Sono apparso a Monteverdi

È con grande emozione che siamo sul punto di essere ricevuti dal maestro Claudio Monteverdi, questo grande artista che possiamo a buon diritto chiamare il Cristoforo Colombo della musica drammatica, e che…

Vi sono obbligatissimo, signor Gazzettiere, di aver fatto, come voi dite, tanto cammino e varcata l’onda del fiume di Lete per farmi visita in questi campi dei Beati. Devo peraltro avvisarvi che, essendo io al servizio di questa Serenissima Corte di Apollo, non son padrone di quel tempo che talora mi bisognerebbe.

Ma come? Noi pensavamo che l’esperienza del lavoro fosse un nostro penoso retaggio, ignoto agli spiriti dei grandi trapassati come lei.

Vedo che i signori posteri non sono meglio informati delle cose di quassù di quanto non fossimo noi quattro secoli or sono. Confesso che quando vi giunsi mi lusingavo di aver a godere un eterno riposo dalle mie fatiche, e che in luogo di comporre la mia povera musica mi sarebbe concesso di ascoltare quella delle sfere di Pitagora. E di fatto per i primi due secoli l’aspettazione mia non andò delusa. Io vivevo, se così si può dire, nell’oblio della terra e di tutte le sue lotte; e solo di quando in quando, con l’arrivo di qualche più giovane collega, mi rendevo conto che nemmeno il ricordo di quel poco ch’io avevo operato restava nei mortali. Più d’un secolo fa giunse da noi un Barbaro rosso di pelo che, nulla sapendo della mia Arianna, andava predicando come suo gran ritrovato che l’orchestra s’avesse a nascondere sotto la scena per non distogliere gli ascoltanti dalla magia della favola rappresentata.

Lei vuol certo alludere a Riccardo Wagner.

Così credo si appellasse, ma non si trattenne a lungo fra noi. Pare che in qualche luogo della Germania gli abbiano edificato un Eliso tutto suo, una sorta di privata eternità da non condividere con alcuno, e colà egli ha scelto di dimorare per omnia saecula saeculorum. Buon pro’ gli faccia.

Sì; ma torniamo a lei, maestro. Come fu che venne turbata la sua pace?

Dovetti accorgermi che anche quassù regna sovrana la dea Moda coi suoi capricci. Al nostro Signore Apollo l’armonia delle sfere ogni tanto viene a noia, e allora tocca a noi ripigliare in mano la cetra e guadagnarci faticando la nostra porzione d’immortalità — d’altronde sempre temporanea in attesa della nuova ondata che prima o poi sopraggiunge. Io fui richiamato in servizio per colpa di un certo Gabriel Dannunzio, mediocre lirico ma gazzettiere di gran talento e guerriero per diletto. Come il mio padrone d’un tempo, il duca Vincenzo Gonzaga.

Che lei seguì in tournée addirittura in Austria, Ungheria, Boemia e Fiandra. Un onore che tutti i musici d’Italia le invidiarono!

Sissì: bell’onore e bel padrone, non c’è che dire. Il Serenissimo di Mantova aveva l’anima del paladino e andò in Ungheria a combattere i Turchi, ma senza rinunciare ai suoi comodi neppure al fronte. E così, per tirarsi su di morale, si portò dietro arazzi, argenteria, nani e puttane di corte, ed anche la sua cappella musicale; tanto per far capire ai Turchi che delle loro moschettate lui se ne impippava.

Un concerto di madrigali alla vigilia della battaglia: proprio un’idea degna dell’Ariosto!

Dica pure da dilettante del Bello, che però non si curava di pagare i fornitori. Appunto come quel Dannunzio che le dicevo prima. Furono lui e suoi amici, tra cui un Gian Francesco dell’eccellentissima casa Malipiero di Venezia, a ridar fiato per me alle trombe della Fama, fatte già rugginose dalla fredda ala del Tempo.

