Lontano da Corinto (prima parte)

Corinto, l’orgogliosa metropoli sull’Istmo, è la sede del logos e della legge, due entità apparentate dalla comune etimologia di légein — secondo Cicerone: “detto e pronunzia del potere sovrano”. Parola proclamata, raccolta (ancora légein!), incisa su tavole di pietra e di bronzo, come quella con cui Creonte condanna Medea all’esilio:

O vous! dont l’oeil farouche et dont la bouche impie
Présage de noirs attentats,
Fuyez, je vous proscris; sortez de mes états,
[…]

Soeur criminelle, fille impie,
Fuyez de mes états! Rien ne peut m’attendrir. (1)

Quando la legge nega ascolto per bocca di un re, dove rifugiarsi? I mitografi parlano di Atene, distante in direzione est appena 486 stadi (circa 90 chilometri). Qui Medea diviene a sua volta regina sposando Egeo, il vecchio e rimbambito padre di Teseo. Anche di là, dopo un nuovo veneficio tentato, viene infine scacciata dal figliastro; altro Argonauta reduce, altro seduttore di fanciulle, proprio come Giasone. La storia si ripeteva. Medea sfuggì alla punizione scomparendo in un banco di nebbia:

 

Effugit illa necem nebulis per carmina motis. (2)

Fonti degne di fede narrano come, sempre avvolta in quella nuvola protettrice, ella sorvolasse nuovamente Corinto dirigendosi questa volta verso sud-ovest. Le bastarono altri 397 stadi per atterrare nella rustica agorà di un villaggio un po’ più popoloso degli altri. I vicini lo chiamavano per scherno Megalopolis ed era a tutti gli effetti la capitale d’Arcadia. Quei bravi pecorai non erano poi tanto stupidi. A scanso di guai la dichiararono protettrice delle messi e dei pascoli e le eressero un piccolo santuario nella vicina contrada di Licosura (“coda di lupo”). Sotto il nome di Despoina (“padrona”) le portarono offerte di cacio e focacce, venerandola come deità ctonia finché il Peloponneso — molto tempo dopo Corinto, Atene e Roma — non fu anch’esso completamente cristianizzato. Questa volta la figlia di Aietes non si lasciò fregare. Si era affezionata a quelle contrade agresti e pur di non riprendere la sua vita di fuggiasca preferì assumere le sembianze di una Madonna nera in stile proto-bizantino. La pronuncia del greco era leggermente cambiata in tanti secoli; adesso la chiamavano “Despina”, che significa sempre padrona, ma anche “Theotokos” (madre di Dio) o “Parthenos” (vergine; questa poi!). Nel XIII secolo vennero i Veneziani, ma presto se ne andarono; poi a metà del Quattrocento arrivarono i Turchi. Niente d’irreparabile, perché il Corano vieta di oltraggiare la madre del profeta Isa, il gran precursore di Muhammad. La bianca chiesina a cupolette piastrellate, che ormai era divenuta la sua casa, restò intatta, e solo fu vietato ai monaci di suonarne le campane. Poi tornarono, ancora per poco, i Veneziani. Era il 1687. Salvo i letterati di professione, nessuno chiamava più quella terra col nome di Arcadia, ma piuttosto Morea o Peloponneso. Un alfiere dell’armata del Morosini, alla vigilia di andarsene in congedo dopo la vittoria, adocchiò l’icona affumicata della Despina e pensò di portarsela a casa come souvenir della spedizione. Ma la Serenissima Repubblica era inflessibile nel mantenere la disciplina militare: lo sciagurato venne impiccato seduta stante con l’accusa di saccheggio, la sacra immagine fu confiscata nonostante le vane proteste dei paesani e spedita a Venezia tra le spoglie trionfali destinate a decorare l’ingresso solenne dell’ammiraglio in San Marco, dove al suono di un Te Deum di Legrenzi il Doge gli impose sul capo l’alloro dei vincitori e gli decretò il titolo di “Peloponnesiaco”. Passata la festa, Despina-Medea finì gettata con altre cianfrusaglie in un sotterraneo dietro campo Sant’Angelo. Fu lì che dal vicino ed omonimo teatro le giunse il lamento di Medea, cioè di se stessa, sull’energico basso figurato dello Zanettini:

Tra le ceneri del mio bene

il mio ardor seppellirò.

