Berlino: sulle Alpi con Messner e la Deutsches Symphonie Orchester

Venerdì 22 aprile la Philharmonie di Berlino ha accolto la Deutsches Symphonie Orchester Berlin per un concerto piuttosto particolare. Ad aprire il programma Exiles di Julian Anderson, rimembranze per soprano, coro e orchestra in prima esecuzione assoluta. A seguire, la grandiosa Alpensymphonie di Richard Strauss, ma in una particolare versione che alla musica di Strauss affiancava e sovrapponeva la voce narrante di Reinhold Messner, il celebre alpinista. Insieme alla DSO il Rundfunkchor Berlin preparato da Philipp Ahmann e il soprano Siobhan Stagg. Il concerto doveva vedere sul podio il direttore musicale dell’orchestra tedesca, Robin Ticciati, musicista interessantissimo che le recenti incisioni straussiane confermano come un direttore di primo livello. Tuttavia a causa di un’improvvisa indisposizione, a pochi giorni dal concerto Ticciati è stato sostituito dal quasi coetaneo Andris Poga (41 anni rispetto ai 39 di Ticciati). Non nego che questo ha inflitto un duro colpo al mio morale, coltivando io la speranza di poter finalmente vedere Ticciati dal vivo. Posso anticipare al lettore che il mio morale ha avuto ben a ricredersi nel corso della serata. Ma procediamo con ordine.

Il brano di Anderson è stato un inizio affascinante ma non esente da perplessità. Exiles è una sorta di cantata divisa in cinque movimenti, di cui uno per sole voci e uno per sola orchestra, che unisce diversi testi per ogni movimento, unendo frammenti di salmi ad Apollinaire, Neval ad Essyad e Rădulescu. Il titolo chiarisce il riferimento in parte autobiografico, la famiglia di Anderson dovette fuggire in Inghilterra per sfuggire alle persecuzioni contro gli ebrei nel Novecento, ma il brano nasce nel 2021 come riflessione sui possibili esili, tra questi inclusa anche la solitudine umana causata dalla pandemia o da questa portata alla luce come una ferita infetta. È difficile parlare di una prima assoluta, dopo un singolo ascolto e senza partitura in mano, ma proverò a dare comunque un’impressione generale dalla sala. La scrittura orchestrale di Anderson è ingegnosa ed efficace, ma non sufficientemente valorizzata nel corso della cantata, in cui l’attenzione viene eccessivamente catalizzata da soprano e coro, costringendo l’orchestra troppo spesso ad un tappeto non brillantemente ordito.

Questa anonimità veniva esaltata dal contrasto con la ricchezza che invece mostravano gli interventi strumentali, sia inseriti fluidamente nel brano, sia nel movimento dedicato all’orchestra sola, con impasti timbrici originali eppure evidentemente condotti con mano sicura. Ma, si potrebbe dire, anche i Concerti di Chopin non vedono nell’orchestra che un’esaltazione del pianoforte solista, dunque la voce può giustificare la tappetizzazione degli strumenti. In realtà proprio le parti di coro e solista sono state le meno interessanti, ad esclusione del primo tempo, “le 3 mai”, in cui il testo di Essyad è riuscito a incarnarsi con efficacia nella scrittura vocale. Per il resto, colpisce una certa genericità dell’approccio del brano non tanto alla voce, perché Exiles aveva un suo carattere vocale, quanto al testo. La fusione di testi distantissimi come stile e contenuti era fondamentalmente amalgamata in un insieme anche troppo omogeneo e Exiles procedeva fondamentalmente impassibile, al punto di faticare a distinguere le cesure tra i diversi autori. Forse era proprio questo l’intento di Anderson, ma in tal caso l’effetto in sala è stato di una monotonia eccessiva, che non veniva scossa nemmeno tra un movimento e l’altro. D’altro canto, però, il livello degli interpreti era eccellente, per quanto sicuramente l’approccio ad un brano in prima assoluta porti sempre un po’ di cautela che potrebbe non aver aiutato questa varietà di caratteri. Stagg ha cantato magnificamente, con voce piena e accorata, dal timbro morbido ma solido. Stagg ha trovato una perfetta combinazione con Andris Poga e la DSO, in una serie di segnali che iniziavano a contraddire le mie aspettative deluse dall’assenza di Ticciati. Strauss mi ha dato il colpo di grazia.

