Milano: Vlad Vizireanu dirige la Verdi

Il concerto di giovedì 17 ha visto l’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano diretta dal giovane direttore rumeno Vlad Vizireanu. In programma due celebri “Quinte” della storia della musica: la Sinfonia n. 5 in do minore op. 67 di Ludwig van Beethoven e la Sinfonia n. 5 in re minore op. 47 di Dmitrij Šostakovič.

L’accostamento tra Beethoven e Šostakovič non è ardito. Lo studio e l’ammirazione di Šostakovič per la musica di Beethoven è ben noto e si radica già negli anni di studi pianistici del secondo. In sede concertistica, affiancare le due Quinte funziona, ma forse più sulla carta che alla prova della sala. In primo luogo perché la disparità di forze in orchestra è notevole (percussioni soprattutto), in secondo perché l’universo sonoro e timbrico dei due compositori è comunque distante. Certo, questo se non si vuole dirigere Beethoven come nelle vecchie incisioni sovietiche o al contrario insistere sulla nervatura classica del sinfonismo šostakoviciano.

Vizireanu non ha optato per una scelta precisa ed è rimasto un po’ in mezzo, in cerca di un equilibrio non trovato. Ciò che più mi ha sorpreso del direttore è che quell’ampio gesto menzionato nel suo curriculum non è stato portato in Auditorium per questo concerto, perché Vizireanu ha invece tenuto le braccia quasi sempre rigide e strette intorno al busto, con un gesto piccolo e a tratti persino claustrofobico. Come diretto risultato, i levare erano spesso poco chiari, fin dall’attacco della Quinta Sinfonia. La compostezza del direttore mi ha dunque fatto pensare che preferisse optare per una direzione di nervo, tutta scatto e cantabilità trattenuta. Già immaginavo che il concerto sarebbe stato in qualche modo unificato da questa interiorizzazione straripante e che Vizireanu avrebbe puntato sull’incessante pulsione ritmica, ben presente tanto in Beethoven quanto in Šostakovič. In realtà l’orchestra ha trovato un ottimo suono, ampio, ben appoggiato, rilassato, persino troppo rilassato. Nonostante tra gesto del direttore e orchestra non ci fosse identità, comunque, non si può dire che il direttore non sapesse farsi seguire. Si sono susseguiti nel corso del concerto alcuni ottimi virtuosismi dinamici, quei rapidi crescendo e diminuendo che dimostrano l’ottimo controllo del direttore e la plasticità dell’orchestra. Tuttavia, questi gesti rischiano sempre di rimanere solo virtuosismi puramente dimostrativi se non inseriti in una visione più ampia del brano.

La Quinta Sinfonia di Beethoven non ha colpito particolarmente per un’idea che ne mettesse in risalto l’incredibile struttura architettonica, che ne esaltasse la freschezza oppure la potenza drammatica, il senso di oppressione o di mistero, l’enfasi retorica, la purezza della linea, l’olimpica serenità, l’esaltazione del trionfo. Similmente, alla Quinta di Šostakovič mancava maestosità, tensione, carattere, ricerca dell’impasto sonoro giusto, varietà d’attacco e, in generale, direzione. La mia sensazione è che Vizireanu tendesse troppo spesso a risolvere l’espressività in un semplice aumento di dinamica. Detto in altre parole, quando il carattere chiedeva più espressivo, più teso, più drammatico, semplicemente si suonava più forte. Prendiamo ad esempio il quarto tempo di Šostakovič. Il linguaggio frastagliato del compositore impone vertiginosi cambi di tempo, rapide sterzate, improvvisi cambi di prospettiva, in un montaggio che a tratti sa quasi di cinematografico. Questi scambi grande-piccolo, questi dettagli, inseriti in un discorso che deve mantenere la sua coerenza, ogni tanto venivano sorpassati a volo d’uccello da Vizireanu. Non per questo però si compensava la cura del dettaglio con uno slancio e un impeto tale da farti approdare di frase in frase. Il rischio dunque era quello di perdersi nei movimenti più lunghi e strutturati e non a caso il movimento meglio riuscito è stato il secondo, l’Allegretto, in cui Vizireanu è riuscito a sottolineare con arguzia il contrasto tra grottesco ed eleganza. Ottimo la prova dell’Orchestra Verdi. Gli archi compatti hanno avuto qualche imprecisione solo nei pizzicati, ma compensavano con un fantastico suono di sezione, mentre legni, ottoni, arpe, timpani e percussioni tutte (pianoforte incluso) hanno confermato la sensazione di solidità dell’orchestra, anche a fronte del distanziamento.  Buoni applausi, sala non gremita, ma con una notevole percentuale di giovani.

Alessandro Tommasi
(17 marzo 2022)

La locandina

DirettoreVlad Vizireanu
Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi
Programma:
Ludwig van Beethoven
Sinfonia n. 5 in do minore op. 67
Dmitrij Šostakovič
Sinfonia n. 5 in re minore op. 47

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