Palermo: al Massimo una Florez-pedia travolgente

Per raccontare un concerto come quello tenuto da Juan Diego Florez al Massimo di Palermo giova partire dalla fine: sei bis concessi dal tenore peruviano a fronte di un successo di pubblico – che meraviglia il teatro finalmente davvero esaurito in ogni ordine di posti – degno di un concerto rock.

Il primo è una travolgente “Torna a Surriento”, poi Florez rientra sul palcoscenico e accompagnandosi con la chitarra canta “Core ingrato” con un trasporto privo di qualsiasi stucchevole “folklore” aprendo la strada a “Besame mucho” palpitante di sussurri per concludere “a grande richiesta” con “Cucurrucucú Paloma”.

E con questo si sarebbe potuti andare tutti a casa felici, e invece no: la sala di Basile non sente ragioni e Florez non si sottrae regalando, a orchestra piena, “Granada” incendiaria e “Nessun dorma”, quest’ultima finalmente in chiave intima – troppo spesso la romanza più abusata di sempre viene variamente urlacchiata – e capace di riportarla alla sua dimensione più autentica.

Sarebbe bastato questo a fare serata e invece prima dei bis c’erano state due ore di concerto scandite da un programma, in meraviglioso ordine cronologico, concepito per mettere in luce ogni singolo particolare dell’arte di Florez che, al pari di un fantasista del pallone, colora, smorza, fila, accenta, lega con una facilità capace di stupire ad ogni ascolto.

Dall’insidiosa “Deh tu m’assisti amore” dal Signor Bruschino, tanto per scaldarsi, si passa all’impervia aria di Idreno – l’opera è Semiramide – “La speranza più soave” nella quale non una singola agilità viene trascurata.

Da Rossini a Donizetti: “Una furtiva lagrima”, cantata pianissimo e con una appoggiatura minuscola e prodigiosa sul “d’amor” conclusivo che marca ancora una volta quanta differenza corra tra un cantante e un interprete.

A Nemorino segue Edgardo e “Tombe degli avi miei” risuona di nostalgie lontane e disperate così come “Angelo casto e bel” dal Duca d’Alba è un capolavoro di cesello.

Nella seconda parte Florez affronta con baldanza il repertorio francese partendo da “Je veux entendre encore ta voix” dalla verdiana Jérusalem, che non è semplicemente la versione francese de “La mia delizia infondere” e va affrontata con approccio stilistico del tutto differente da essa; sfida vinta.

Non mancano Faust e Werther in cui Florez dispiega una gamma di colori che pare non aver mai fine.

Conclusione nel segno di Puccini con un trasognato “Torna ai felici dì” seguita da una “Gelida manina” scevra da ogni affettazione e giustamente rivelatrice di qualche malizia.

Ad accompagnarlo Jader Bignamini, protagonista insieme all’orchestra, di una prova nel complesso convincente anche negli intermezzi strumentali.

Se la sinfonia della Semiramide risulta forse un po’ troppo generosa nel volume del suono e quella del Don Pasquale a tratti un tantino spianata l’ouverture del Roi de Lahore e soprattutto la Tregenda dalle Villi risultano invece risolte attraverso dinamiche incalzanti e bella drammaticità.

Serate così fanno bene alla musica.

Alessandro Cammarano
(21 otobre 2021)

La locandina

TenoreJuan Diego Florez
DirettoreJader Bignamini
Orchestra del Teatro Massimo

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