Spezzo, Amor, le tue catene;

Cieco Dio, più amar non vo. (3)

Fu una rivelazione. Abbandonate senza rimpianto le vecchie spoglie alle muffe e alle pantegane del rio della Verona, riprese a viaggiare per il mondo sul suo carro trainato da draghi alati:

Quod nisi pennatis serpentibus isset in auras

non exempta foret poenae. (4)

Fu spettatrice dapprima infuriata, poi scettica, e alla fine interessata; sia pure con l’entomologico distacco del critico di professione. Vide le proprie vicende messe in scena per migliaia di volte in decine di lingue morte e viventi, ora con e ora senza musica. Fra i palchi dorati dei teatri di corte, sui carri di Tespi, nelle sale fumose dei cinema di periferia rivisse fino alla nausea innamoramenti e smanie di vendetta, delitti senza castigo, fughe senza fine. Non capiva. Ma di cosa volevano punirla da secoli tutti questi maschi: re ed eroi, librettisti e poeti, compositori e registi? Di essere se stessa, l’indomabile figlia di Aietes, la nipote del Sole e la sacerdotessa di Ecate notturna. Amante vendicativa e madre snaturata, seduttrice di vecchi, scannatrice di fratelli, maestra d’incanti e di veleni. Trovò alquanto cheap la cantata scritta per lei da Caldara, che solo nel finale si solleva ad un tono adeguatamente risoluto. Dopo tante lagne, era ora! Prima un bel recitativo obbligato, tutto saettante di scalette livide e minacciosi brontolii di pedale; poi l’aria di sdegno e di magia fra un gran sibilare di dattili in libertà. Ci vuole un contralto con gli attributi, e sia chiaro che con Medea non si scherza:

A far le mie vendette

venite orrende Furie,

mostri del nero Tartaro,

quest’ aria ad infestar.

 

Venite, sì, costrette

dalle mie voci orribili;

tradita da quel perfido

mi voglio vendicar. (5)

Tutti avevano paura di lei, ma nessuno — almeno così le parve — poteva resistere al suo fascino incendiario. Non il vecchio Seneca:

Vincatque suas flagrante comas

nova nupta faces… (6)

e nemmeno quel parruccone di Pierre Corneille, che lo aveva parafrasato (per non dire annacquato) in sonanti quanto verbosi alessandrini:

Lève les yeux, perfide, et reconnais ce bras… (7)

Non suo fratello Thomas, non Quinault, La Rocque, Longepierre; meno di tutti Hoffman, che aveva somministrato a Cherubini un libretto — praticamente una Médée en fricassée — rubacchiando a tutti i sunnominati. Così come Seneca aveva fatto con Euripide, n’est-ce-pas? Questi Galli, che strazio!… Della Médée di Cherubini le piacque soprattutto la settima scena del second’atto, dove la sua voce che parla si sovrappone al coro dei canti nuziali mentre le due orchestre, una in scena e l’altra nella fossa, concertano fra loro. Alla fine anche lei si univa al canto reclamando i propri diritti come una leonessa; della serie: “Questo matrimonio non s’ha da fare!” Un effetto drammatico di prim’ordine:

Je vien aussi, j’accours à tes autels;

j’y réclame la foi que Jason m’a donnée! (8)
(continua…)

Carlo Vitali 

 

——

note

(1) Tu, che col fiero ciglio e l’empio labbro

fai presagire i delitti più neri,

fuggi! io ti proscrivo; va’ fuori dai miei stati
[…]

Criminale sorella e figlia ingrata,

fuggi via dai miei stati! Nulla può intenerirmi.

(François-Benoît Hoffman — Luigi Cherubini, Médée, 1797, I/3)

(2) Sfuggì alla strage adunando con magici carmi una nebbia.

(Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, VII/ 424)

(3) Aurelio Aureli — Giovanni Antonio Zanettini, Medea in Atene, 1678, III/12. L’opera ebbe svariati allestimenti a Venezia ed altrove fra il 1675 e il 1696; a volte anche col titolo di Teseo in Atene e spesso con arie aggiunte di altra mano, in particolare di Bernardo Sabbadini. Una rappresentazione al Sant’Angelo di Venezia nel 1687 o poco dopo non è attestata da alcuna fonte. Forse Medea confonde leggermente date e titoli, o forse possiede informazioni ignote ai musicologi — il che non desterebbe meraviglia.

(4) Ché senza levarsi in volo coi serpi piumati

non avrebbe scampato il castigo.

(Ovidio, Metamorfosi, VII/ 350-1)

(5) Anonimo — Antonio Caldara, Medea in Corinto, ca. 1712.

(6) Con la sua chioma in fiamme vinca la sposa novella

le fiaccole nuziali…

(Lucio Anneo Seneca, Medea, vv. 838-9)

(7) Leva gli sguardi, perfido, e riconosci questo braccio…

(Pierre Corneille, Médée, 1635, V/5)

(8) Io pure vengo, ai tuoi altari accorrendo,

a reclamarvi la fede che Giasone mi diede!

(Hoffman — Cherubini, Médée, cit., II/7)

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