Venezia: Cronache dalla 82ª Mostra del Cinema – Parte 3 di 3
Il nostro viaggio continua, e ci porta ad Algeri, nel 1938, con il film in concorso per il Leone D’Oro L’Étranger (The stranger), di François Ozon, adattamento dell’omonimo romanzo di Albert Camus, secondo adattamento dopo Lo straniero, portato sugli schermi nel 1967 da Luchino Visconti e Marcello Mastroianni. Azzeccatissima la scelta dell’attore protagonista: Benjamin Voisin dimostra di aver compreso perfettamente la profondità psicologica di Arthur Meursault, un enigmatico e affascinante impiegato francese che affronta gli eventi tragici con un’apparente indifferenza emotiva, un personaggio complesso, taciturno e introspettivo, non facile da portare sullo schermo. Secondo quanto da lui stesso commentato, Ozon era spaventato all’idea di mettere in scena un romanzo così conosciuto, e ha deciso di lavorare in modo approfondito su documenti ed archivi dell’epoca, riconnettendo la storia del personaggio a quella di suo nonno materno, giudice istruttore in Algeria; forse per quello sceglie l’uso del bianco e nero, conferendo al film un’estetica che richiama il cinema classico, pur mantenendo un approccio contemporaneo nel ritmo e nelle inquadrature. La messa in scena è asciutta, quasi essenziale, e riflette la freddezza emotiva del protagonista. L’uso del silenzio, della luce naturale e della composizione simmetrica delle inquadrature sottolineano la distanza tra Meursault e il mondo che lo circonda. Tuttavia questo rigore stilistico sfocia in un’eccessiva staticità, che rischia di raffreddare l’empatia dello spettatore. Potremmo definire L’Étranger un po’ un annuncio pubblicitario del profumo Algérie, cattura l’attenzione mentre lo si guarda, ma poi non lascia nessuna traccia una volta terminato.
Si cambia completamente registro con il film distribuito da Netflix A house of dynamite, un’importante opera, in concorso, della regista californiana Kathryn Bigelow, premio Oscar per The Hurt Locker (miglior film e miglior regia nel 2010). Nella base militare di Fort Greely, in Alaska, viene rilevato un missile nucleare di provenienza ignota che entro 19 minuti colpirà Chicago. Sarà stata la Cina? La Russia? La Corea del Nord? Il reparto di massima sicurezza degli Stati Uniti e la Casa Bianca sono in crisi nel cercare di capire da dove provenga la minaccia e qual è il modo migliore per causare meno danni possibili. Il film è strutturato in tre parti che mostrano la stessa situazione vissuta da diversi membri dell’amministrazione americana. La tensione è costante e rapisce completamente il pubblico in sala, grazie anche all’interpretazione di Rebecca Ferguson, che veste i panni di Olivia Walker, responsabile delle comunicazioni tra la Casa Bianca e le forze armate, di Gabriel Basso, Jake Baerington, personaggio fondamentale all’interno della narrazione, un padre di famiglia che metterà a rischio la vita dei suoi cari in quanto prenderà parte alla decisione finale del presidente degli Stati Uniti, qui interpretato da Idris Elba, che, con la sua caratterizzazione, ci mostra quanto anche una figura di quel calibro possa essere fragile e non autoritaria come dovrebbe in una situazione di massima crisi. Il film è una delle proposte migliori di questa Mostra, un thriller politico dinamico e moderno, che non si perde in conversazioni tediose e pesanti tra i suoi personaggi (vedi il già recensito film politico Le mage du Kremlin). Non ci aspettavamo di meno dalla Bigelow, che ancora una volta fa centro. Aspettiamo di vederla di ritorno anche agli Oscar.
Probabilmente non avrà la stessa sorte il film in concorso The testament of Ann Lee, diretto da Mona Fastvold, reduce dal successo della scrittura di The Brutalist (che però era stato diretto dal regista Brady Corbet, che qui scrive con lei la sceneggiatura). Il film è lento, cupo (quasi ogni scena è avvolta nell’oscurità e illuminata da candele) e non scorre. Purtroppo, verrebbe da dire, dato che la storia della protagonista è molto interessante e di grande impatto nella cultura popolare. Ann Lee fu una leader religiosa del XVIII secolo, che diffuse la preghiera attraverso canti e movimenti estatici, atti di devozione estremamente espressivi e fisicamente esuberanti, e viene ben caratterizzata dall’evergreen Amanda Seyfried, che passa (come fa in ogni film, inspiegabilmente) dall’interpretarla in età adolescenziale fino ai quarant’anni. Il legame della donna con la religione e la fede profonda che la portò ad essere la figura profetica che influenzò le masse non viene, però, approfondito più di tanto nel film, non si evince il vero perché questa donna fosse stata così seguita ed ammirata. Sicuramente originale l’idea di creare una sorta di musical dal fascino “antico” e misterioso, ma purtroppo la pellicola rimane un’altra grande occasione sprecata.
