La Scala torna (forse) a riveder le stelle

Nei giorni precedenti al Sant’Ambrogio scaligero ai tempi della pandemia le definizioni si sono sprecate: da “serata unica” a “parata di stelle”, con il contorno di “la Scala come non si è mai vista”, il battage pubblicitario non ha lesinato in iperboli.

In quest’anno di certezze azzerate e di speranze deluse la riapertura – di “inaugurazione” non si può parlare in quanto una stagione prossima ventura non è stata annunciata – del “tempio italiano della lirica”, tanto per proseguire sulla vena delle veline, è stata affidata ad un concertone dal format “innovativo” registrato e diffuso in differita mondovisione dalla RAI in cui alle arie d’opera si alternavano momenti di danza, delegandone la presentazione all’incompetenza di Bruno Vespa e Milly Carlucci..

A Davide Livermore, protagonista dei due ultimi Sette Dicembre, è toccato il compito di cucire insieme un’ampia selezione di arie e romanze affidate ad un cast degno dei migliori gala, raccordando il tutto, per “fare serata”, con interventi recitati, calando il tutto in una sorta di affabulante mondo parallelo fatto di proiezioni (realizzate dalla D-Wok) e ricordi di scene da allestimenti di anni passati, primo tra tutti lo specchio d’acqua intersecato da passerelle della Kata Kabanová secondo Robert Carsen.

In realtà la parte visuale sembra remare costantemente contro l’opera intesa come fatto teatrale, finendo per essere uno spot che dovrebbe celebrare la capacità di intercambio dell’atto scenico a gloria dei fornitissimi magazzini scenografie, tra corvi, galassie, nevicate e macchine volanti.

I testi – dai pensieri del compianto Ezio Bosso alla lettera di Nureyev passando per la Phédre di Racine e Le roi s’amuse culminando in una delle meno belle tra le poesie di Eugenio Montale – sono affidati ad attori che, fatti salvi Massimo Popolizio e Laura Marinoni, sono poco più che da “il pranzo è servito”; ce n’era bisogno? Cilegina sulla torta Michela Murgia che definisce Tosca “antesignana del me too”.

Al netto dello Helzapoppin livermoriano e di una certa autoreferenzialità di Riccardo Chailly – alla testa di un’orchestra e un coro in grande spolvero – si sono ascoltate cose egregie ulteriormente nobilitate dalle parti affidate al Corpo di Ballo.

Luca Salsi, fresco dell’Otello fiorentino, è Rigoletto intenso e tormentato. A lui seguono tre numeri dal Don Carlo – ambientati sul vagone ferroviario che fu del Tamerlano –: le meditazioni notturne di Filippo Secondo alle quali Ildar Abdrazakov conferisce colori ed intenzioni come raramente è dato ascoltare, la morte di Rodrigo con un Ludovic Tézier capace di padroneggiare fiati e fraseggio in un’arte concessa solo a pochi, concludendo con l’”O don fatale” interpretato con accorata ferinità da Elina Garanca.

Lisette Orpoesa, che restituisce a “Regnava nel silenzio” la sua tonalità originale, si conferma artista maiuscola

Rosa Feola è Norina impeccabile e Juan Diego Florez lavora di bulino restituendo all’ascolto una “Furtiva lagrima” di impareggiabile nitore.

Brava Marianne Crebassa, la cui Habanera è resa ancora più sensuale dall’abito meraviglioso disegnato per lei da Giorgio Armani, e bravissima Eleonora Buratto capace di rendere lo strazio di Amelia in “Morrò ma prima in grazia” attraverso un canto sempre meditato cui seguono il Renato un po’ spento di George Petean e il Riccardo scolpito di Francesco Meli.

Piotr Beczala ha timbro splendido ma la sua “fleur” è anodina quanto il “Nessun dorma” a lui affidato dopo il forfait di Jonas Kaufmann. Di contro risulta perfetto Benjamin Bernheim il cui Werther dilaniato incanta dalla prima all’ultima frase.

Centrato lo Jago – ma perché ha la pistola e fa un comizio davanti alla Casa Bianca? – di Carlos Álvarez, cosi come convince il Cavaradossi di Roberto Alagna.

Rientrano nel genere matronale Chritine Opolais (Tu, piccolo iddio), Alessandra Kurzak (Sigore ascolta) e Sonia Yoncheva (La mamma morta).

Fuori concorso Placido Domingo che, più tenore di sempre, gioca fare il baritono interpretando un “Nemico della patria” capace di lasciare al palo alcune dozzine di colleghi più giovani.

Sparito l’annunciato Wagner, forse – ma è un’ipotesi azzardata – sacrificato all’incombere del TG.

Roberto Bolle mette il suo carisma a servizio di Waves, il suo chéval de bataille ipertecnologico, mentre Nicoletta Manni e Timofej Adrijashenko danzano magnificamente il Grand-pas dallo Schiaccianoci. Un’ulteriore ventata d’aria fresca arrivava dai ballabili di “Verdi Suite” affidati agli incantevoli Martina Arduino, Virna Toppi, Claudio Coviello, Marco Agostino e Nicola Del Freo.

Commovente il finale del Gugliemo Tell – affidato a Eleonora Buratto, Rosa Feola, Marianne Crebassa, Juan Diego Flórez, Luca Salsi e Mirko Palazzi – a chiusura del programma.

In un singulto di iperreferenzialità Livermore si riserva la conclusione della serata con un pistolotto trasudante retorica; peccato, perché Rossini aveva già detto tutto.

Ad maiora!

Alessandro Cammarano
(7 dicembre 2020)

La locandina

DirettoreRiccardo Chailly
Direttore per il ballettoMichele Gamba
RegiaDavide Livermore
SceneDavide Livermore, Giò Forma
Scenografie digitaliD-Wok
Cantanti
Ildar Abdrazakov, Roberto Alagna, Carlos Álvarez, Piotr Beczala, Benjamin Bernheim, Eleonora Buratto, Marianne Crebassa, Plácido Domingo, Rosa Feola, Juan Diego Flórez, Elīna Garanča, Vittorio Grigolo, Aleksandra Kurzak, Francesco Meli, Camilla Nylund, Kristine Opolais, Lisette Oropesa, Mirco Palazzi, George Petean, Marina Rebeka, Luca Salsi, Andreas Schager, Ludovic Tézier, Sonya Yoncheva
Danzatori
Roberto Bolle, Nicoletta Manni, Martina Arduino, Virna Toppi, Timofej Andrijashenko, Claudio Coviello, Marco Agostino, Nicola Del Freo
Orchestra e coro del Teatro alla Scala
Maestro del coroBruno Casoni

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