La Antonacci grande tragedienne seduce Martina Franca

Il palcoscenico diviso in due, con l’Orchestra Cremona Antiqua a destra – il Seicento – e a sinistra il pianoforte di Francesco Libetta – il Novecento – con il canto a fare da cerniera a due periodi e due repertori che traggono nutrimento e fonte l’uno dall’altro.

Arianna, la Ninfa, Ottavia, Medea e poi la Dame de Montecarlo: Anna Caterina Antonacci le rappresenta da Grande Tragedienne quale è, con un gesto scenico che rifugge da qualsiasi affettata maniera, connaturato in lei, spontaneo e intenso; gli sguardi, perfino il bicchiere d’acqua che qui diventa oggetto di scena, senza smarrire per un attimo la naturalezza, rendono vivo e intenso il fraseggio.

Le mani a martoriare convulsamente lo scialle; basterebbe questo a far capire anche al più digiuno degli spettatori che quello che si sta rappresentando – in tutte le sue declinazioni – è lo strazio di una donna tradita e abbandonata.

Il peplo cangiante, realizzato per lei  da Giuseppe Pallella, la veste come una sacerdotessa che officia il rito della Parola incarnata nella Musica; non c’è sillaba che non trovi  il giusto accento, non una parola che possa risultare anche minimamente abbandonata a se stessa.

Nel canto della Antonacci tutto significa, ogni frase trova la sua giusta collocazione nel narrato.

Arianna disperata, la Ninfa indomita, Ottavia altera, Medée dolente, le donne delle Canzoni dei ricordi di Martucci, la Dame di Poulenc; tutte riflettono i tormenti dell’abbandono ciascuna a suo modo, unite un filo invisibile.

Un canto fatto di intelligenza e di scavo, unico, personalissimo e affabulante quello della Antonacci, che l’ Orchestra Cremona Antiqua, diretta al cembalo e all’organo da Antonio Greco, contrappunta con un accompagnamento essenziale ed al contempo ricco di spunti.

Quando il Seicento cede il passo al Novecento è Francesco Libetta, che esordisce con una Serenata di Leonardo Leo trascritta per pianoforte e ricca di spunti ironici, a dialogare con la Diva – ora sophisticated lady – in un’osmosi di idee e di accenti di singolare fascino.

Le Canzoni di Martucci mostrano i segni del tempo e di una certa maniera, ma affidate ad Antonacci e Libetta riacquistano senso e vigore.

Strepitosi La dame de Monte Carlo e Les chemins de l’amour, in mezzo a cui stanno i raveliani Jeaux d’eau che Libetta risolve in un afflato aereo fatto di minuscoli scarti di metronomo e rapinose microdinamiche che esaltano la struttura dell’impaginato rendendola vivida all’ascolto.

Successo trionfale e il bis inaspettato: l’Habanera della Carmen come mai si era sentita; l’Antonacci attacca in pianissimo e mantiene sino in fondo un’intimità raccolta che coglie la vera natura della musica e del personaggio. Ancora una volta la parola è meditata e scavata di modo che la sigaraia, col suo spirito di libertà faccia sì che in un momento tutti i lamenti delle donne abbandonate siano vendicati.

Alessandro Cammarano
(31 luglio 2020)

La locandina

SopranoAnna Caterina Antonacci
PianoforteFrancesco Libetta
ConcertatoreAntonio Greco
Orchestra Cremona Antiqua

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