La vera “chicca” di questa Mostra, ironicamente parlando, è stata il film fuori concorso In The Hand of Dante, del regista Julian Schnabel, premiato con il Premio Cartier Glory to the Filmmaker, e si spera non per questo film, tratto dal romanzo omonimo di Nick Tosches. Il protagonista è lo scrittore stesso, ancora una volta il megalomane Oscar Isaac, qui più che mai al centro dell’attenzione in ogni scena, affiancato da Gal Gadot (pessima come non mai), Gerald Butler e Jason Momoa, con cameo inspiegabili di Al Pacino, Franco Nero, Martin Scorsese, Claudio Santamaria e John Malkovich. Cast da urlo per un film da urlo, e non in senso buono. Un vecchio amico mafioso dello scrittore ricorda che lui è un esperto di Dante e lo ingaggia per ritrovare un antico manoscritto originale del sommo poeta (il perché non ci è dato saperlo); durante il suo viaggio l’uomo scoprirà di essere la reincarnazione di Dante Alighieri e lotterà per la donna che ama, anche lei, guarda caso, rincarnazione di un amore (indefinito) di Dante. La trama a dir poco assurda forse si sarebbe prestata meglio per un film ironico/demenziale di Mel Brooks, ma non per questa specie di thriller/dramma/fantascientifico accumulo di robaccia, tra battute scontate e decisamente fuori luogo (in primis le volgarità pronunciate dal killer Rosario, un “italianissimo” Momoa), primi piani di Isaac per ¾ del film, e scene trash al limite del ridicolo. Anzi no, ridicole. Si può premiare forse solo l’ambizione di Schnabel nel voler intraprendere questo progetto di indubbia difficoltà, che può essere apprezzato solo dagli amanti del “so bad is so good”. Nota di demerito anche per Sabrina Impacciatore, che ci ha davvero stancato con questo tipo di recitazione esagerata da “italiana doc”, anche se, a quanto pare, viene molto apprezzata all’estero per questo.
Il consueto biopic su una diva del passato non può mancare, quest’anno tocca al film italiano in concorso Duse, di Pietro Marcello, apprezzato in passato soprattutto per Martin Eden, il quale ha affermato, però, di non voler realizzare un biopic, ma il racconto dell’anima della “Divina” Eleonora Duse, nel suo periodo di ritorno alle scene dopo un lungo silenzio. Valeria Bruni Tedeschi assume il ruolo impegnativo della grande attrice in età avanzata ed è molto intensa e credibile nei suoi panni, nonostante la sua voce roca, fragile e molto riconoscibile. La Duse, nel film, mette in discussione sé stessa, quello che è stata e che potrebbe ancora essere, in balia degli eventi storici che sconvolgono l’Italia con l’avvento del fascismo (l’ascesa di Mussolini, la decadenza di D’Annunzio), si trova ad affrontare i fallimenti delle sue scelte artistiche, causati dal dolore e dalla povertà. Bravissima Noémie Merlant nei panni della figlia di Eleonora Duse, Enrichetta, trascurata dalla madre, mentre Fausto Russo Alesi risulta alquanto inquietante nella sua recitazione teatrale esagerata ed inadatto ad interpretare Gabriele D’Annunzio.
