Verona: al Settembre dell’Accademia la bacchetta magica di Alpesh Chauhan

Si fa presto a dire repertorio. Il Concerto per violoncello di Dvorák e la Quarta Sinfonia di Brahms vanno iscritti d’ufficio al genere “grande musica” e sono sicuramente pagine ben note agli appassionati, ma non è detto che appartengano al novero delle composizioni più spesso eseguite. Per quel che vale, ad esempio, i due capolavori che abbiamo citato non sono stati di sicuro frequenti nei programmi del Settembre dell’Accademia. E si parla di un festival sinfonico che compie trent’anni e probabilmente ha doppiato il capo delle duecento serate. Possiamo metterla così: a Verona si è avuta più spesso l’occasione di ascoltare l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia – la quale proponendo giovedì al teatro Filarmonico i due capolavori citati ha toccato l’ottava presenza a partire dal 2002 – piuttosto che l’ultima Sinfonia di Brahms, o tanto meno il meraviglioso Concerto di Dvorák, uno dei non molti dedicati al violoncello nell’Ottocento.

Programma di assoluto e non ripetitivo fascino, dunque, per un appuntamento – il penultimo del festival – che aveva anche un altro motivo di particolare interesse, il debutto veronese dei suoi principali protagonisti, il direttore inglese Alpesh Chauhan, fresco di debutto con la storica orchestra romana, e il violoncellista spagnolo Pablo Ferrández. Due giovani interpreti dopo aver ascoltato i quali si può nutrire una motivata fiducia sulle sorti della musica colta.

Composti a un decennio di distanza uno dall’altro, la Sinfonia brahmsiana (1885) e il Concerto di Dvorák (1896) sono due gloriosi rappresentanti della persistenza dello spirito classicistico nella temperie romantica ormai al tramonto. Capolavori inattuali, si potrebbe dire, nei quali il rigore della forma non impedisce all’espressione di raggiungere una notevole profondità. E ai quali la limpidezza della scrittura consente di aggirare, in piena forza creativa, la crisi del linguaggio musicale alla fine dell’Ottocento.

Chauhan ha colto con lucidità queste caratteristiche di lingua e di stile. E lo ha fatto sfruttando con eleganza e precisione la migliore caratteristica di un’orchestra come quella ceciliana. Che oltre la raffinata qualità delle parti e l’eleganza del suono consiste in un equilibrio complessivo di straordinaria efficacia, articolato nei settori eppure sempre omogeneo, pronto alle sfumature dinamiche, alle sottolineature timbriche, alla mobilità del fraseggio.

Nell’affrontare Dvorák, il direttore inglese ha trovato fervida sintonia interpretativa nelle scelte musicali di Ferrández, che con il suo Stradivari dal suono di un seducente colore dorato ha fin da subito imboccato la strada di un raffinato lirismo, capace di svelare dettagli spesso lasciati in ombra, rinunciando ai passaggi di forza (ma non all’agilità e alla precisione) e allo spessore esagerato di suono degli approcci più genericamente romantici. Se ne sono giovate le tante piccole gemme disseminate dal compositore boemo nella partitura, specialmente l’incessante dialogo del violoncello con gli strumenti a fiato (flauto e oboe su tutti), in una trama singolarmente trasparente ma di grande fascino. Dalle risonanze cameristiche eppure dalla precisa e coinvolgente connotazione concertante. È così emersa la sapiente scrittura orchestrale di un autore che – almeno qui – si può a buon diritto definire “dotto”, tanto quanto il suo mentore e sostenitore Johannes Brahms. Che non a caso vedeva in lui il suo più autentico erede.

Al cospetto della Quarta, Chauhan ha delineato una lettura di suggestivo equilibro, capace di mettere a fuoco le raffinatezze di scrittura e di strumentazione del compositore tedesco, senza arrivare alla freddezza di un’esecuzione di stampo “neoclassico” ante litteram. Ciò è avvenuto in virtù di una cura costante per la temperatura espressiva del suono, dentro alla mobilità di un fraseggio capace di grande tensione espressiva ma anche di pensosa interiorità. Specie laddove gli strumenti a fiato e gli archi bassi affermano la propria centralità. Il risultato è stato un Brahms di poesia lontana da ogni retorica, nel quale l’Orchestra di Santa Cecilia ha fatto valere una volta di più la propria raffinata qualità strumentale e d’insieme.

Alla fine, applausi calorosissimi e bis ancora nel nome di Brahms, quello disteso e ironico della Danza ungherese n. 1. In precedenza, Pablo Ferrández al momento del bis di rigore dopo la sua bella prova in Dvorák aveva in qualche modo reso un omaggio a Pablo Casals, proponendo uno dei suoi fuori programma favoriti, il tema popolare catalano “El cant dels ocells”.

Cesare Galla
(30 settembre 2021)

La locandina

DirettoreAlpesh Chauhan
VioloncelloPablo Ferrández
Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Programma:
Antonín Dvořák
Concerto per violoncello e orchestra n. 2 in si minore Op. 104
Johannes Brahms
Sinfonia n. 4 in mi minore Op. 98

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