Che significa e a qual fine si fa la musica? Una non-recensione del concerto di Massimo Quarta e Stefania Redaelli

Il non più neonato genere della non-recensione, nato per gioco su “queste colonne”, dice di ciò che sta intorno al concerto e di cui non si può (non si deve, dicono) scrivere mai.

Il 28 aprile 2021 sono tornata tra il pubblico della musica dal vivo (gli addetti ai lavori non hanno mai smesso di andarci, ma tra chi ha assistito a quei concerti “per pochi” qualcuno era a disagio come chi lo fa solo per mestiere, mentre qualcun altro non temeva di esibire, senza troppo buon gusto, o un privilegio o “il dovere di cronaca”). Ancora non mi sono del tutto ripresa dallo shock.

Sul palcoscenico Massimo Quarta, violino, e Stefania Redaelli, pianoforte. Il duo ha suonato assai bene, con grande affiatamento, un programma ben impaginato (Schubert, Richard Strauss, Ravel, Paganini), con un grado crescente di intensità e di difficoltà tecnica. Quarta, non soltanto è un interprete di vaglia, ma suona anche uno violino dalla voce inconfondibile (uno strumento di scuola piemontese, Giuseppe Antonio Rocca 1840). Forse questo lo immaginavate già.

*Attenzione: i seguenti paragrafi vanno volutamente fuori tema*:

Certo, un recensore confida sempre che le sue parole possano far rivivere la gioia (se tale è stata) del concerto a coloro i quali erano in sala o almeno dar un’idea a chi è rimasto a casa. I più ambiziosi vorrebbero che i lettori mettessero a fuoco meglio alla luce delle conoscenze tecniche del recensore le musiche suonate, gli esaltati ambirebbero forse a dar blasone al contenitore per cui scrivono (“noi c’eravamo”).

Come ben sanno i miei preziosi ventiquattro lettori, anche quando fingono di non saperlo, rivivere la gioia è un’arte magica. E le parole raramente possono ricrearla: povera parola! Se dovesse imitare la potenza sui cuori e le menti della musica, la battaglia sarebbe persa in partenza. Parola e musica son ben distinte: ognuna può di norma la magia che gli è propria e assai raramente insieme.
Mirando all’universale può darsi che uno lo manchi.

Ma se uno invece avesse il coraggio di cosa avviene nel proprio cuore, non dovrebbe risponderne solo di fronte a se stesso/a? E, quindi, quale sarebbe l’interesse dell’esporre una relazione così privata (e non riproducibile) con la musica? L’esperienza che io faccio della musica è 1/3 di quello che so di essa: 1/3 è storia della musica, 1/3 analisi.

Eppure: andiamo a concerto perché fa parte della vita. E la vita, quasi sempre, è più interessante del giudizio estetico (quello che pensiamo i nostri lettori desiderino). E, a volte, la vita è persino più interessante di quel che viene suonato.
È per questo, mi son convinta, che leggiamo le critiche di Berlioz con gusto ancora oggi, mentre i critici di ieri che competono con lui son davvero pochi (per me, soltanto tre). La cronaca, poi, è anche caduca.

I motivi per cui ricorderemo questo concerto del 28 aprile 2021 hanno poco a che fare con la musica e gli interpreti. Non si ha il coraggio di dirlo perché non sarebbe pertinente. O perché è una sciocchezza: la nostra esperienza, la nostra vita fugace, il nostro io, tutto lo è. Ci hanno insegnato che sia irrilevante, lo debba essere. Tutti, tranne uno. Il più grande. Hans Heinrich Eggebrecht, in Musica in Occidente: si chiede “Chi sono io?”
Magari ci siamo innamorati mentre suonavano la Sinfonia Fantastica di Berlioz. E quella Fantastica chi se la dimentica più. Avremo comprato il disco, la partitura, consumato le dita sul pianoforte, diventerà parte della nostra vita. Eppure la scintilla che è scoccata ci dicono che no, non è pertinente. Ma la Fantastica è entrata a far parte di noi in quel modo: perché negare l’occasione?
C’è sempre, ci vuole, una distanza tra il critico e il sentimentale. Ce lo si augura davvero?

