontanamento che lo condurrà alla morte su una mina antiuomo, nel tentativo di rientrare attraverso il confine turco-greco. Il tratto più singolare del discorso musicale risiede nella sua origine materiale: l’ordito compositivo nasce in gran parte da frammenti melodici e ritmici tratti da un quaderno di esercizi trovato per caso su una bancarella di oggetti usati in Egitto, una fonte anonima e popolare il cui significato viene qui radicalmente trasfigurato dall’accostamento a una vicenda tanto straziante.
Ne risulta una scrittura che rifiuta l’illustrazione didascalica: gli oggetti sonori restano deliberatamente quotidiani, quasi dimessi nella loro origine scolastica, e proprio per questo capaci di intersecarsi senza retorica con la sequenza di fatti ordinari che, nel racconto di Rocco, precedono la tragedia di Rabah.
Gli intervalli e i ritmi di matrice magrebina che innervano la partitura non fungono da colore esotico ma da segno geografico esplicito, a marcare un’area mediterranea in cui i cammini migratori restano tragedia quotidiana. Riproporre oggi questo lavoro non è dunque operazione neutra: gli interrogativi che solleva sui corridoi migratori, sulle espulsioni amministrative e sui corpi che si perdono alle frontiere non hanno perso alcuna urgenza, e la musica di Del Corno non concede consolazione a chi volesse ascoltarla come semplice documento d’epoca.
L’esecuzione ascoltata è stata di livello eccelso, capace di restituire in pieno la tensione emotiva della partitura senza mai tradirne il rigore. Gli strumentisti di Sentieri selvaggi, ensemble di lunghissima esperienza in questo repertorio, hanno reso con nitidezza esemplare la trama di frammenti popolari che innerva la scrittura, trovando un equilibrio timbrico compatto e vibrante fra fiati, archi, tastiere e percussioni, senza mai scivolare nell’esotismo decorativo. Su questo tessuto sonoro si è innestata la voce narrante di Filippo Del Corno, che ha accompagnato il racconto della tragedia con un timbro sobrio e mai sopra le righe, capace di lasciare che fossero la musica e le parole di Miotto, non l’enfasi dell’interprete, a portare il peso della materia.
Alle 22.30, nell’Aula Magna di Palazzo Piomarta, Sollima è tornato protagonista con Canti Rocciosi, scritto nel 2001 su commissione dell’APT Trentino per il festival “I Suoni delle Dolomiti”. Il Coro S. Ilario e gli archi dell’Orchestra Filarmonica Settenovecento, diretti da Federico Mozzi, hanno percorso un impianto circolare di sette movimenti costruiti su testi eterogenei, da Buzzati a Dante fino ai due episodi in siciliano, “Modonie” e “Guerra“. Qui la montagna non è sfondo ma soggetto, con la sua vocazione a custodire memoria: il canto popolare siciliano trapiantato sulle Dolomiti funziona, per scelta dichiarata dello stesso Sollima, come metafora di un radicamento che si sposta senza perdere forza, esattamente il rovescio dello sradicamento subito da Rabah Chafei poche ore prima nello stesso festival. L’esecuzione è stata di qualità notevole: il coro ha affrontato con precisione sorprendente gli episodi più marcatamente dialettali, restituendo l’asprezza fonetica del siciliano senza perdere in fusione timbrica, mentre gli archi della Filarmonica Settenovecento hanno sostenuto l’intero arco dei sette movimenti con un colore caldo e mai monocorde.
Il doppio Sollima disegna così l’arco morale dell’intera giornata: dalla rovina che accoglie ogni esule, attraverso il confine che oggi continua a respingerlo, fino alla roccia che custodisce senza tradirla l’identità di chi la abita. Il festival ha trovato in questa sequenza uno dei suoi momenti più riusciti, sorretto da esecuzioni all’altezza dell’ambizione del programma.
Pubblico folto, concentrato e giustamente plaudente ad entrambi i concerti.
Alessandro Cammarano
(19 settembre 2026)
La locandina
| ore 20.30 — Sala Filarmonica | |
| Direttore | Carlo Boccadoro direttore |
| Voce Narrante | Filippo Del Corno |
| Violoncello solista | Aya Shimura |
| Sentieri selvaggi | |
| Programma: | |
| Giovanni Sollima | |
| Spasimo, per violoncello, trio d’archi, percussioni e tastiera | |
| Filippo Del Corno | |
| Angeli clandestini, per voce narrante e cinque strumenti | |
| ore 22.30 — Aula Magna di Palazzo Piomarta | |
| Direttore | Federico Mozzi direttore |
| Coro S. Ilario | |
| Archi dell’Orchestra Filarmonica Settenovecento | |
| Programma: | |
| Giovanni Sollima | |
| Canti Rocciosi, per coro e archi | |








Ph. Bernd Uhlig
Ph. Il Saggiatore
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