Milano: Chung e i silenzi della Nona di Mahler

Nel vasto panorama sonoro mahleriano sembra non esserci spazio per il silenzio, ma non è così. Spesso nei suoi abbandoni estatici Gustav Mahler pare contemplare ampi orizzonti, profili montani, cime rarefatte dove il silenzio risiede sovrano.

Il suo è un secessionismo strutturale in cui l’incontro con la natura si fa suono, bagliore, ricordo lontano o drammatica consapevolezza di un presente in cui il passato annega inesorabilmente.

Spirituale e terreno, Mahler dipinge e subisce con atroce nostalgia il suo essere in divenire, alla ricerca di spazi che possano ricostruire una realtà che appare frantumarsi nel tempo.

Tra le sinfonie di Gustav Mahler la numero nove, unica ad essere stata composta in una sola estate, risale a uno dei periodi più tragici del compositore: la perdita della figlia primogenita nonché la diagnosi di una malattia che l’avrebbe portato alla morte.

Nonostante la scelta di una tonalità aurea, re maggiore, ci troviamo di fronte a un vero e proprio testamento spirituale del compositore austriaco, i cui lugubri tormenti sono improvvisamente rasserenati da improvvisi spiragli luminosi.

La Filarmonica della Scala ripropone in cartellone questo capolavoro sotto la direzione di Myung-Whun Chung, musicista dichiaratamente affezionato a questa importante compagine orchestrale.

Il maestro Chung sale sul podio, scarno da ogni esteriorità, aspetta il silenzio, lo cerca, lo richiede per ricrearlo e ritrovarlo nella partitura della Sinfonia n. 9 in re maggiore di Mahler.

Gesto lineare, a tratti geometrico, rotondo quando serve, diretto se necessario, mai disordinato, essenziale, Chung non mira all’effetto. La sua visione, evocativa, è trascendentale. Nonostante l’incessante fluire della musica, il tempo pare fermarsi.

Se nel primo movimento il senso di morte si fa certezza senza entrare in conflitto con un rassegnato desiderio di vivere, il Ländler del secondo movimento assume i connotati di una danza rustica che confluisce in un valzer trasfigurato, inserito in un discorso estremamente frammentario.

Chung delinea perfettamente il gioco pantomimico sotteso nel secondo movimento, smussa il carattere grottesco esaltando ancora di più l’essenza inquietante della struttura.

Di carattere parodistico è il Rondò-Burleske, vero capolavoro in cui la severa arte del contrappunto è trattata con sottile ironia e in cui, inaspettatamente, si apre una parentesi corale di sublime bellezza anticipatorio dell’Adagio finale.

Perfettamente a suo agio con l’impervia partitura, Chung esalta ogni passo restituendo una visione d’insieme coerente e compatta anche laddove l’orchestra fatica a seguirlo, non perché impreparata, ma perché all’esiguo numero di prove il maestro coreano lascia sempre un margine di spontaneità in sede di esecuzione. 

Nell’Adagio finale il discorso si fa ultraterreno. Indimenticabili rimarranno le ultime battute in un pianissimo impercettibile che svanisce in un lunghissimo silenzio lasciando il pubblico in un’estasi di intenso raccoglimento.

Il silenzio, un bene prezioso che ritroviamo spesso nelle pagine degli autori più profondi, ci appartiene e, nonostante i calorosissimi applausi di un pubblico emozionato, ha continuato a risuonare a lungo nella mia mente.

Gian Francesco Amoroso
(11 aprile 2022)

La locandina

DirettoreMyung-Whun Chung
Filaemonica della Scala
Programma:
Gustav Mahler
Sinfonia n. 9 in re maggiore

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