L’incastro tra Poga e Messner non è stato semplicissimo all’inizio, soprattutto in quanto quest’ultimo era particolarmente assorto e un po’ spaesato dal contesto. Il progetto, ideato dalla DSO stessa nella figura del sovrintendente Thomas Schmidt-Ott con la drammaturgia di Moritz Brüggemeier, era già stato dato su DG Stage, la sala virtuale di Deutsche Grammophon, ma era in questa occasione alla sua prima esecuzione dal vivo. Una volta superate le incertezze iniziali, però, Messner ha tenuto gli occhi incollati al direttore per tutti i 50 minuti di Sinfonia e ha sfoggiato chiarezza di dizione e forza retorica (naturalmente in tedesco), oltre ad affrontare i suoi interventi quasi interamente a memoria. Questi interventi, d’altronde, si inserivano con grande efficacia nel flusso della Sinfonia. Sfruttando momenti di pausa, pedali degli archi o dei timpani, la Sinfonia delle Alpi è stata solo lievemente dilatata e Messner non ha quasi mai parlato sopra la musica. Quando però capitava, ed è il caso dell’iniziale oscurità da cui sorge maestoso il sole, il suo intervento si sposava perfettamente con la musica, in una sorta di melologo, da cui il levare del sole usciva veramente delineato nell’immaginario dell’ascoltatore. In ogni suo conciso discorso, l’alpinista ha infatti evocato immagini, idee, sensazioni tratte dalla propria incredibile esperienza.

Poter ascoltare dalla voce di chi c’è stato la sensazione di trovarsi sulla vetta, proprio quando la Alpensymphonie ci propone Auf dem Gipfel (sulla vetta) e Vision, ha sicuramente lasciato il segno. Questa discrezione e pertinenza di Messner ha esaltato la musica più che distratto da essa e questo ci ha permesso di osservare con ancora più interesse Andris Poga. Questi, fin da quando ha levato la bacchetta, ha mostrato una sicurezza e una maestria che ha fugato ogni dubbio. Già presente in stagione ad inizio aprile, il direttore lettone è parso subito in sintonia con la Deutsche Symphonie Orchester, che ha seguito con facile identità l’elegante e misurato gesto. E veramente notevole è il gesto di Poga, che non conosce spigoli o forzature e ha portato la concertazione ad una vetta di diverso tipo da quelle di cui parlava Messner.

Dovendo fare un appunto ad un direttore che mi ha completamente convinto, mancava a volte lo strappo, la scossa elettrica, il momento di furia in cui perdere la chiarezza polifonica è giustificato dall’intento espressivo. Esempio perfetto è stata la celebre tempesta, in cui la DSO ha trovato impasti timbrici estremamente evocativi, guidata da un Poga che non ha perso né una linea né una voce anche nel turbinio. Unire a questa chiarezza anche la capacità di comprimere e distendere avrebbe reso veramente stupefacente una Alpensymphonie tra le migliori che abbia mai ascoltato. Questa sensazione positiva è stata rafforzata dall’eccellente prova dell’Orchestra che, al netto di alcune imprecisioni soprattutto negli ottoni, ha suonato magnificamente e soprattutto con gioia. Il trasporto degli orchestrali, non irrigiditi in un inquadramento impiegatizio ma veramente entusiasti di far musica, ha coinvolto anche il pubblico di una Philharmonie peraltro non pienissima, ma gradualmente sempre più conquistata dall’eccellente concerto. Varrà veramente la pena seguire ulteriormente i passi di Poga nei prossimi anni e tornare a Berlino per riascoltare la DSO, questa volta, magari, finalmente con Ticciati sul podio.

Alessandro Tommasi
(22 marzo 2022)

La locandina

DirettoreAndris Poga
SopranoSiobhan Stagg
Voce recitanteReinhold Messner
Deutsches Symphonie-Orchester Berlin
Rundfunkchor Berlin choir
Maestro del coroPhilipp Ahmann
Programma:
Julian Anderson
Exiles per soprano, coro e orchestra
Richard Strauss
Eine Alpensinfonie  op. 64 con testi di Reinhold Messner

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