Teatri Anno Zero

Quando l’epidemia sarà davvero alle nostre spalle, il mondo degli spettacoli dal vivo non si troverà subito, in automatico, fuori dalla crisi senza precedenti che l’ha colpito. L’uscita dal tunnel non sarà dopo Pasqua, quando gli ottimisti attendono un allentamento del divieto di accesso ai teatri per il pubblico. E forse neanche nel prossimo autunno. Ma prima o poi arriverà, sperabilmente nel giro di un anno.

In quel momento i teatri si troveranno in un “paesaggio con rovine”. Non sarà il loro “anno zero” semplicemente perché i primi dodici mesi di pandemia hanno avuto l’effetto di chiarire la spaccatura strutturale, finanziaria e politica che attraversa da sempre questo mondo: da un lato – al sicuro – chi è sovvenzionato dallo Stato in maniera ampia e decisiva; dall’altro – in forti difficoltà – chi lo è solo parzialmente o non lo è affatto.

Al primo gruppo appartengono le Fondazioni lirico-sinfoniche, le Istituzioni concertistico-orchestrali, i Teatri Stabili nei vari ordini di importanza stabiliti dal Mibact, i grandi festival. Al secondo, tutta la vasta e articolata realtà formata da manifestazioni, compagnie di produzione regionali, provinciali o di interesse locale, istituzioni che organizzano rassegne di ogni tipo, dal grande al piccolo e al piccolissimo. Tutti agganciati al totem del FUS, il Fondo Unico dello Spettacolo.

La conta dei sommersi e dei salvati si farà innanzitutto a partire dalla contabilità delle suddivisioni di questo Fondo, in diretta proporzione con l’ammontare delle pubbliche contribuzioni: chi più avrà continuato a prendere, più facilmente potrà rimettersi in carreggiata. E già la previsioni di bilancio 2020 delle Fondazioni lirico-sinfoniche indicano come in vari casi per loro la crisi si risolverà in una migliorata possibilità di proseguire nel risanamento dei conti, anche se il totale blocco avvenuto in primavera non c’è più e l’attività è stata da più parti (non proprio dovunque) ripresa con l’adozione dello streaming.

Chi poco o nulla prendeva prima, farà una gran fatica a rialzare la testa. E questa difficoltà andrà a incidere in profondità nel tessuto profondo della civiltà teatrale di questo Paese, per tradizione straordinariamente pervasiva e capillare soprattutto in zone come il Veneto o l’Emilia, per lungo tempo cuore del sistema dello spettacolo in Italia.

Questo sistema era reso possibile da schiere di artisti e professionisti di ogni tipo – non solo chi calca il palcoscenico ma chi rende possibile farlo e tutto un ampio “indotto” di addetti ai lavori di ogni ordine e grado – che nella stragrande parte dei casi lavoravano a chiamata, con contratti a scadenza spesso ravvicinata, con ingaggi specifici. Tutti questi addetti allo spettacolo, lavoratori in proprio o fornitori di servizi alle strutture sparse sul territorio, hanno dovuto affrontare prima quattro mesi di disoccupazione senza cassa integrazione, poi una ripresa estiva parziale, quindi un’attività frammentaria e problematica come quella che si può fare nei teatri chiusi al pubblico. E hanno avuto aiuti irrisori, quando sono arrivati, da parte dello Stato (specialmente al confronto con le analoghe situazioni di Paesi come la Germania). Se saranno riusciti ad attraversare indenni la crisi, la loro speranza di tornare a fare quello che facevano prima, una volta che il virus sarà stato debellato, sarà legata alla solidità dei loro “datori di lavoro”, che sono in gran parte quelli che del FUS raccattano le briciole: teatri di proprietà degli enti locali o privati, associazioni concertistiche, organizzatori che a loro volta si troveranno in enorme difficoltà anche nel ricostituire il flusso di contribuzioni non pubbliche che permetteva di far quadrare i conti e di progettare in concreto. Tutti invischiati nel meccanismo che penalizza chi meno realizza, a prescindere dal “congelamento” delle contribuzioni nel 2020, che non potrà durare troppo. Ma impediti a realizzare dall’emergenza, in un circolo vizioso al quale la politica non ha saputo o voluto mettere rimedio.