Una bellissima metafora barocca, maestro; mi permetta di congratularmi…

Si fa quel che si può. Per dirla in breve, qui non solo per il carico della musica tanto da chiesa che da camera, ma per altri servizi non ordinari, come ora in tornei, ora in balletti, ora in commedie e in vari concerti, non c’è mai tempo di rifiatare, e come dice quel gran saggio romano “properantes omnia perverse agunt”. Sì, insomma: presto e bene raro avviene.

Eppure questi tempi così stretti non le hanno impedito di creare grandi capolavori che hanno stupito il mondo con la loro rivoluzionaria novità. Ad esempio: l’Orfeo, o l’Arianna, che lei compose nel 1608 in soli quattro mesi. O la Poppea, dove per finire in tempo le toccò farsi aiutare da qualche collega più giovane.

Quella è un’altra storia. Quando fui per scrivere il pianto di Arianna, non trovando libro che mi aprisse la via naturale all’imitazione, altri che Platone per via di un suo lume rinchiuso così che appena potevo scorgerlo di lontano con la mia debil vista, ho provato — dico — la gran fatica che mi bisognò patire in far quel poco ch’io feci d’imitazione, fatica che mi condusse quasi alla morte.

Ma la traspirazione della fronte, per quanto necessaria, non è tutto. E la sua grande ispirazione drammatica, Platone a parte, dove l’ha trovata? Certo non nei libri, che lei non aveva tempo di leggere. Potrebbe sintetizzarci in poche parole il segreto della sua formula?

Commosse l’Arianna per essere donna, e parimenti Orfeo per esser uomo, atteso che la mia intenzione in questo genere di musica era di far che l’orazione fosse padrona dell’armonia, e non serva.

È quanto non volevano capire i suoi critici, specie il canonico Artusi da Bologna…

Il reverendo signor Artusi, da buon maestro di scuola qual era, pigliò certe particelle del mio madrigale “Cruda Amarilli” nulla curandosi dell’orazione, come se nulla avesse a che far con la musica; ma se nei passaggi da lui notati per falsi avesse esposta l’orazione loro, il mondo avrebbe conosciuto dove ha errato il suo giudizio, ed egli non avrebbe detto che fossero chimere e castelli in aria soltanto per non essere osservanti interamente la prima pratica dello Zarlino, anzi al contrario obbedienti allo stile cromatico approvato dagli antichi autori Greci. Al mio tempo non si trovavano composizioni cromatiche vere — per non dire delle enarmoniche — eccettuate alcune poche che ne avevano qualche mistura, come quell’artificiosissimo madrigale del principe di Venosa “Resta di darmi noia”.

Ma allora i veri antichi erano i musicisti della nuova scuola come lei e Gesualdo, riscopritori dei modi enarmonici e cromatici evocati da Platone? Un paradosso!

Sì; ma più d’ogni altra cosa il signor Principe ed io ci sforzavamo — ognuno a suo modo e con risultati sovente difformi — a inseguire un fine unico.

Sarebbe a dire?

Tendere, con varietà d’affetti musicali, alla dilettazione dell’udito per dar gusto al mondo. Il che mi pare appunto, a dirla con tutto il rispetto, il vero fine della pratica musicale. Io parlai sempre di seconda pratica, cioè uso praticale; sì come l’ammalato non predica l’intelligenza del medico per udirlo ragionare d’Ippocrate e di Galeno, ma quando per mezzo del suo ragionamento ottiene la sanità. A questo atto pratico invitai gli oppositori, poiché volevo attendere al canto, e non alla prosa.

Si spieghi più chiaramente, maestro. Ancor oggi il pubblico e la critica cercano di scoprire la sua formula, il suo segreto…

Codeste son tutte ciance. Credetemi che il vero moderno compositore fabbrica sopra i fondamenti della verità e non fa le sue cose a caso. Così il mondo non predica l’intelligenza del musico per udirlo far maneggi di lingua sopra gli onorati teorici armonici, ma sì bene col canto. La saluto, signor mio; ora la devo proprio lasciare.

Maestro, aspetti, non scappi… Maestro ?!?

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