Abbiamo anche avuto occasione di vedere i due film al centro della grande discussione di questa 82ª Mostra del Cinema di Venezia: The voice of Hind Rajab, della regista tunisina Kaouther Ben Hania, e Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch. Discussione nata a causa delle controverse opinioni della giuria, che si è trovata a “dover” premiare con il Leone D’Oro il film di Jarmusch in quanto “più neutrale”, dalle tematiche meno impegnative a livello schieramento politico e culturale. Father Mother Sister Brother, infatti, è sicuramente un film gradevole da sabato pomeriggio sul divano. Leggero, discreto, pacato, è una sorta di anti-film d’azione, come definito dal regista, un’antologia che affronta le dinamiche familiari in modo ironico e divertente, grazie alle interpretazioni di Adam Driver, Mayam Bialik e Tom Waits nella prima parte (Father), di Cate Blanchett e Charlotte Rampling nella seconda (Mother), ma anche dolce e toccante nella terza parte (Sister Brother), i cui protagonisti sono Indya Moore e Luka Sabbat. Da Leone D’Oro? No, decisamente. Anche se apprezziamo lo stile minimal ed elegante di Jarmusch, dare il premio più ambito al suo film è stata la scelta più comoda da parte della giuria presieduta dal regista Alexander Payne, che non ha voluto schierarsi con l’opera che ha suscitato più dibattiti e che ha colpito più profondamente il pubblico di questa Mostra, The voice of Hind Rajab, prodotto con la collaborazione di Netflix e che verrà distribuito da I Wonder Pictures dal 25 settembre in Italia. Realizzato nell’arco di soli dodici mesi, il film ha riscosso ben 23 minuti di applausi in sala, ed è un progetto unico nel suo genere: protagonisti sono i volontari della Mezzaluna Rossa, e Hind Rajab, la bambina rimasta intrappolata in un’auto con i suoi familiari deceduti in seguito ad un attacco delle truppe israeliane a Gaza. La vera voce di Hind Rajab è presente nel film, mentre gli attori recitano con essa, regalandoci una performance toccante e realistica. Realistica più che mai, dato che uno degli attori, Motaz Malhees, palestinese, ha vissuto lo stesso terrore che in questo momento affligge le popolazioni della striscia di Gaza. Alla nostra domanda rivolta agli attori durante la conferenza stampa, che chiedeva loro come avessero fatto a mantenere il costante stato di tensione durante tutto il film ha risposto: “Io sono palestinese, di Jenin, West Bank. Quando avevo dieci anni ho vissuto quello che sta succedendo ora a Gaza, e ascoltare la voce di Hind mi ha fatto tornare indietro alla mia infanzia. Non è stato facile, mi sono sentito morire mille volte. È la vita che ho vissuto”. Così anche gli altri attori, Saja Kilani, Clara Khoury e Amer Hlehel hanno affermato che entrare nei personaggi è stato un lavoro automatico, più una “reazione” che recitazione, e che nell’ascoltare la voce della piccola Hind il loro istinto, in quanto esseri umani, ha preso il sopravvento delle loro emozioni, aiutandoli a raccontare la storia degli eroi che portano in scena. Alla loro bravura si aggiunge la regia solida ed efficace di Kaouther Ben Hania, che lascia che sia la realtà, cruda e sconvolgente e parlare da sola. È la scelta registica dell’uso dell’audio reale delle telefonate d’emergenza l’operazione più coraggiosa, attorno alla quale viene costruita ogni scena, che, nonostante la staticità della scenografia (tutto il film è ambientato all’interno del centralino della Mezzaluna Rossa), è dinamica ed espressiva. I silenzi e le attese sono parte integrante del film, e permettono allo spettatore di percepire il trauma in modo diretto, senza filtri, guidato dagli sguardi intensi degli attori che ci portano sullo schermo emozioni vere e profonde. Un film, premiato con il Leone D’Argento – Gran Premio della Giuria, che lascerà il segno non solo a Venezia, ma anche, sicuramente, nella storia del cinema.
È stata l’attrice Kim Novak quest’anno a ricevere il Leone D’Oro alla carriera (con ben 8 minuti di applausi), e a presentare il documentario fuori concorso Kim Novak’s Vertigo, dove, tramite l’appassionata direzione di Alexandre O. Philippe, regista dell’interessante documentario Lynch/Oz, viene raccontata la sua storia, i suoi sacrifici, il suo anticonformismo e la sua ribellione verso l’industria hollywoodiana dalla quale si era volontariamente allontanata. Un film intimo, un’opera personale in cui Kim Novak ci guida attraverso il mondo che ha amato e odiato allo stesso tempo, e ci fa riflettere su cosa significhi rimanere fedeli a sé stessi, e a quale costo.
Parlando di fedeltà a sé stessi non ci ha deluso l’attrice spagnola Carmen Maura, che nel film per la categoria Venice Spotlight Calle Málaga, diretto da Maryam Touzani, interpreta María Ángeles, un personaggio ispirato alla nonna della regista, una donna spagnola che viveva a Tangeri e che ha un profondo legame con la città marocchina, al punto da non volerla lasciare anche quando le circostanze della vita la obbligano a farlo, costi quel che costi. Carmen Maura interpreta ancora una volta una donna forte e determinata, come i suoi personaggi in film come La Comunidad e Donne sull’orlo di una crisi di nervi, e ci racconta con dolcezza e grinta come la terza età può anche essere vissuta come un nuovo modo di ricominciare a vivere ripartendo da zero, e si mette letteralmente a nudo, raccontando anche il sesso in età avanzata, ma in modo dolce, sensuale e mai volgare. Calle Málaga è una piacevole favola urbana che racconta una storia forse un po’ lontana dalla realtà, ma che fa sorridere e sospirare di malinconia.