Verrà il momento in cui qualcuno farà il conto dei posti di lavoro persi in questo specifico settore, come si sta facendo in altri ambiti delle attività economiche. E si avrà il quadro più completo di una crisi che incide pesantemente non solo su migliaia di persone, ma anche sulla qualità della vita e sui valori sociali e culturali di cui da sempre gli spettacoli sono un veicolo primario. E poi si farà il calcolo della riduzione nelle alzate di sipario, ovvero delle occasioni di spettacolo. E allora finalmente si avrà una percezione realistica della violenza di questo tsunami.

A maggior ragione, allora, sorprende che il mondo dello spettacolo, forse per effetto dello shock di una situazione emergenziale del tutto inattesa, ma anche per la sua storica incapacità di ragionare su prospettive ampie e strutturate, nel denunciare la crisi del settore si sia troppo spesso limitato ad agitare la polemica sui valori abbandonati e negletti della cultura e sulla auto-proclamata sicurezza sanitaria dei teatri. Argomenti d’impatto, di forte carica emozionale, mentre tutti eravamo costretti a restare chiusi in casa. Ma argomenti destinati a lasciare il tempo che trovano: per la mancanza di prove scientifiche sull’impossibilità di contagiarsi in una sala di spettacolo, e per la storica evidenza della realtà di questo Paese, affollato di bevitori di spritz e di frequentatori di ristoranti, ma quasi deserto di sostenitori dei valori culturali.

E se perfino l’agenda del prof. Mario Draghi non sembra tenere in gran conto – a quel che si desume dalle cronache politiche – i temi della cultura, dei teatri, dello spettacolo dal vivo (e se non si è sentito il bisogno di un cambiamento alla guida del Mibac), un motivo ci sarà.

Ma proprio perché questa è la situazione, oltre l’indignazione e gli appelli, il mondo dello spettacolo avrebbe fatto bene a dare al pubblico l’idea che l’emergenza veniva colta dalla categoria anche come una salutare occasione per riformarsi, anzi per rifondarsi. Cambiando metodi di lavoro, strutture, articolazioni organizzative se necessario. Considerando i mezzi digitali e multimediali come un’occasione per arrivare alla nuova frontiera delle arti rappresentative, e non solo come un paracadute. Ponendo la politica di fronte alla necessità di un nuovo sistema in grado di offrire garanzie a chi non ne ha per nulla, di redistribuire le sovvenzioni pubbliche in maniera più equa e davvero meritocratica, di semplificare e ottimizzare. Magari sfoltendo le attività, se necessario, a tutto vantaggio della qualità e di una più efficace “distribuzione”, in grado di avvicinare il maggior numero di cittadini.

Invece, con poche eccezioni virtuose ma isolate, quello che si osserva è il predominio della resilienza da parte di chi vive di teatro. Esercizio apprezzabile, oggi arduo e reso più significativo dalla gravità della crisi, ma alla fine limitato all’attesa che “tutto torni come prima” e che gli spettatori riempiano nuovamente le sale. Immagine, quella delle sale al completo, che peraltro è forse un po’ deformata dal ricordo, perché non sempre e non dappertutto era così. Le voci che si alzano per dire che bisognerà fare meglio di prima, e che questo è il momento per progettare il cambiamento, appaiono ancora deboli e poco ascoltate. Eppure oggi – al contrario di quel che disse una volta il padre della Patria Giuseppe Verdi e di quello che sognano troppi addetti ai lavori – tornare al passato non sarebbe affatto un progresso.

Cesare Galla

Pubblicato sul settimanale Cult di Venezie Post: https://www.veneziepost.it/frontpage-cult/

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