L’Auditel punisce la Bohème

La “trilogia pandemica” di Mario Martone, prodotta dall’Opera di Roma con Rai Cultura, conferma anche nel suo ultimo titolo – La Bohème – di essere il progetto più creativo e innovativo realizzato dal teatro musicale italiano negli ultimi due anni. Si tratta di tre regie assai differenti fra loro, inevitabilmente influenzate dalle condizioni operative, in ogni occasione diverse. L’iniziale Barbiere di Siviglia (https://www.raiplay.it/programmi/ilbarbieredisivigliaregiadimariomartone) era nato nel dicembre 2020, a teatri chiusi per la seconda ondata del virus; La Traviata (https://www.raiplay.it/programmi/latraviatateatrodelloperadiroma) era stata realizzata pochi mesi più tardi, a febbraio del 2021: teatri ancora sbarrati (lo sarebbero rimasti per altri quattro mesi circa) ma una nuova speranza accesa dall’inizio della campagna vaccinale. Il capolavoro di Puccini è arrivato più di un anno dopo (venerdì è stato trasmesso in prima visione su Raitre, lo si trova su Raiplay al link https://www.raiplay.it/video/2022/04/La-Boheme—Puntata-del-08042022-ad19b4ad-7c54-42ac-9c84-3d00ca1ec03d.html) e ha segnato il definitivo allontanamento di queste produzioni dallo spazio scenico vuoto del Costanzi, luogo allo stesso tempo reale e metaforico degli allestimenti.

Una sorta di movimento centrifugo che è del resto conseguenza del fatto che ormai da mesi i teatri hanno riacquistato una quasi normale operatività. Ma che assume per certi aspetti anche una funzione simbolica: più il cinema cessa di essere un’indispensabile alternativa all’impossibilità di vivere e fare l’opera in quanto tale, più è nella condizione di cercare una soluzione alla sua mai davvero del tutto risolta “incompatibilità” con il teatro per musica.

Così, se Il barbiere di Siviglia (premio Abbiati della critica musicale italiana) era risultato in effetti un raro esempio di “opera-film”, giusta la felice definizione del direttore d’orchestra Daniele Gatti, la successiva Traviata aveva visto il cinema riappropriarsi di molte sue prerogative senza raggiungere la stessa felice forza comunicativa per immagini calate nello “spazio negato”. Ora, con questa Bohème Mario Martone mette a posto le carte: nel dichiarare chiusa l’emergenza teatrale, il regista napoletano lascia del tutto platea, palcoscenico e retropalco dell’Opera di Roma, per dedicarsi a una sofisticata e multiforme operazione nella quale sia il linguaggio del cinema che quello del teatro affermano le loro prerogative senza rinunciare ad andare oltre, delineando una chiave meta teatrale e una di cinema dentro al cinema.

Questa complessità deriva innanzitutto dalla scelta della “location”. Le riprese sono state quasi integralmente realizzate nel vasto e affascinante fabbricato di fine Ottocento che in via dei Cerchi ospita i laboratori scenografici e sartoriali del Costanzi, oltre a fungere da magazzino per scene e costumi. Al di là della strada c’è il Circo Massimo, il luogo in cui Damiano Michieletto ha realizzato nel giugno 2020 un controverso Rigoletto (https://www.raiplay.it/programmi/rigolettoalcircomassimo). Il set più importante – e anche il più affascinante – è quello ricavato nella grande sala sotto al tetto, tutta circondata da ampie vetrate. Qui ha preso posto l’orchestra guidata dal nuovo direttore musicale dell’Opera di Roma, Michele Mariotti; qui è stata ambientata la soffitta in cui il capolavoro pucciniano si apre e si chiude. Gli elementi scenici erano in effetti vicini al “grado zero”, se così si può dire: lacerti di vecchie scenografie, attrezzi usati per costruirli, macchinari di falegnameria, di sartoria. Nulla di realistico per un immaginario del tutto plausibile rispetto alla drammaturgia musicale, che segue gli stenti e la felicità, le speranze e le amare disillusioni di una gioventù irriducibile e per questo tragica. Una gioventù che il regista immagina (con la collaborazione della costumista Anna Biagiotti) negli anni Sessanta del secolo scorso, culturalmente innamorata della pittura astratta (quella della più autentica ispirazione di Marcello, oltre gli incarichi di maniera), della Nouvelle Vague cinematografica. Fra i pochissimi richiami autenticamente parigini nell’allestimento, il manifesto di un film come À bout de souffle di Godard, una vecchia copia dei Cahiers du Cinema letta da Rodolfo.

