Milano: Il debutto scaligero di Mao Fujita

Il concerto della Filarmonica della Scala di lunedì 7 marzo doveva dirigerlo Valery Gergiev. Il mio primo pensiero è stato che avrebbero cancellato la data. Non è successo. Riccardo Chailly ha salvato la situazione, accettando di dirigere il concerto. Temevo avrebbero cambiato completamente programma, sostituendo anche il solista, ma anche questo non è successo. Ha così finalmente debuttato con un’orchestra in Italia il giovane pianista Mao Fujita, che dopo il secondo premio al Concorso Čajkovskij di Mosca nel 2019 ha cominciato una carriera internazionale in rapida accelerazione, anche grazie all’influenza proprio di Gergiev, che ha più volte proposto il ventitrenne giapponese nei suoi concerti. Era un debutto, questo, che attendevo trepidante. Avendo avuto la fortuna di assistere al Concorso Čajkovskij, in cui potei intervistare Fujita il giorno successivo alla Finale proprio per Le Salon Musical, avendo poi ritrovato il pianista al Festival di Verbier 2021, in cui ha eseguito l’integrale delle Sonate di Mozart, insomma, ero curioso di vedere cosa sarebbe successo. Fortunatamente, dunque, la serata si è svolta come doveva, con la sola modifica del concerto: anziché il Secondo di Čajkovskij, di rarissima esecuzione, Chailly ha chiesto al pianista di incontrarsi sul Terzo Concerto di Rachmaninov, che Chailly conosce decisamente bene e che Fujita portò in Finale proprio a Mosca.

Fin dalle prime note del Concerto, si è manifestato uno dei principali limiti del pianista: la carenza di suono. Rispetto a Mosca, in realtà, Fujita ha trovato più affondo e riesce ad affrontare con più tranquillità l’orchestra sinfonica e una sala ampia, ma non si può negare che in più punti mancasse un suono che riuscisse a riempire il teatro e persino a sovrastare l’orchestra. Ma il pianismo di Mao Fujita non è un pianismo di potenza. Anzi, la questione della mole di suono sembra preoccuparlo solo di rado. Ciò che contraddistingue Fujita, invece, è la sua abilità nel rileggere i brani esauriti dalle troppe esecuzioni e sapervi dare uno sguardo nuovissimo, senza necessariamente inerpicarsi su stramberie di maniera. Fujita semplicemente porta a galla una fittissima trama polifonica, non per esaltare voci secondarie mai sentite (e spesso con buone ragioni) ma per dispiegare di fronte al pubblico l’intera partitura. Durante le esecuzioni di Fujita è possibile scovare relazioni tematiche, fraseggi interni, polifonie limpide, attenzione ai dettagli sempre in prospettiva di un disegno più ampio e che mostri con chiarezza l’idea del pianista senza sovrapporsi all’autore. Più che con il compositore, Fujita sembra porsi in dolce polemica con la tradizione. Nel dipingere la propria versione del brano, il pianista attinge ad una tavolozza timbrica ampia e con ricchezza di sfumature soprattutto nei pianissimo più impalpabili ma sempre udibili. Ciò che è maturato molto rispetto al Concorso del 2019, poi, è la capacità di tenere costantemente la tensione. Solo in alcuni passaggi il pianista non riuscito a sostenere completamente l’arco della frase, ma in tutti gli oltre 40 minuti di Concerto, non c’è stato un cedimento ed è anzi presente uno scatto nervoso capace di increspare l’intensa cantabilità, che all’epoca non avevo sentito nel Concerto. È possibile recuperare un video su YouTube in cui Fujita esegue, circa un anno fa, il Terzo di Rachmaninov. Dal vivo è diverso, ovviamente, ma è possibile farsi una buona idea dell’abbondanza di dettagli che il pianista dispensa. Temevo che questo pianismo potesse non avere presa sul pubblico scaligero, ma anche qui avevo torto. Lunghi e scroscianti applausi hanno accolto il solista dopo il concerto, che ha donato al pubblico una incantevole esecuzione dell’Ave Verum Corpus di Mozart, nella trascrizione pianistica di Liszt. Mi faccio volentieri alfiere di questa causa: Mao Fujita è uno dei pianisti più genuinamente interessanti e al contempo schiettamente emozionanti che abbia avuto modo di ascoltare. Mi auguro veramente che il percorso di crescita di questo musicista classe 1998 possa proseguire con queste premesse e regalarci uno dei grandi interpreti del nostro tempo.

Per completare il programma, Riccardo Chailly ha scelto la Sesta Sinfonia di Čajkovskij. Ho apprezzato che rimanesse l’approfondimento russo che il Teatro alla Scala sembra aver intrapreso recentemente e che i tragici eventi cui stiamo assistendo non abbiano causato inutili ripensamenti. La Filarmonica della Scala diretta dal suo Direttore Musicale ha tenuto bene la serata, ma forse per il cambio veramente all’ultimo, forse per i ritmi intensi delle ultime settimane, ci sono state diverse imprecisioni sia su Rachmaninov che su Čajkovskij, soprattutto nei legni. Posto che se c’è una cosa che Chailly sa fare decisamente bene è concertare magnificamente e con grande eleganza, mi viene spontaneo attribuire a cause terze il fatto che l’insieme ogni tanto non fosse perfetto. Ciò che non c’era in lucida perfezione, però, c’era in slancio. Il direttore milanese ha saputo infondere nella compagine una proiezione in avanti, un’agilità drammaturgica che ha retto tutto l’estremo capolavoro di Čajkovskij. Nel primo movimento, mi è parso che Chailly evitasse di proposito una lettura eccessivamente vincolata al programma autobiografico cui questa Sinfonia è associata, per sottolineare invece la forma dell’allegro di Sinfonia su cui il compositore sembra qui riflettere. Non sono mancati i gesti carichi di pathos, ma Chailly ha scelto di non indugiare eccessivamente, offrendo una lettura meno carica e più diafana, in cui anche la ferocia sembrava sottostare ad una visione d’insieme. Lo stesso si può dire dell’elegante secondo movimento, col tema di valzer splendidamente fraseggiato dai violoncelli, su cui però il discorso si è un po’ adagiato nelle frequenti ripetizioni. Meglio il terzo tempo, la rapida Marcia staccata con senso di urgenza e uno schietto, quasi infantile divertimento. L’esplosiva chiusura, veramente efficace, stava per chiamare gli immancabili applausi. Chailly non ha esitato e gli sprovveduti che già cominciavano ad applaudire sono stati interrotti dalla violenza della prima frase dell’Adagio lamentoso. E veramente di un lamento si è trattato, un lungo, straziante lamento, in cui orchestra e direttore si sono lasciati andare, appoggiandosi sull’eccellente suono degli archi della Scala e con alcuni ottimi impasti timbrici tra legni e archi, in particolar modo con il clarinetto. Al netto dunque delle imperfezioni di cui accennavo, il concerto si è concluso con ottimo successo, confermato dal lungo applauso finale tributato dal pubblico.

Alessandro Tommasi
(7 marzo 2022)

La locandina

DirettoreRiccardo Chailly
PianoforteMao Fujita
Filarmonica della Scala
Programma:
Sergej Rachmaninov
Concerto n. 3 in re min. op. 30 per pianoforte e orchestra
PetrIl’ic Čajkovskij
Sinfonia n. 6 in si min. op. 74 Patetica

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