Malinconico e toccante è anche il film fuori concorso Remake, di Ross McElwee, documentarista americano che ha fuso con i suoi lavori autobiografia, osservazione culturale e umorismo. Il film ripercorre il rapporto del regista con il figlio Adrian, venuto a mancare improvvisamente nel 2016, tramite il legame che la macchina da presa aveva instaurato tra loro, anche quando le circostanze della vita li avevano separati. Il film attinge da decenni di filmati, alcuni girati da Ross, altri da Adrian, che mostrano spezzoni delle vite di padre e figlio, il trasformarsi del loro legame, con alla base un’urgenza da parte del regista di raccontare il loro passato, o quantomeno di osservarlo e ricordarlo. L’opera di Ross McElwee, conclusiva dopo Sherman’s March e Photographic Memory, è stato creato con lo scopo di sensibilizzare lo spettatore sul problema sempre attuale della tossicodipendenza, ma anche e soprattutto con il coraggio e l’amore di un padre nel raccontare la storia del proprio figlio. Il commovente film è stato accolto in sala da lunghi applausi in segno di rispetto ed ammirazione verso il regista presente alla proiezione, che si è dimostrato amichevole ed ironico come al suo solito con il pubblico, anche dopo aver versato nuovamente qualche lacrima per il suo Adrian.
In concorso per il Leone D’Oro anche un’opera prima che vede il debutto alla regia dell’attrice e modella taiwanese Shu Qi, con il film Nühai (Girl), un film artistico e drammatico, dai colori sgargianti e surreali nelle scene di maggiore intensità. Le protagoniste sono una ragazzina e sua madre, maltrattata dal marito represso, superbamente interpretato dal cantante e attore Roy Chiu. Il film è decisamente interessante per le scelte cromatiche, le luci e i colori sgargianti intensificano i momenti di profondo dolore e disperazione vissuti dai personaggi, ma ciò non basta a compensare il pervadente senso di inquietudine e di estrema drammaticità che risultano essere un po’ troppo pesanti per tutto il film, in cui si riesce a tirare un sospiro di sollievo in rari momenti.
L’ultimo film in concorso che abbiamo visto quest’anno è l’italiano Elisa, di Leonardo Di Costanzo, che riflette su concetti profondi quali la colpa e la redenzione. Elisa è stata condannata per aver ucciso la sorella, e (apparentemente) non ricorda niente dell’accaduto. Verrà aiutata dal professor Alaoui a scavare nel proprio passato e a scoprire, insieme allo spettatore, qual è la sua vera storia. Un film cupo e non facile, ma che fa riflettere, ben interpretato dall’enigmatica Barbara Ronchi nei panni della protagonista, e male (molto male) da Diego Ribon che interpreta suo padre, il quale ha perso una delle sue figlie per mano dell’altra, ma sembra aver al massimo dimenticato la password del wi-fi nei momenti di maggiore intensità. In compenso Monica Codena, che interpreta la madre di Elisa, in una sola scena e con poche battute riesce ad “asfaltare” tutti gli altri attori.
Chiudiamo le nostre cronache dalla Mostra del Cinema di quest’anno con una piccola perla tra i film fuori concorso: Hateshinaki Scarlet (Scarlet), film d’animazione giapponese prodotto dalla Sony Pictures Releasing International e diretto dal regista Mamoru Hosoda. La Sony, dopo i due film d’animazione sullo Spider-Man di Miles Morales e il recente film Netflix KPop Demon Hunters, sta puntando in alto, e lo fa anche con questo film innovativo, sorprendente, e che si distingue per l’audace reinterpretazione del tema della vendetta, in una storia ispirata all’Amleto di Shakespeare. Sì, l’abbiamo già visto ne Il Re Leone della Disney e in moltissime altre versioni, ma Scarlet vale la pena di essere visto: è una vera e propria esperienza immersiva che combina magistralmente l’animazione tradizionale disegnata a mano con elementi di computer grafica fotorealistica, creando scenari accattivanti, imponenti ed originali. Il film è stato elogiato per la sua capacità di affrontare temi complessi quali l’amore, la guerra, l’odio, il perdono con una speciale sensibilità, consolidando la reputazione di Hosoda come uno dei principali innovatori nel campo dell’animazione contemporanea.
Fra grandi star in film da dimenticare e sorprese (belle e brutte) inaspettate si conclude qui il nostro viaggio annuale al Lido di Venezia. Ci rivedremo a settembre 2026, sperando che il Leone D’Oro, questa volta, venga consegnato, finalmente, ad un film che brilli davvero.
Michele Carmone
12 settembre 2025




























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