Lo stesso sguardo nitido e persuasivo non si ha nei due atti centrali dell’opera, largamente ambientati anche in esterni (il Quartiere Latino, la desolata Barriera d’Enfer) che però lo spettacolo quasi completamente ripudia – eccezion fatta per una serie di rapide riprese notturne – così come ripudia di fatto le scene di massa che in questi casi sarebbero prescritte, lasciando un po’ irrisolto anche il problema del coro (istruito da Roberto Gabbiani), ora in presenza fisica a fianco dell’orchestra, ora fuori campo. Le scene al Caffè Momus e nell’osteria fuori porta, per quanto del tutto coerenti con il “trovarobato” d’epoca, finiscono per risultare un po’ compresse, non sempre chiarissime (specie nel secondo atto). Ma la magnifica pagina iniziale del terzo atto, sotto la neve, è però l’occasione di una scena sintomatica. Mimì arriva dal Circo Massimo per il drammatico incontro-scontro con Rodolfo e di fatto entra nel set, sistemato con le macchine che fabbricano la neve e le cineprese davanti all’ingresso del magazzino. Nella citazione di Truffaut, il cinema si guarda allo specchio e ci vede riflessa anche l’opera.

Protagonista spesso richiamata nelle immagini, a postulare la centralità della musica, l’orchestra dell’Opera di Roma è stata guidata da Mariotti in una prova di concreta efficacia espressiva. Il direttore pesarese legge La Bohème a ciglio asciutto nel fraseggio, ma con apprezzabile ricchezza di sfumature timbriche e soprattutto dinamiche assai eloquenti. Compagnia di canto anagraficamente coerente con la vicenda e quindi mediamente giovane. Federica Lombardi è stata una Mimì niente affatto arrendevole e sognatrice, anzi piuttosto maliziosa (così la vede Martone, coerente con il taglio cronologico della messinscena) nella celeberrima scena del primo atto; vocalmente le cose migliori si sono sentite però nel terzo e nel quarto atto, con la capacità di dare peso ed equilibrio alla tensione tragica in cui la vena lirica iniziale confluisce con forte effetto drammatico. Rodolfo era Jonathan Tetelman, linea di canto ben stagliata, forse solo con qualche eccesso “verista” nell’emissione e quindi nel colore della zona alta della tessitura. Musetta era Valentina Naforniƫă, vivace e ammiccante come serviva, mentre il gruppo degli amici di bohème era formato da Davide Luciano (Marcello), Roberto Lorenzi (Schaunard) e Giorgi Manoshvili (Colline) vocalmente appropriati come il misurato Armando Ariostini (Benoît) e Bruno Lazzaretti (Alcindoro). Tutti, sul piano della recitazione, hanno offerto buona prova, all’insegna di una semplicità mai banale.

La mattina dopo, desolante il “bollettino” dell’Auditel, significativo visto che questa Bohème occupava la prima serata di Rai 3. Sfida persa, restando ai precedenti specifici: gli spettatori sono stati 564 mila, con uno share del 2,7%. Numeri molto bassi in generale, i più bassi anche per quanto riguarda questa trilogia di Martone: Il barbiere di Siviglia, sia pure in pomeridiana, aveva ottenuto 680 mila spettatori (4%), La traviata quasi un milione (967 mila, 3,9%). Viene da pensare che la normalità, almeno per quanto riguarda l’opera in Tv, sia purtroppo tornata.

Cesare Galla

Articolo pubblicato su Tag43.it (https://www.tag43.it/la-boheme-mario-martone-rai3-opera-di-roma-recensione-auditel/)

La locandina

DirettoreMichele Mariotti
RegiaMario Martone
CostumiAnna Biagiotti
Personaggi e interpreti:
RodolfoJonathan Tetelman
MimìFederica Lombardi
MusettaValentina Naforniţă
MarcelloDavide Luciano
SchaunardRoberto Lorenzi
CollineGiorgi Manoshvili
BenoîtArmando Ariostini
AlcindoroBruno Lazzaretti
Venditore ambulanteGiordano Massaro
ParpignolVinicio Cecere
DoganiereDaniele Massimi
Sergente dei doganieriAlessandro Fabbri
Orchestra e coro dell’opera di Roma
Maestro del coroRoberto Gabbiani

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