Anni fa uno studioso assai rigoroso mi raccontò la sua storia personale “con” la Sesta di Ciaikovsky. Non amavo molto quel compositore e il suo “gusto” a volte dolciastro mi lasciava perplessa. Questa storia d’amore che riguardava Ciaikovsky, nella quale lo studioso metteva se stesso e la sua futura moglie a fianco a una composizione tanto celebre, me l’ha resa cara. Ha inscritto la sua storia personale dentro quella musica, facendola uscire dal cliché nel quale era per me confinata quella sinfonia: ha messo un pezzo di se stesso affianco alla Sesta. Senza togliere nulla allo studioso. Forse il mio approccio non è canonico. O, anzi, dilettantistico (in tedesco Liebhaber è il dilettante nel senso di “amatore” senza accezione negativa). Ma, per anni, di fronte a Ciaikovsky e al “doverlo” ascoltare ho ricordato: qualcuno si è innamorato così. E io voglio capire perché, afferrare il loro segreto. E allora (anche per questo) ascolterò Ciaikovsky.

La musica è il mio lavoro: ne parlo, ne scrivo, la insegno. Fingere oggettività di fronte al concerto con (un’altra) Fantastica è pura finzione. Non recensirlo, mi suggeriranno allora.
Ma il mito dell’oggettività della critica deriva da Eduard Hanslick, molti lo sanno. Ha una data di nascita: il 1854. Prima nessuno aveva paura di parlare dei sentimenti.

E poi: troppe pressioni per scrivere ciò che ci si aspetta di leggere e troppo grande la paura di vederci tagliati fuori rendono la critica perlomeno anemica. Abbiamo paura di non contare o che ci facciano addirittura l’onta di pagare un biglietto (dimenticando che, come dicono in America, non esistono pranzi gratis).
E se invece scrivessimo davvero quello che pensiamo? Senza render conto all’artista, al direttore artistico, ai social, ai colleghi, alla testata, ma rendendo conto a noi stessi.

*Fine dei paragrafi fuori tema*.

Ci si guardava increduli e guardinghi con la gioia mista a timore di chi va al primo appuntamento al concerto dell’altra sera. Il solista Massimo Quarta prende la parola prima di suonare. A volte succede. Con la sua introduzione, per rompere il ghiaccio, ha detto qualcosa che in quasi due anni di stop and go, di rado ho sentito. Ha detto che il pubblico gli è necessario e che senza la magia non si crea. Che siamo noi, insieme, a fare la musica. Lo ha detto con la voce incrinata dall’emozione come uno scolaro al suo primo saggio di violino. Non ha fatto della retorica. È stato semplice e vero.

Caro Massimo Quarta: avevamo bisogno di queste parole. E di questa musica. Perché in questi 15 mesi è venuto, a noi del pubblico (tra i critici lo avevano già), il dubbio di non servire a niente. Che si fosse rotto un patto. Abbiamo persino, per un breve attimo, avuto il terrore che si potesse essere nella sala più importante del mondo (o nell’ultimo dei teatri) a far musica inutile, per se stessi, di fronte a delle sedie vuote, sentendosi come prima. Che qualcuno potesse far musica per sé e non per gli altri.
Grazie di averci svegliati da questa tragica illusione.

Benedetta Saglietti
(28 aprile 2021)

La locandina

ViolinoMassimo Quarta
PianoforteStefania Redaelli
Programma:
Franz Schubert 
Sonatina in re maggiore op. 137 n. 1 D. 384
Richard Strauss 
Sonata in mi bemolle maggiore op. 18
Maurice Ravel 
Tzigane, rapsodie de concert
Niccolò Paganini 
Introduzione e variazione sul tema «Di tanti palpiti» da Tancredi di Rossini op. 13
Unione Musicale Torino

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