Bologna: Tristan und Isolde Grand-décor

L’essenza del Tristan und Isolde è tutta conchiusa in quel minuscolo e dirompente “und”, in quella “süße Wortlein”, la paroletta soave che è la somma sintesi dell’amore, il legame indissolubile ed eterno che unisce i due amanti prima di tutto in spirito e poi fisicamente, in un turbinio di sguardi e di carezze; dunque non è il filtro d’amore, che Brangäne “provvidenzialmente” scambia con quello di morte che Isolde ha destinato a Tristan ed a se stessa, a scatenare la passione.

Il filtro è un pretesto, una sorta di giustificativo a un amore che divampa sin dal primo incontro del cavaliere bretone ferito e la principessa-maga d’Irlanda. Il loro amore semplicemente non può non essere: esso nasce, tra l’altro, dall’opera risanatrice che Isotta compie su Tristan moribondo, dall’impossibilità, una volta riconosciutolo quale uccisore di Morold, di trafiggerlo con la sua stessa spada.

La pozione magica agisce dunque come un “medium” per portare a livello conscio l’inconscio dei due amanti, di far divampare un fuoco che già cova in loro, di consacrare la loro unione che travalica il tempo e lo spazio.

La congiunzione “und” annulla di fatto due identità distinte fondendole in un unicum che trascende la vita e la morte stesse, ponendo i giovani amanti notturni in una dimensione di totale sublimazione del proprio essere e creando un’entità nuova, unita per l’eternità.

Tuttavia quello di Tristan e Isolde è anche un amore contro le regole, un amore che va necessariamente vissuto di notte, alla luce della luna, vegliato da una sentinella, a costante rischio di essere scoperto e punito, cosa che puntualmente avviene; Tristan, dopo l’accorato, rassegnato rimprovero del vecchio re Marke, sceglie di punirsi gettandosi sulla spada dell’amico-traditore Melot e di vivere un’agonia senza fine nell’attesa dell’amata.

Solo il perdono del sire di Cornovaglia, che giunge al castello di Kareol , guarda caso, con la luce del sole, permette all’amore clandestino di essere rivelato nella sua intima purezza e di consentire, nella catarsi della morte, la sua consacrazione. “Tristan UND Isolde” è dunque uno dei più sublimi, se non il più sublime, degli inni d’amore mai portati sulla scena, un canto di comunione di sentimenti e di totale identificazione di due individui che si amano di un amore che travalica l’umano e si pone nel Trascendente.

Coprodotto con La Monnaie/De Munt di Bruxelles l’allestimento di Ralf Pleger che ha inaugurato, con grande successo di pubblico, la Stagione 2020 del Teatro Comunale di Bologna – che del Tristan vide la prima italiana nel 1888, con Richard Strauss tra il pubblico – si incardina sostanzialmente sul dettato del testo, ma resta in superficie preferendo un Grand-décor allo scavo psicologico.

L’alternanza giorno-notte, con il sole paradossalmente a nascondere la passione amorosa e la tenebra a svelarla, è sostanzialmente rispettata grazie anche all’efficace impianto scenico di Alexander Polzin – coautore con Pleger dell’ideazione artistica –, ai costumi geometrici di Wojciech Dziedzic e alle luci di John Torres riprese da Kate Bashore.

Se nel primo atto i due protagonisti si muovono specularmente in un labirinto di stalattiti – spazio metafisico – che calano con inesorabile lentezza ad impedire qualsiasi contatto tra di loro, nel secondo i movimenti si fanno sinuosi dentro e fuori dal groviglio di rami cinerei, animati da ombre di amanti passati, prigionieri del loro stesso amore – bravissimi i mimi che si muovono sulla coreografia di Fernando Melo –, fino ad esserne a loro volta fagocitati.

Il terzo atto apre uno squarcio su stelle e mondi infiniti e possibili la cui luce ferisce i protagonisti come la lancia di Melot ha ferito Tristan, spegnendosi poi in una non-morte che consegna tutto ad una dimensione altra.

Funziona tutto, lo spettacolo è gradevole nella sua ricerca di echi wilsoniani, ma, come si diceva, si muove in superficie, più attento a piacere che non a far riflettere. Il pubblico gradisce, e parecchio, e tanto basta a fare della serata un successo pieno.

La direzione di Juraj Valčuha risulta elegantemente anodina, precisa ma senza slanci, timorosa nelle dinamiche ma comunque capace di momenti lirici convincenti e dunque perfettamente in sintonia con il dettato registico; l’orchestra, che smarrisce a tratti la precisione negli attacchi, lo asseconda con diligenza.

Stefan Vinke è Tristan appassionato ma pecca continuamente di intonazione, mentre l’Isolde di Ann Petersen – luminosa in acuto ma spenta nei centri – risulta sostanzialmente convincente pur senza possedere per intero lo spessore drammatico richiesto dal personaggio.

Ottima la Brangäne di Ekaterina Gubanova, vocalmete sontuosa e rigogliosa nei colori e negli accenti.

Albert Dohmen è ancora una volta protagonista di una prova superba dando voce e corpo ad un König Marke perfetto nella caratterizzazione e ricco di sfumature.

Assai bene fanno Martin Gantner – Kurwenal disilluso e protettivo – , Tommaso Caramia nel doppio ruolo di Melot e del Pilota e Klodjan Kaçami nei panni del Pastore e del Giovane marinaio.

Il coro preparato da Alberto Malazzi si disimpegna con classe.

Successo trionfale.

Alessandro Cammarano
(24 gennaio 2020)

La locandina

DirettoreJuraj Valčuha
Ideazione artisitcaRalf Pleger, Alexander Polzin
RegiaRalf Pleger
SceneAlexander Polzin
CostumiWojciech Dziedzic
LuciJoh Torres
Luci riprese daKate Bashore
CoreografiaFernando Melo
Personaggi e interpreti:
TristanStefan Vinke
König MarkeAlbert Dohmen
IsoldeAnn Petersen
KurwenalMartin Gantner
BrangäneEkaterina Gubanova
Melot/Un pilotaTommaso Caramia
Un pastore/Un giovane marinaioKlodjan Kaçami
Orchestra e coro del Teatro Comunale di Bologna
Maestro del coroAlberto Malazzi

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